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Architetture

GIUSEPPE DI VITA. Complesso parrocchiale a San Cataldo



"hû' hammaqôm shel maqôm we'en lammaqôm meqomô (Egli è il Luogo di ogni luogo e questo Luogo non ha luogo)"
Inno cabalistico medievale

"Cristo ha portato al limite l'idea dell'umiltà divina: venendo al mondo, Dio depone la forma della Sua gloria e assume la forma della Sua propria creatura, si sottomette alle leggi della vita creata, non infrange il corso del mondo con il fulmine e non lo stordisce con il tuono... invece si limita ad accendervi una modesta luce..."
Pavel Florenskij, La colonna e il fondamento della verità, Lettera IX: la creatura

"Essere innocente vuol dire sopportare il peso dell'intero universo"
Simone Weil



SANTA MARIA DEL BRONX.

Una classe politica insulsa.
Una burocrazia senza vergogna né dignità.
Una categoria di "imprenditori" (uso un eufemismo) che ha preso tutto quello che poteva e non ha dato mai nulla che non fosse la sua pura presenza (sempre accompagnata, però, dalla panza: panza e presenza) volgare quanto basta e arrogante quel che serve per potere oggi reclamare una dignità antimafiosa che, fino a ieri, non ha mai fatto nulla per conquistarsi.
Un'università (uso ancora un eufemismo) dove il cinismo e l'assenza di scrupoli sono i primi titoli richiesti per l'ordinariato mentre intelligenza e competenza, pur se non espressamente vietate, rimangono inessenziali e, spesso, controproducenti.
Tutto affogato in una salsa fatta di piccole e grandi estorsioni quotidiane, di baluginii mafiosi e, quando serve, anche di eliminazioni fisiche, ma senza smettere mai, neppure per un momento, i panni della macchietta: tra un'elezione e un processo ci si mette la coppola per farsi quattro risate tra amici e mangiarsi due cannoli.
Questa è la mia isola.
Non credo si tratti di un'eccezione, intendiamoci.

Suppongo che le cose, oggi, vadano così anche oltre lo stretto e almeno fino al piede delle Alpi.
È il paese che tira le cuoia tra un reality show, un agguato camorristico e il proclama razzista di un politico in carriera che prima tira il sasso e poi ritira la mano.
Ma qui tutto è disegnato meglio, più inciso e, in qualche modo, più letterario. Criminalità, omertà, incompetenza e cialtroneria acquistano chez nous il nitore dell'aforisma e la precisione dell'epigramma. Inoltre la composta vi si amalgama nel cremoso disinteresse di tutti. Ne vien fuori una cuccìa nella quale il sapore di ogni singolo granello di miseria si spegne, come un chicco di grano, in quell'insieme pastoso e zuccherino cui non puoi reagire se non chiudendo gli occhi e assaporando: rassegnato e, talvolta, acquiescente.
Nel frattempo il diabete lavora e, muto, ti ammazza.
Se la Sicilia è così ci sono però luoghi, ben dentro la sua fetida carcassa, dove neppure la brezza del Mediterraneo arriva a portare via, ogni tanto, un po' di cattivo odore.
Il turista, nella sua amabile ebetudine (che, beninteso, invidio perché la mia personale forma di stupidità non mi consente quella placentare inconsapevolezza riservata a chi va in giro intronato a visitar bellezze) è pago delle coste e, in un certo senso, fa bene.
Accostarsi al centro non è cosa da poco e non va fatto alla leggera.

[19 ottobre 2008]
Per tale ragione, mentre divido con l'africano (e anche con l'asiatico, lo zingaro e lo slavo) una specie di complicità che me lo rende familiare, perché lo sento fratello e sodale nel fetore e nel sottosviluppo, resto sempre esterrefatto quando mi capita di incontrare stranieri in bermuda e sahariana con le pelli arrossate i capelli biondi e quell'espressione che beccheggia tra l'annoiato e il disinteressatamente interessato. Li indico ai miei figli come si fa con le bestie dello zoo: guarda... c'è un tedesco (mica è detto che sia tedesco, naturalmente, ma la parola contiene quanto basta a indicarlo con discreta precisione ed io, familiarmente, ne faccio uso) e mio figlio, puntualmente mi risponde "...e che viene a fare qui?" ed io altrettanto puntualmente gli dico "è venuto a vedere i cammelli" e lui "seee... ma qui non ci sono i cammelli" ed io "è proprio per questo che ha l'aria sbalordita, li cerca e non li trova".
Niente cammelli dunque e, se è per questo, perfino i fichi d'india vanno scomparendo. Sembra pazzesco ma oggi bisogna andare a comprarli un tanto il chilo. Io, essendo nato quando, in paese, bastava scender sotto casa per abbuffarsi, mi rifiuto categoricamente e per principio di pagare un ficodindia.
Infatti, non ne mangio quasi più.

Le opere d'architettura seguono la sorte amara di questo frutto dolce, ossuto, malinconico e spinoso: sottostanno come lui alla legge del mercato.
Ogni tanto, però, così come per strani percorsi (lontane parentele, vecchie amicizie di famiglia, un conoscente campagnolo) arriva in dono un panierino di fichidindia, spunta anche, per strada o su una piazza, una piccola architettura, anch'essa dolce, ossuta, malinconica e spinosa, ma in realtà indifesa e di solito irrisa.
È proprio di uno di questi eventi che vorrei raccontarvi.
In un paese che si chiama San Cataldo, contiguo alla città in cui abito, è stata progettata e costruita, finalmente, una chiesa degna di essere definita tale.
Ma ciò non basta ancora.
Questa chiesa, lo dico con la tranquillità di chi sa di stare in una botte di ferro e di non potere essere smentito, è la più bella chiesa costruita in questa provincia dai primi decenni del secolo scorso.

 

Ce n'è un'altra, mi dirà l'esperto, costruita a Gela nel 1967, dal maestro Ignazio Gardella... io, per carità di patria e rispetto nei confronti del maestro, farò finta di non averlo sentito e ribadirò quanto sopra: questa è la più bella chiesa costruita nel cuore di tenebra dell'isola in questi decenni. E aggiungerò con l'indice per aria: non solo ma per la precisione è anche, per quello che ne so, una delle più belle costruite, nello stesso periodo, in tutta la Sicilia.
Lo so che qualcuno, facendo spallucce, mi dirà: stai bluffando... è facile, le altre fanno schifo.
Può darsi, ma il dato rimane incontrovertibile e, se permettete, impressionante.
Parliamo di quasi un secolo: cento anni, venti lustri, dieci decenni; donne e uomini sono nati, cresciuti, diventati adulti, sposati tra loro, figliato e sono anche morti.
Se invece restringiamo l'affermazione al dopoguerra, allora bisognerà essere più drastici: questa è, per quel che ne so, la più bella chiesa costruita in Sicilia dal 1945 a oggi (2008) e sono 63 anni (e non bado a spese... metto nel novero anche la chiesa Valdese di Ricci a Pachino, convinto del fatto che proprio Leonardo Ricci, da maestro autentico qual era, ne converrebbe, signorilmente, con un sorriso).
Non vorrei che la cosa fosse interpretata come un'apologia.
Non lo è affatto.



Non trovo, infatti, quest'opera esente da difetti ma proprio per questo mi piacerebbe che quello che affermo fosse letto nella sua giusta dimensione. Si tratta di qualcosa che può renderci contenti e farci arrabbiare, alternativamente oppure nello stesso tempo ma, in un caso o nell'altro, rimane onesto riconoscerlo perché si tratta di un fatto. Nudo e crudo.
Tuttavia, come sempre accade con le buone architetture il benpensante s'indigna, prende penna e calamaio e invia sentite proteste alle autorità (che oggi, in mancanza d'altro, sono le gazzette).
Alle architetture mediocri, e ancor di più alle pessime, questo non accade perché quelle, nel mare dell'indecenza urbana, galleggiano inosservate. La loro stessa banalità le salva: è la banalità del male.
Trascrivere qui le lettere spedite ai giornali locali e che hanno fatto seguito alla costruzione di questa chiesa sarebbe divertente. Non perché quelle lettere abbiano un qualche senso (si tratta per lo più di terrificanti anatemi contro il Concilio Vaticano II, scagliati da cavernose postazioni che il raggio di nessuna aufklärung ha mai portato, né mai potrà sperare di portare, non dico alla luce, ma nemmeno in quella penombra che consente di vedere l'altro) ma proprio perché non hanno alcun senso, se per senso intendiamo ciò che può essere, appunto, portato alla luce.
La volgare violenza di quei predicozzi si snocciola con piglio inquisitorio, intossicata di misoginia, livore anti-conciliare e dozzinali luoghi comuni ripescati a caso dal cassonetto del giornalismo da crociata Brancaleone (la chiesa che sembra un palasport, il confessionale che sembra lo studio di uno psicoterapeuta ecc. per adesso mancano macellerie e laboratori dentistici ma arriveranno anche quelle).



Alla fine però si capisce perché questa chiesa, così luminosa e tenera, risulta, per questi Torquemada da salotto intabarrati nelle polverose pergamene dell'ex-Monsignor Lefebvre, letteralmente insopportabile.
Essa accoglie la luce con grazia e lo fa in senso terreno e letterale: è una chiesa luminosa e lo è all'interno come all'esterno; se quei tenebrosi compilatori di tetre missive avessero avuto gli occhi, non avrebbero potuto non accorgersene ma il fatto è che, a quelle profondità abissali, gli occhi non servono. La luce viene, da costoro, sentita come cosa estranea e lontana.
Direi infatti che proprio questo è il punto: la chiesa di Santa Maria di Nazareth è effettivamente lontanissima da quei foschi dirupi. Se ne sta al sole e sorride, per quanto un'architettura può farlo. Lo spazio interno dell'aula, per esempio, trova la sua nota dominante proprio in una tranquilla, luminosa, spazialità: non c'è neppure una briciola di quella concitazione che è, oramai, diventata prassi corrente nella progettazione di chiese (ma anche di caserme, auditorium, musei...).
Tutto è rimesso alla grande parete di destra, la parete per antonomasia e, direi, l'unica parete di questa chiesa, lavorata come un grande "Trasparente" (o una mašrabiyya... anche se non vorrei che a qualcuno dei mittenti misogini di cui parlavo prima questo facesse venire in mente di riesumare il matroneo...) dietro il quale affiora la luce.
Un "Trasparente", però more geometrico, privo di ogni concitazione barocca e che offre in contrappunto alla luce stessa, un rigoroso reticolo di ascisse e di ordinate.
Un telaio e quasi un pentagramma sul quale la luce può scrivere liberamente la sua melodia.
Direi che è questa la nota decisiva della chiesa: la luce familiarmente, sobriamente accolta, senza sentimentalismi e senza enfasi, senza complimenti né scenografie.



Quando definisco questa chiesa "luminosa e tenera", mi riferisco, in primo luogo, al limpido episodio del battistero.
Quando l'ho visto per la prima volta mi ha fatto venire in mente, per la luce che lo pervadeva, un altro battistero: quello, veramente incantevole, della chiesa di Riola di Alvar Aalto.
In realtà però, badate, ne è lontanissimo. Il battistero di Aalto sta in fondo alla chiesa, a fianco all'altare. Già questo lo rende uno spazio, in qualche misura, "separato" dall'aula e ne privilegia, in modo evidente, la dimensione più "intima". Nel nostro battistero, viceversa, l'apertura è completa: sia nei confronti dell'aula sia verso l'esterno.
Il battesimo è visto dunque non come l'apertura di un credito celeste (una sorta di conto corrente per assicurarsi il futuro nell'altro mondo) ma come luce donata che, accogliendolo in sé, accompagna l'uomo in questo mondo e, a questo mondo e all'uomo, offre una possibilità di redenzione.
Battesimo vuol dire "immersione" e tiene in sé l'idea della profondità (in greco: baptizein, "immergere") ma il "Catechismo della chiesa cattolica" (parte seconda, sez. seconda, art. 1, 1216) citando S. Giustino specifica: "Questo lavacro è chiamato illuminazione, perché coloro che ricevono questo insegnamento [catechistico] vengono illuminati nella mente" e prosegue "Poiché nel Battesimo ha ricevuto il Verbo, "la luce vera che illumina ogni uomo" (Gv 1,9), il battezzato, dopo essere stato "illuminato", è divenuto "figlio della luce" e "luce" egli stesso (Ef 5,8)".
La particolare profondità del battesimo è, dunque, fatta di luce.
L'acqua stessa, in qualche modo, si fa tramite di luce e attraverso l'immersione porta la luce e porta alla luce.

La bella intuizione del progettista sta tutta qui, nell'aver rimesso il battesimo a se stesso. Alla sua pura luce. Sta qui quella "tenerezza" cui facevo riferimento prima.

Perché, vedete, la luce di cui parlo, e che si diffonde con dolcezza in tutta la chiesa, non è quella del libro della Genesi (...devo chiedere scusa?) ma è una luce un pochino meno accecante e perentoria. È quella luce nostalgica e struggente che brilla nel piccolo libro di Rut, testo amabile e mai citato del Vecchio Testamento, che se ne sta lì, timido e sorridente tra Giudici e Samuele.
La luce, terrena e proprio perciò celeste, di questo libro cui ho voluto bene sin dal primo incontro, la luce delle donne e delle madri è, in fondo, proprio la tenera luce di Maria, cui la chiesa è dedicata.
Si potrà anche non concordare con l'impostazione del progettista ma essa è, oltre che rispettabile anche molto coraggiosa. È come se egli ci dicesse "il battesimo non è un nascondersi nel grembo divino ma un venire alla luce in questo mondo e un aprire gli occhi su di esso".
Anzi, di più. Sembra dirci: "Il battesimo, questo venire immersi nella luce e pervasi dalla luce, accade ogni volta e comunque. Il miracolo è questo ed è di questo mondo, proprio questo mondo in cui ci è dato vivere, non un altro, non un paradiso a venire".
Perciò il battistero era, nella concezione dell'architetto, una semplice teca di cristallo, un piccolo diamante di luce. Luce che va dall'interno verso l'esterno non meno di quanto ritorni dall'esterno verso l'interno. Luce da luce.



Ma la chiesa si trova in un quartiere popolare e di non specchiata reputazione (Bronx lo chiamano in paese...): e dunque?
Altri si sarebbero, forse, rifugiati in una mistica introspezione, avrebbero creato cortili, chiusure, schermi.
Giuseppe Di Vita no e, solo per questo, dovremmo essergli grati.
Ha fatto di più: non solo non ha volto il battistero verso la parte interna del lotto ma l'ha rivolto (direi "polemicamente", se non lo conoscessi) verso la strada e verso il quartiere. Ciò che si vede da questa lanterna sono, infatti, proprio le case del quartiere, né più né meno.
Nello stesso tempo la luce che da quelle case si vedrà, la sera, quando uomini e donne, forse stanchi, forse addolorati, forse sfiduciati, si sederanno a cena, sarà quella che affiora dal battistero di Santa Maria di Nazareth.
In questo io trovo qualcosa di commovente e non saprei, neppure se lo volessi, spiegarvi perché.

Per onestà devo dirvi che la realizzazione, purtroppo ne tradisce, parzialmente, il senso. È forse necessario spiegare a quali e quante pressioni un architetto deve sottostare per portare a termine in modo dignitoso il suo lavoro, soprattutto in una realtà come la nostra? Il costo (ma, sospetto, non solo quello) non era, sembra, accettabile. Forse lo sarebbe stato per commissionare un qualche arredo "artistico" a qualche "artista" che si sarebbe sbizzarrito in chissà quali misticheggianti intemperanze? Non lo so. Purtroppo, però, l'architetto ha dovuto rinunciare alla sua pura, semplicissima teca di cristallo e l'ha dovuta, "ragionevolmente" imbracare in una più economica, e meno impegnativa, intelaiatura di alluminio che purtroppo spezzerà, con la sua ombra, quell'effusione di luce.
Il diamante, insomma, è diventato una modesta lanterna.
Peccato.
Mi dispiace per la chiesa, per il suo parroco e per i fedeli, non (paradossalmente) per il progettista, la cui idea rimane perfettamente chiara e perfettamente leggibile (anche se so benissimo che, infine, sarà proprio lui l'unico a dolersene sempre e a farsene una colpa: tutti noi, che ci arrabattiamo tentando l'architettura in un mondo che dell'architettura se ne frega, abbiamo dolorosa esperienza di questa sensazione, irrazionale e pungente).
Certo, sarà possibile, infine, discutere il modo in cui la Chiesa si dispone rispetto alla strada di accesso al paese, sarà possibile nutrire qualche dubbio sul modo in cui si articola l'insieme o su quello in cui sono accostati i suoi materiali, ma tutto questo, lasciatemelo dire, è secondario di fronte al semplice fatto, oggi straordinario, che essa sia stata progettata e costruita, ora, qui e non altrove.



Le chiese belle, o anche solo dignitose, costruite nel dopoguerra in Italia si perdono nel suo corpaccione sfatto come i moscerini nella carcassa in putrefazione e noi architetti non dovremmo fare troppo gli schizzinosi (cosa che invece, puntualmente, avviene).
Dovremmo accogliere invece opere come questa, realizzate con grazia, umiltà, sobrietà e sapienza, con gratitudine estrema.
Anche perché, se non lo facciamo noi, non lo farà nessuno e per la grazia, l'umiltà, la sobrietà e la sapienza non ci sarà più scampo. Quando a Sara, finalmente, nacque un figlio io non credo che Abramo si sia messo a contarne nei e difetti: lo accolse, insieme a lei, semplicemente e con gioia. Lo chiamarono Isacco, nome che nella sua radice custodisce il sorriso di Dio.

Ugo Rosa
u.rosa@archiworld.it
GIUSEPPE DI VITA. Complesso parrocchiale a San Cataldo

Complesso parrocchiale sussidiario Santa Maria di Nazareth in San Cataldo, Caltanissetta.

luogo:
San Cataldo, Caltanissetta

committente:
Diocesi di Caltanissetta. Vescovo Diocesano S.E. Mons. Mario Russotto. Parroco Sac. Angelo Spilla

consulente per la liturgia e la iconografia:
Mons. Giovanni Speciale

progetto e direzione lavori:
arch. Giuseppe Di Vita, Caltanissetta

calcoli opere:
ing. Salvatore Andaloro, San Cataldo

calcoli impianti:
ing. Calogero Arcarese, San Cataldo

geologo:
dott. Angelo La Rosa, San Cataldo

responsabile unico del procedimento:
ing. Cataldo Giammusso, San Cataldo

struttura di supporto alla progettazione:
ITINERA studio associato, Caltanissetta

impresa esecutrice:
S.I.C. E F. Srl, San Cataldo

importo complessivo dei lavori: € 1.505.000
superficie complessiva realizzata: mq. 1.500

date:
inizio lavori: dicembre 2005
fine lavori: giugno 2008
Le fotografie che illustrano questa pagina sono di Santo Eduardo Di Miceli.

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