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Architetture

MARC. Domino



Una nota agenzia web trasferisce la propria sede in un edificio apparentemente molto convenzionale, fuori dal centro di Torino. Bandisce una gara fra studi di architettura, chiedendo un progetto in grado di rappresentare e rinforzare l'identità del suo impalpabile lavoro, senza ricorrere a prevedibili immaginari cyberpunk o, peggio, high-tech. MARC si aggiudica l'incarico con questa risposta: l'architettura che ci vuole è... il restauro. L'immaterialità, attraverso cui alludere all'attività di Domino, è ottenuta letteralmente: il materiale di tutti gli spessi strati murari che, con gli anni, avevano coperto l'interno dell'edificio viene via via sottratto, fino a scoprire una bella struttura d'inizio XX secolo. Vengono così alla luce non solo le pareti in mattoni della struttura originaria, ma anche travi in cemento armato, nicchie e soffitti, nascosti per decenni. Il restauro è radicale: le sottrazioni si spingono fino alla demolizione dell'intero solaio del piano terra, che viene sostituito da un quasi impalpabile foglio in lamiera microforata, spesso soltanto 6 mm. In questo modo si annulla la separazione fra il piano di ingresso e il piano interrato, che da buio e umido magazzino diventa un'ampia e luminosa sala relax. [MARC]



BARATTARE IL VIZIO PER LA VIRTÙ? Una grande verità che abbiamo più o meno tutti capito è che più il mondo si fa globale, più il locale diventa importante (sembra ovvio ma -ahimè- così non è).
Da questo punto di vista Torino è una città realmente interessante e speciale.
È un mondo che da un lato sforna eccellenze internazionali assolute, ma che nel contempo cura con grandissima cura la sua natura provinciale e locale. I due livelli (eccellenza internazionale e provincialismo estremo) coesistono, si incrociano, si intrecciano, entrano in corto circuito in un gioco continuo che va avanti da oramai qualche secolo.

Questo ultimo lavoro di MARC mi piace e mi interessa perché mi consente di mettere a punto alcuni pensieri sulla natura della città e del rapporto che con essa (e con il suo DNA) stabiliscono alcuni dei suoi progettisti più bravi e significativi. Per semplicità (il lettore si fidi) possiamo dire che Michele Bonino e Subhash Mukerjee sono tra i progettisti torinesi più interessanti della scena locale contemporanea. Un percorso professionale e di ricerca che va avanti oramai da qualche anno e che oramai è consolidato, apprezzato e riconosciuto (a Torino, in Italia, all'estero).

In termini generali i progetti di MARC a me piacciono molto. In particolare tutta la filiera che appartiene in maniera più o meno dichiarata alla famiglia del "less is more" (peraltro in versione sabauda, dunque ancora più dura dei modelli originali). Andando sul loro website e guardando tra i lavori fatti negli anni passati, a me sembrano particolarmente appropriati (o se preferite, ben riusciti) la sede di Torino World Design Capital e l'allestimento per la mostra Torino Geodesign.
Due lavori secchi, duri, intelligenti e taglienti.

[15 novembre 2010]


Due lavori molto torinesi. Di quella Torino città internazionale che guarda al mondo. Da questo punto di vista Michele Bonino e Subhash Mukerjee possono essere intesi come la versione contemporanea di una filiera di eccelsi progettisti che vanta illustri antenati. Antenati quali Gino Becker, Mario Passanti o l'Ettore Sottsass (senior) di corso XI Febbraio, tanto per fare tre nomi, ma la lista potrebbe allungarsi: i Gabetti e Isola di Talponia, piuttosto che lo straordinario edificio di Sergio Hutter in via Bricherasio o molti dei lavori di Andrea Bruno piuttosto che la durissima pratica progettuale del Co-Ar degli anni Settanta.

C'è poi una seconda Torino. Che prende gli ingredienti precedenti, li fonde a mille gradi fino a farli sublimare. Tanto per capirci è la Torino degli interni perduti di Carlo Mollino, di Corrado Levi, di Leonardo Mosso (e in una certa qual misura anche di Toni Cordero). A grandi linee questa seconda filiera mi affascina moltissimo e la possiamo considerare una fantasmagorica ciliegina su una torta torinese già molto buona di suo.

Per capirci. Tu vai nel mondo e dici che sei di Torino e tutti dicono: "Ah... Torino... Turin... Yes! Juventus!"
Che va bene e ci siamo capiti.







Però un conto è la Juve (ovvero la torinesità standard tipo i cioccolatini di Peyrano e la Mole Antonelliana). Un conto è Omar Sivori. Il Sivori che contro la Sampdoria dopo aver scartato anche il portiere si ferma, piede sul pallone sulla linea di porta, e prima di segnare attende l'intervento disperato di Vincenzi, dando un tocco cattivo alla palla un secondo prima che il piede del terzino arrivi a mandare via il pallone.
O ancora meglio, il Sivori di Padova-Juve.

Stralciando da http://www.freefans.net:

Omar Sivori è sul dischetto pronto a battere il rigore, per niente decisivo (la Juve stata vincendo sul Padova per 5-0 e mancano pochi secondi alla fine), e sulla linea di porta c'è Anzolin, ex compagno di squadra e suo grandissimo amico. L'estate precedente erano stati in vacanza assieme con le rispettive famiglie. Anzolin si tuffa tranquillo a destra convinto di prendere il pallone e invece le mani si chiudono sul nulla. Ormai è a terra, sdraiato in tutta la sua lunghezza, quando si accorge che il pallone sta entrando in porta alla sua sinistra, lemme lemme, con quella forza sufficiente, che solo Sivori sapeva calibrare, appena sufficiente a superare la linea bianca. Anzolin diventa matto di rabbia, si alza e insegue Sivori sin nel tunnel dello spogliatoio, senza riuscire a prenderlo.



Non a caso Gianni Agnelli, che di Torino è stato il re, spiegava che mentre la Juve era un amore, Sivori era un vizio. Ecco a me piace quella Torino lì. Che da amore diventa vizio.
O se preferite, il mondo in cui la virtù diventa così virtuosa da diventare vizio.
L'Antonelli della Fetta di Polenta, la pista sul tetto del Lingotto, Gianfranco Cavaglià che progetta e riprogetta casa sua (in un arco di tempo che va avanti oramai da decenni) come se fosse un cruciverba di Bartezzaghi grande come un'abitazione su più livelli in piazza Massaua.
La Torino che smette di essere città di virtù sabaude per diventare vizio è meravigliosa, peraltro sconosciuta ai più. In genere si va a vedere il Teatro Regio di Mollino, tralasciando il Dancing Lutrario (dove Mollino raggiunge picchi assoluti). La cupola di San Lorenzo di Guarino Guarini è su tutte le guide. Mentre invece il Residence Du Parc di Corrado Levi e Laura Petrazzini è in genere una tappa per pochi introdotti.

Bene. Dove andiamo a posizionare i nostri Bonino e Mukerjee in questo universo?
Non facile. Come spiegato sopra, loro di natura appartengono al "Less is more". Però come tutti sappiamo, molto tempo è passato da Mies e il mondo si è fatto più complesso.
In effetti, tutti gli studenti di architettura imparano abbastanza in fretta che c'è un tale tedesco che produce questa importante verità del "Less is more". Procedendo negli anni, gli studenti più sofisticati vengono poi esposti a una serie di altre verità in controtendenza rispetto alla prima.



Un certo Robert Venturi dichiara bellamente che "Less is a bore" (il meno è una noia). Se poi si prova ad affacciarsi al mondo della moda, sembrerebbe di vivere in un mondo capovolto. Gianfranco Ferré dichiara impunemente che per lui "More is more", ancora più chiaro Gianni Versace che suggeriva una versione che suonava all'incirca così: "Less is a snore" (il meno è uno sbadiglio).



In verità, la lista delle possibili derivazioni del celebre aforisma di Mies è abbastanza lunga (peraltro raccolta con grande intelligenza da Alan Fletcher nel suo straordinario: The Art of Looking Sideways (Phaidon, 2001).

C'è Frank Lloyd Wright che dice: "Less is more only when more is no good" (Il meno è il più solo quando il più non è buono), Theo Crosby che dice un tranciante: "Less is less", Norman Foster che in maniera un po' scontata ci suggerisce di "Achieve more with less" (ottenete di più con meno), fino ad arrivare a Ettore Sottsass e William Shakespeare. Sottsass dice: "Io sono massimalista, il minimalismo è molto protestante" mentre Shakespeare suggerisce un definitivo: "More matter with less art" (più significato con meno arte).

Quest'ultimo lavoro di MARC a Torino può dunque essere analizzato esattamente in questi termini. Del rapporto tra less, more ed eventuali altri avverbi e/o aggettivi.



È come se portati a compimento una serie di progetti che vivevano di semplicità e secchezze assolute in questo ultimo lavoro i nostri due progettisti provassero a esplorare il passaggio dal mondo della virtù (su cui sono bravi e apprezzati e si districano tutto sommato bene) per avviarsi sugli impervi sentieri del vizio.
E questo passaggio secondo me non riesce completamente (cioè, non riesce per nulla).



La nuova sede di Domino è perfetta e ineccepibile in tutti quei passaggi in cui la ricetta progettuale è molto tesa, secca e virtuosa (la facciata su strada, il vano scala, il terrazzo sul tetto o l'ambiente tutto giallo nel piano interrato), mostrando il fianco in tutti i quei passaggi (e non sono pochi) in cui invece vorrebbe diventare viziosa (vedi per esempio il foyer d'ingresso o la sala del brainstorming o la stanza "interactive".

Qui può essere utile fare una pausa.

Nella prima parte di questo testo sono stati citati una serie di progettisti moderni e contemporanei torinesi.
Alcuni conosciuti, alcuni (ingiustamente) dimenticati. I lettori più smaliziati (o più banalmente, i lettori torinesi) avranno però notato una mancanza. Piero Derossi.
Cioè, per essere più precisi Giorgi Ceretti, Piero Derossi e Riccardo Rosso.
In effetti, in tutta sincerità, c'è una seconda mancanza significativa (abbastanza grave): Sergio Jaretti e Elio Luzi, ma di questi altri due torinesi sempre in incerto bilico tra virtù e vizio ne parliamo poi un'altra volta sennò ci dilunghiamo troppo e non si arriva al punto.



Adesso, senza entrare nei dettagli di carriere professionali molto articolate e complesse, un passaggio che io non sono mai riuscito a capire è la traiettoria progettuale e poetica di Piero Derossi. Autore di progetti di bellezza e intelligenza selvaggia (il Piper è del 1966, le ville a schiera sulla collina torinese sono del 1967, la villa di Lucca è dell'anno successivo, con quell'altro capolavoro che è la scuola materna in corso Emilia a Torino, nel 1979).
Prendiamo le ville a schiera sulla collina torinese. È un progetto assoluto. Vent'anni avanti rispetto al gruppo. Indifferentemente se per gruppo intendiamo gli altri progettisti torinesi o gli appartenenti alla meglio cultura internazionale. Dopodiché nella carriera di Derossi capita un non so cosa e inizia una seconda stagione dove si abbandona la virtù (di cui era un indubitabile maestro) per avventurarsi in progetti che vorrebbero essere viziosi ma che non ci riescono mai.
Lasciandomi con l'amaro in bocca perché alla fine non c'è più la virtù ma neppure il vizio.
O meglio, c'è un vizio, ma è un vizio che non funziona, come fossero le sigarette al mentolo o di cioccolato (se deve essere vizio che sia assoluto e devastante, non che ti gratti il naso o che metti i gomiti sul tavolo).

Ecco. A me sembra che Michele Bonino e Subhash Mukerjee stiano correndo questo rischio.
Essendo che ci conosciamo da tanti anni e che la mia stima (personale e professionale) per i nostri è fuori di discussione, posso anche prendermi la libertà di dire cose che altri magari per buona educazione e cortesia non direbbero.



La nuova sede Domino è un bel progetto, riuscito, intelligente, con una sezione realmente ingegnosa. Per certi versi, molto virtuoso. Questo detto, va anche detto che il bancone della reception nel foyer è nel contempo di una bruttezza imbarazzante.
La sala "interactive" era spazialmente ineccepibile, mettendo poi però dei mobili (che saranno sicuramente di celeberrimi designer ma che fanno "so-last-season") l'effetto così sofisticato ottenuto con la sovrapposizione di luce naturale e artificiale (per non parlare della complessa geometria di pianta) viene completamente disintegrato, lasciandomi mortificato e avvilito. Etc. etc. etc.

Tornando agli aforismi snocciolati sopra, se proprio dovessi dire, modificherei la frase di Frank Lloyd Wright: "Less is more only when more is no good" in: "More is more only when less is no good" (il più è più solo quando il meno non funziona). O se preferite, non è affatto vero che il less sia sempre less piuttosto che lo sbadiglio di Gianni Versace. Dipende.
Dipende da tanti fattori.

Ovviamente mi è chiaro che solo chi non prova non sbaglia (da cui massima stima e apprezzamento per i nostri due eroi). Da cui ne consegue anche che quelli che a me sembrano errori sono esperimenti dovuti e necessari. Aspettando di vedere il prossimo progetto.

:-)

Senza però dimenticare che per quanto Molière dica che il vizio interessante vada preferito alla virtù noiosa, le virtù di MARC a me non sono mai sembrate affatto noiose.

Stefano Mirti
s.mirti@interactiondesign-lab.com
MARC. Domino




Progetto:
MARC

Progettisti:
Subhash Mukerjee, Michele Bonino

Collaboratori:
Tommaso Rocca (Project manager), Lucia Baima, Mi-Jung Kim, Julie Labbé

Consulenti:
INGEO srl, Ing. Daniele Forte

Superficie:
950 mq

Committente:
DOMINO S.r.l.

Progetto: 2009
Realizzazione: 2009-2010

Foto:
Beppe Giardino
Michele Bonino e Subhash Mukerjee (1974) fondano MARC nel 2006.
Lo studio è invitato a esporre a La Biennale di Venezia (Padiglione Italia, 2010), alla Royal Academy of Arts (Londra, 2009), al London Festival of Architecture (2008), agli Annali dell'Architettura e delle Città (Napoli, 2007) ed è finalista alla Medaglia d'Oro all'Architettura Italiana (Triennale di Milano, 2009).
MARC è speaker al Congresso Mondiale UIA del 2008 e tiene conferenze a Seul, Belgrado, Mosca, Mumbai. Suoi progetti sono pubblicati su riviste internazionali come "A10", "Abitare", "Casabella", "Domus", "de Architect".
Lo studio ha vinto nel 2007 i concorsi per l'allestimento del Museo Archeologico di Novalesa e per il restauro della Fucina settecentesca di Bruzolo (To); nel 2009 il concorso per la nuova sede della web agency Domino srl; nel 2010 due menzioni speciali nel concorso "La metamorfosi", bandito dalla Città di Torino per gli ambiti di Spina 4 e Scalo Vanchiglia.
Michele Bonino è docente di Progettazione architettonica e urbana al Politecnico di Torino, Subhash Mukerjee presso il programma internazionale USAC.
Collaboratori: Lucia Baima, Cristina Cordeschi, Julie Labbé, Alberto Lessan, Roberta Mazzoni, Francesco Strocchio.
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