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La Element House di Sami Rintala

Matteo Zambelli



Noi sappiamo che l'individuo ha memorizzato, da più di tremila anni, delle coppie di contrari, il bene e il male, la luce e il buio, il caldo e il freddo e via dicendo. E i cinesi ci hanno tramandato fin dai tempi antichi il famoso Yang-Yin che è una unità a forma di disco, formata da due elementi uguali e contrari, uno bianco e uno nero, uno in un senso e uno a rovescio rispetto al primo. Questi elementi rappresentano l'equilibrio instabile della vita, equilibrio che ogni individuo farebbe bene a preoccuparsi di conservare, correggendo gli squilibri man mano che si presentano nel tempo. Un contadino, abituato a vivere in mezzo al verde, sceglierà istintivamente (e molti lo fanno) una tinta rosa per la sua casa. Un'altra persona fugge dal traffico cittadino e va a cercare il suo equilibrio in un posto tranquillo in mezzo alla natura. Una persona che lavora tutto il giorno con i numeri, troverà il suo equilibrio nella pittura. Tutti questi elementi equilibratori sono esattamente i contrari di ciò che ha causato lo squilibrio. È naturale quindi, è spontaneo, che una persona pensando a una cosa, pensi anche al contrario.
Bruno Munari, Fantasia



La montagna mi sconvolge.
In montagna, ma nella natura in generale, non riesco a pensare, vengo letteralmente sopraffatto dalla sua forza, che mi lascia inerme in balia dell'enormità.
Sopraffatto dall'immensità, sono niente, annichilito: non vorrei essere uomo, ma essere parte dell'atmosfera, essere atmosfera, quella stessa che tutto respiro.
È sgomento: il confronto con la dismisura, tempo e spazio infiniti, io, niente nel tempo e nello spazio.
Percepire la vastità è una "sofferenza beata": sofferenza per l'impossibilità che ho di afferrare quella vastità, beata proprio per l'impossibilità di afferrarla-possederla.
Però mi accorgo della beatitudine sofferta solo quando riesco a meditare, a pensare, ovvero quando sono al riparo dalla nuda immersione nella natura e riesco a frapporre fra me e lo spazio infinito una dimensione finita che mi dia respiro, uno spazio rapportabile a me da cui guardare l'infinito della natura senza esserne sopraffatto, senza esserne sconvolto e senza desiderare di essere totalmente altro.

[13mar2006]
Il finlandese Sami Rintala, dapprima insieme al socio Marco Casagrande e poi da solo nella "Element House", si è specializzato in questo genere di costruzioni capaci di mediare e contenere gli estremi, luoghi per meditare e riflettere guardando la natura senza esserne sopraffatti.
Le installazioni-costruzioni di Rintala-Casagrande hanno occupato e occupano una condizione intermedia fra architettura e arte, si dispongono in quel luogo dove i confini fra le discipline si offuscano, tanto è vero che molti critici si sono chiesti se fossero architetti o artisti, e Marco Casagrande non ha avanzato dubbi in proposito: "Mi considero un architetto. Tutti i metodi e il pensiero che stanno dietro al nostro lavoro sono architettonici. Ma qualche volta troviamo che raggiungere una soluzione architettonica attraverso un miscuglio di discipline sia più facile o più arricchente". (1) Ma non solo. Attraverso le installazioni artistiche riescono a comunicare quanto attraverso la sola architettura è probabilmente più difficile, come riconosce Rintala: le mostre e le biennali "sono un'opportunità per dire qualcosa che l'edificio non è in grado di affermare" (2), e per loro il messaggio, etico, è fondamentale, considerandosi degli umanisti, oltre che architetti che fanno incursioni artistiche.

 

Di seguito non parlerò delle loro installazioni prettamente artistiche (per esempio "1000 White Flags", 2000) o paesaggistiche (per es. "Land(e)scape", 1999; "Convoy", 2000) o del loro viaggio-deriva per 15.000 chilometri da Helsinki a Hokkaido raccogliendo oggetti di vario genere, come icone religiose o pacchetti di sigarette, martelli, e foto delle comunità attraversate poi esposte in un vecchio stabile, ma descriverò alcuni padiglioni che anticipano l'Element House e sviluppano il tema del rapporto uomo-natura-artificio nel delicato equilibrio fra ancestralità ed educazione. La figura architettonica ricorrente, in questi interventi, è il recinto, che circoscrive un pezzo di mondo dove uomo, brani di natura ed elementi artificiali si incontrano in una sorta di atto di sintesi dove la vastità profonda convive con l'estremamente piccolo. Il recinto definisce una pausa, un punto di accumulazione, dove il semplice atto di entrare può rivelarsi un momento catartico per le persone capaci di spogliarsi dalle contingenze e di cercare l'essenziale attraverso il pensiero e la meditazione.





Nel padiglione "Sixty Minute Man" (2000), realizzato insieme al vecchio socio Marco Casagrande per la 7a Biennale di Architettura di Venezia, una chiatta, ricavata da una nave da carico abbandonata (il riuso di pezzi o parti di elementi abbandonati è un altro tema caro a Rintala-Casagrande), viene riempita di ghiaia e vengono piantate delle querce. Le murate della chiatta isolano le persone dalla realtà e circoscrivono una porzione di cielo. Natura e artificio si incontrano: yang-yin. È uno spazio per ritagliarsi-ritirarsi all'interno della città e per meditare, per pensare. In "Chain Reactor" (2002), a Montreal, Rintala-Casagrande ricavano all'interno di un contesto fortemente urbanizzato un cubo le cui cinque pareti vengono realizzate con un chilometro di catene riciclate da un porto. Dentro il cubo, appoggiate sulla ghiaia ci sono quattro panche raccolte attorno ad un focolare, come dice Rintala l'esperienza è ancestrale: "il lavoro si fonda su una semplice esperienza: stare seduti attorno al fuoco, godersi il suo calore e guardare le fiamme sono parte di una memoria comune." Ancora gli opposti sono chiamati a incontrarsi: il fuoco, elemento naturale ancestrale, all'interno del massimo dell'artificio, la città.

"Potemkin/ Post Industrial Meditation Park" (2003) per l'Echigo Tsumari Art Triennial è un parco dove ci sono spazi per giocare, per riunirsi e per riflettere. L'intervento, capace di integrare un tempio preesistente, degli alberi insieme a dei vetri rotti e dei vecchi macchinari, si ritaglia, con dei muri in ferro arrugginito, in un dolce pendio fra i campi di riso e il fiume Kuramata. Anche qui la natura viene circoscritta attraverso l'artificio che delimita alcune viste verso il paesaggio, ma soprattutto dà una dimensione umana.

Di "Forest Observatory" (2004) nel Kirishima Open Air Museum, a Kuyshu in Giappone, ecco quanto racconta Sami Rintala: "Quando mi addentrai per la prima volta nella fitta foresta, iniziai istintivamente a camminare in silenzio e ad ascoltare attentamente. Non era possibile vedere chiaramente per più di venti metri, ma le cose incoraggiavano più di quanto fosse possibile sentire. Questa piccola foresta è ricca di suoni che diventano misteriosi dal momento che la loro sorgente è nascosta; strani uccelli, il crepitio degli animali fra i cespugli, il vento sulle cime degli alberi. La nebbia, spesso presente, rafforza questa esperienza. Se si rimane immobili per un po', diventa un universo che si vorrebbe capire più in profondità. Forse, se si ascolta abbastanza pazientemente, esso si rivela. In silenzio e in allerta, si diventa ancora parzialmente animali. Questo strumento architettonico, il "Forest Observatory", costruito dentro gli alberi, è pensato per aiutare le persone a capire la natura. Raccoglie e ospita i suoni e offre ricoveri mirati alla percezione. La corte interna è una stanza acustica articolata, chiusa, che stimola una conversazione silenziosa. Il concetto è basato su una semplice osservazione, che in certi momenti un sussurro è più potente di un urlo." Ancora una volta l'architettura diventa un punto di sospensione nella natura e lo strumento per riuscire a meditare nella natura: artificio e natura collaborano per suscitare l'esperienza meditativa e facilitare il nostro legame ancestrale con la natura.







L'"Element House" di Sami Rintala fa parte dell'APAP -"Anyang Public Art Project"-, la prima manifestazione artistica ad Anyang Resort (3), una famosa località turistica della Corea.
L'APAP, che nelle intenzioni degli organizzatori dovrebbe avere una cadenza biennale, ha come scopo la conservazione e la promozione del paesaggio naturalistico di Anyang Resort, oggi a rischio di estinzione a causa di progetti speculativi poco sensibili alle problematiche ambientali. Per evitare ulteriori scempi e proporre un modello rigenerativo attraverso le idee creative sono stati invitati a realizzare lavori permanenti architetti e artisti, designer e artisti per curare installazioni temporanee e, per il primo anno, è stata commissionata a Dominique Perrault una mostra dal titolo "New Trends of Architecture in Europe and Asia-Pacific" insieme a un simposio internazionale. Tutti, artisti e architetti, sono stati inoltre invitati a collaborare fra di loro, alla ricerca di una sorta di "total design", e a coinvolgere abitanti e studenti del luogo per condividere la manifestazione radicandola nell'esperienza viva di tutti coloro che poi vivranno qui, rendendoli più consapevoli e quindi capaci di accettare ciò che altrimenti correrebbe il rischio di sembrare un'imposizione.

Lo scopo dei diversi lavori, siano essi architettura o installazioni artistiche, è il raggiungimento de "l'armoniosa relazione fra società, spirito umano e natura attraverso un equilibrio dinamico. La razza umana si è piazzata al centro del mondo, ha cercato di controllare la natura e l'ambiente, e anche riorganizzato l'ordine di Madre Natura. Comunque, ora bisogna mettere fine a tutto ciò in modo che si possa ristabilire una comunicazione, interazione, collaborazione e condividere noi stessi e Madre Natura nelle nostre vite. Per ispirare questa condizione di fratellanza, noi, in quanto esseri umani, dobbiamo capire che anche un po' d'erba può contenere in sé l'intero universo." (4)



Sami Rintala in tutti i suoi lavori è sempre riuscito a comunicare con e attraverso il mondo della natura, il referente di tutti i progetti (chi è nato e vissuto dove c'è una natura potente, come nei paesi scandinavi, non riesce a rinunciarvi), e a provocare quella dimensione speculativa che il programma dell'APAP richiedeva. L'"Element House", realizzata ad Anyang Resort in Corea, è uno spazio per la meditazione religiosa e spirituale stimolata da un paesaggio meraviglioso, ma protetti in una sorta di casa archetipica da cui guardare la natura -una natura circoscritta in porzioni di cielo, foresta e suolo- avendo l'impressione di poter "misurare" l'infinito.

Il padiglione è formato da un cubo rivestito in ferro arrugginito su cui si aggrappano quattro cubi: due sono mirabilmente sospesi nel vuoto, contro ogni legge di gravità, un terzo è appoggiato sul terreno, il quarto, l'unico non di legno, è scavato nel suolo. Ogni piccolo spazio include una suggestione per l'uso e la presenza simbolica degli elementi di base: fuoco, acqua, aria, terra. I materiali sono stati scelti per imitare il colore della natura circostante. La presenza degli elementi naturali non è solo simbolica né solo imitativa, la natura entra dentro l'edificio-artificio e lo anima, la terra è dentro la casa, l'aria la fa respirare, la luce la colora, il cielo le offre il suo riparo. Come direbbe Tadao Ando: "Elementi come la luce e il vento acquistano significato solo quando sono introdotti all'interno di un edificio astraendoli dal mondo esterno. Frammenti di luce ed aria richiamano l'intero mondo naturale. Le forme che ho creato sono cambiate e hanno acquistato significato grazie ad elementi naturali che segnano il trascorrere del tempo e delle stagioni e al legame con gli eventi della vita umana." (5)

L'"Element House" diventa il luogo dove finito e infinito, artificio e natura si incontrano, lo spazio in cui convivono in equilibrio dimensioni estreme: perché per meditare non bisogna trovarsi agli estremi, ma essere fra gli estremi.

Matteo Zambelli
NOTE:

1. Adam Mornement, "Architecture: when attitudes become form", in www.contemporary-magazine.com/architech44.htm.
2. Ibidem.
3. Il nome Anyang ebbe origine da un antico tempio buddista Anyang-sa, costruito nel 900 dopo Cristo. Nei tempi passati Anyang è stata il centro del buddismo. Nel buddismo Anyang significa la terra della felicità, della beatitudine e del conforto dove ognuno si sente a casa propria e si riposa. Quindi, indica un posto ideale dove tutto va bene e c'è solo soddisfazione e felicità senza pena. Questa storica tradizione buddista spiega la scelta degli organizzatori di proporre, fra gli altri, il tema del padiglione dove ristorare animo e spirito per raggiungere lo stato di beatitudine promesso da Anyang.
4. Dalla relazione del bando di partecipazione all'APAP.
5. Tadao Ando, From Self-enclosed Modern Architecture Toward Universality, in "The Japan Architect", maggio 1982, citazione tratta da "Casabella" 608-609, gennaio-febbraio 1994, p. 14.
Tutte le immagini pubblicate in questa pagina sono di Park Wan Soon.

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la sezione Artland curata da
Elena Carlini e Pietro Valle


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