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"Less" is Less



La mostra Less, Strategie Alternative dell'Abitare, curata da Gabi Scardi e visibile al PAC di Milano fino al 18 giugno, offre uno spaccato delle riflessioni degli artisti sul tema dell'abitare contemporaneo. Survival kits, mobile units, estensioni del corpo, protesi ludiche, microcosmi temporanei per l'immaginario e testimonianze di appartenenza alle nuove geografie urbane sono tutte forme con cui l'arte definisce nuove spazialità mobili per l'individuo. Pietro Valle visita la mostra e descrive la salutare volontà demisitificatoria degli artisti presenti nei confronti del tema dell'abitare.



"Si dice che apparteniamo ad una società mobile, e tuttavia non possiamo ignorare il fatto che ci stiamo isolando sempre di più all'interno dei nostri mondi individuali privatizzati."
Andrea Zittel



Mobilità e isolamento, sono due facce dell'abitare contemporaneo che emergono dalla frase del Diary #1 di Andrea Zittel, una delle artiste della mostra Less, Strategie Alternative dell'Abitare visibile al PAC di Milano fino al 18 giugno. Mobilità può voler dire dinamismo, comunicazione, ubiquità ma anche esproprio, sradicamento, migrazione forzata. Isolamento implica privatizzazione, intimismo, rifugio ma anche difesa della proprietà, aggressività, ghettizzazione. Non esistono più confini netti tra spazio pubblico e privato che aiutano a definire un contesto unitario per l'abitare contemporaneo. Chi ricerca un luogo fisico o immaginario per esso, trova che l'idea di appartenenza è continuamente espropriata da forme d'instabilità, siano esse quelle del consumismo che induce bisogni continuamente diversi o quelle politico-economiche che obbligano interi gruppi a spostarsi per vivere. Ripensare le nuove forme dell'abitare oggi implica confrontare l'idea di non appartenenza e la sua conseguente polverizzazione in microcontesti del desiderio sempre più labili e veloci, gli unici forse concessi all'individuo oggi. Quali forme fisiche sono capaci di incorporare ciò? E, soprattutto, chi è capace di definirle? Georges Bataille nel 1929 diceva che "L'architettura è l'espressione dell'essenza di ogni società… Ma solo l'essere ideale della società, quello che emette ordini e divieti in modo autoritario trova espressioni nelle composizioni architettoniche nel senso stretto del termine" (1).

[05jun2006]

Dre Wapenaar, Treetent.

Lo scrittore francese, prendendosi gioco dell'avanguardia modernista, aveva già capito che le proposte dei progettisti, anche quelle apparentemente più avanzate, sono comunque inserite in meccanismi di potere per essere accettate, condivise e prodotte. Nell'inseguire il pragmatismo del "costruire comunque" o il "realismo sporco" del Junkspace, l'architettura, dagli anni '90 in poi, ha perso qualsiasi carattere di ricerca e non è stata capace di elaborare teorie che non fossero cosmesi di un reale già esistente, avallandone l'omologazione nei meccanismi di mercato. In ciò ha annullato il suo potere di immaginare dimensioni altre e ha soprattutto perso contatto con l'individuo.

Si deve all'arte contemporanea, la riflessione più lucida sul significato dello spazio pubblico e di quello privato negli ultimi anni. Consci di un progressivo isolamento dell'architettura in un territorio allo stesso tempo troppo autonomo e troppo influenzato dalla comunicazione, gli artisti hanno riscoperto lo spazio in maniera non strumentale ricercando quella che Michel De Certeau chiama "la necessità di articolare una geografia seconda, poetica, sopra la geografia del senso letterale" (2). Nel fare ciò hanno abbandonato le tradizionali categorie artistiche, impegnandosi in progetti reali, costruibili, socialmente impegnati, che definiscono nuove forme per l'abitare non direttamente appropriabili dal mercato. In Less, Strategie Alternative dell'Abitare, Gabi Scardi ha avuto il grande merito di raccogliere una panoramica di alcune delle più interessanti sperimentazioni artistiche sul tema dell'abitare, includendo protagonisti storici e giovani, tutti presenti con episodi installativi di fattura diversissima. Le espressioni che si incontrano in mostra lambiscono territori condivisi con l'architettura ma lo fanno da un punto di vista processuale, negando al progetto la capacità di definire (e quindi di imporre) un modello assoluto e definendo invece molteplici centralità in movimento, occasioni per l'abitare viste più come eventi resi possibili da estensioni dinamiche dello spazio individuale.

 
Krzystof Wodjczko, Homeless Vehicle..

Il corpo è visto come entità prima da proteggere e supportare in un mondo senza fissa dimora nello storico Homeless Vehicle di Krzystof Wodjczko, sorta di carrello della spesa dove riporre i resti trovati per strada e dormire al riparo, costruito insieme ai barboni di New York sin dagli anni '70. Il corpo è anche campo di forze da estendere con giacche a vento che diventano sacchi a pelo, tende, bivacchi e legami dal singolo alla comunità nelle Body Architectures della scozzese Lucy Orta. L'idea di protesi, in una dimensione che va oltre al vestito o al supporto medico è presente in diversi lavori. Essa non è sempre commisurata a bisogni funzionali ma definisce estensioni oniriche a scale diverse. Nell'Adjustable Wall Bra di Vito Acconci il corpo diviene fantasia ingigantita e ricettacolo dove accomodarsi, in un ironico ritorno al seno materno. In senso riduttivista l'Arc de Triumph for Personal Use di Jimmie Durham, è invece struttura precaria, un portale fatto di appendiabiti e stampelle rotte con intento decisamente anticelebrativo.


N55, Snail Shell System.


Mircea Cantor, The Landscape is Changing.


Vito Acconci, Adjustable Wall Bra.

Diverse sperimentazioni propongono capsule mobili e oggetti d'uso per situazioni d'emergenza con valenze alternativamente funzionali o poetiche. Lo Snail Shell System dei danesi N55 è casa e mezzo di trasporto allo stesso tempo: offre rifugio, rotola e galleggia adattandosi a diverse situazioni. Di forma cilindrica è anche l'Hippo Water Roller della slovena Marjetica Potrc, pensato per aiutare le donne a trasportare l'acqua nei paesi in via di sviluppo. L'incontro tra mobilità e spazio del desiderio è messo ironicamente in mostra nel Maxi Capsule Luxus dell'Atelier Van Lieshout, prototipo di capsula/alcova destinata al piacere dei sensi e tappezzata internamente di moquette rossa. Di natura più evocativa è invece il nido Treetent dell'olandese Dre Wapenaar, autore di bellissime sperimentazioni con tende di diverse forme. Il più provocatorio e "politico" dei survival kits presenti in mostra è sicuramente il paraSITE dell'americano Michael Rakowitz, involucro fatto di sacchetti della spazzatura cuciti tra loro che si gonfia attaccandolo agli sfiati dei sistemi di ventilazione posti all'esterno degli edifici di New York per delineare un morbido rifugio per gli homeless. Mentre gli altri involucri paiono autosufficienti, paraSITE offre il suo commentario sullo spreco quotidiano della metropoli, sfruttandone l'energia altrimenti sprecata. Non sempre l'abitazione riesce ad essere autosufficiente e si lega ad altri sistemi definendo così una relazione collettiva.


Michael Rakowitz, paraSITE.

Se questi involucri modulari ambiscono alla serialità e sono volutamente industriali, altre installazioni offrono visioni più personali. My Yurt dell'artista greca Maria Papadimitriu propone una rivisitazione della tenda dei nomadi mongoli dove riposarsi su tappeti circondati da una soffusa musica bizantina. A to Z Living Unit di Andrea Zittel pone invece tutti i cliché del salotto-bene (tavolino, poltrona, specchio e mobiletto bar) in un unico contenitore richiudibile offrendo un commento sulla transitorietà dell'idea di comfort. L'involucro abitato cresce, è fatto di diversi pezzi che crescono nel tempo nella Caracas: House with Extended Territory della già citata Marjetica Potrc e nella Tana del collettivo milanese Wurmkos, sorta di interno infinito i cui muri sono riempiti da disegni a più mani che si depositano nel tempo. Siah Armajani, l'artista iraniano attivo negli Stati Uniti fin dagli anni '70, presenta invece diverse strutture che richiamano a categorie conosciute ma non sono interamente riconducibili ad esse: gazebi, ponti, panche, leggii. Con lui anche la categoria dell'arredo è ricontestualizzata e diviene occasione per definire oggetti a reazione poetica.


Lucy Orta, Nexus Architecture.

Less non offre solo ambienti o prototipi ma anche altre riflessioni sul significato di dimora legate al tema dell'appartenenza alle nuove geografie urbane. Il binomio casa-città è esplorato con opere sicuramente più concettuali. Uno dei lavori più interessanti in mostra è sicuramente il video The Landscape is Changing dell'albanese Mircea Cantor dove un corteo silenzioso attraversa le strade di Tirana reggendo specchi che offrono un'immagine moltiplicata e vibrante di tutto quello che gli sta intorno. Se la città è appartenenza, dice Cantor, allora noi tutti dobbiamo contribuire alla sua definizione, essa è il riflesso della nostra personalità. Le voci delle diverse etnie che abitano a Milano accompagnano il visitatore lungo il marciapiede esterno al PAC nell'installazione sonora La Soglia delle Parole di Silvio Wolf, evocando il panorama interattivo dell'urbanità ma anche le sue barriere di incomprensione. Una mappa della Milano multietnica ci è data anche da Wider City, di Luca Vitone, sorta di guida obliqua a una realtà altra.


Marjetica Potrc, Hippo Water Roller.

La distanza tra desiderio di appartenenza e realtà costruita è esplorato in due lavori rispettivamente del cubano Carlos Garaicoa e dell'israeliana Karen Amiran. In Somebody's Architecture, Garaicoa documenta una serie di edifici lasciati non finiti all'Avana, sorta di rovine del futuro, e ne completa le parti mancanti, inventandosi un destino possibile per essi. Nel video Israel-American Medical Center, la Amiran visita una megastruttura mai finita degli anni '70 con il progettista originale e incontra uno squatter solitario e un violinista che viene qui a provare, incrociando aspettative incompiute e destini inattesi. Il dimorare è qui atto preminentemente storico dove le rovine di una modernità incompiuta producono frammenti che diventano occasioni per immaginare altre forme di collettività. L'abitare in Less emerge quindi non solo dalla prefigurazione di nuove mobilità o da allestimenti di sogni compiuti ma anche da meccanismi collettivi in process e da narrazioni legate alla presenza degli scarti del tempo. In questa capacità di cogliere i segni di un abitare problematico, Less offre molteplici direzioni possibili senza privilegiarne una. Questo nuovo expanded field è interattivo e semanticamente "sporco": non esiste più una percezione ordinaria. Il titolo, volutamente diminutivo, indica una salutare volontà di demistificazione della capacità di definire una volta per tutte l'abitare. Solo rinunciando alle certezze e ai modelli precostituiti possiamo esplorare il reale in tutta la sua complessità. Sarebbe auspicabile che gli architetti si accorgessero di questa possibilità data dall'arte: less is less senza nostalgie per forme compiute.

Pietro Valle
pietrovalle@hotmail.com
NOTE

1. Georges Bataille, "Architecture" (1929) in Oeuvres Complètes, Parigi 1971-88.
2. Michael De Certeau, L'invenzione del Quotidiano, Roma 2001, pp. 160-161.
Le immagini sono tratte del catalogo Less, Strategie Alternative dell'Abitare, 5 Continents Edition, Milano 2006.
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la sezione Artland curata da
Elena Carlini e Pietro Valle


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