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Artland

 
Marsiglia interrotta

Pietro Valle



1. NATURA URBANIZZATA. L'Estaque, periferia nord di Marsiglia. Qui nell'Ottocento arrivavano i treni da Parigi, caricando materie prime arrivate dal mare e depositando sulla costa le nuove ondate di turisti di massa che venivano a svernare sul Mediterraneo. L'accidentato paesaggio della Corniche con i calanques giallastri assorbe ogni cosa: le case di pescatori del borgo antico, le fabbriche ottocentesche, i piloni della ferrovia sembrano tutti fatti dello stesso materiale e coperti dal suo filtro cromatico.


L'Estaque.

Le rocce sono sedimenti stratificati, rotti da fratture oblique che staccano blocchi regolari visibili in chiaroscuro sotto l'inesorabile luce del Mediterraneo. Quest'orografia, massiccia e frammentata, mima la condizione della città di Marsiglia che ha accumulato successivi livelli di civiltà nel proprio ventre ed è segnata dalle cesure di una tormentata storia moderna. Il mimetismo tra rocce e abitato non è però solamente una condizione del genius loci: è parte di una tradizione dello sguardo moderno che ha origine proprio qui.

[18 luglio 2010]

Paul Cezanne. L'Estaque, 1886.

  L'Estaque era luogo amato dai pittori sin dalla metà dell'Ottocento: qui Cezanne iniziò a scomporre i volumi pittorici dei calanques, qui i Fauves, Derain e De Vlaeminck, coloravano il mare di rosso, qui il Cubismo Analitico di Picasso e Braque fagocitava case e scogli in un'unica massa spezzata da punti di vista mobili. È come se il nuovo modo di vedere, figlio dell'industrializzazione di Parigi, si fosse coagulato a contatto con l'orografia del Midi, con la luce del Mediterraneo e con l'archeologia disordinata delle città di questa regione. La frammentazione del Moderno acquista consistenza materica attraverso un'unica massa litica che unisce aggregazioni temporanee di case e rocce. La modalità dello sguardo sembra estendersi alla condizione insediativa: Marsiglia è una sorta di orografia abitata, occupata da successive ondate migratorie e soggetta a diversi tentativi d'imposizione di un ordine autoritario che hanno provocato distruzione, spoliazioni e migrazioni forzate all'interno della città. È come se l'alternanza di stratificazioni e cesure nelle rocce metamorfiche dell'Estaque incorporasse una condizione interrotta che segna l'identità di Marsiglia. Per questo, il piccolo villaggio costituisce una delle possibili chiavi per iniziare a esplorare la città.




Georges Braque, Maisons à L'Estaque, 1909.


  2. PORTO E LAVORO. Marsiglia, seconda città della Francia, fu fondata dai Fenici che arrivarono dal mare attorno al 600 A.C. Il porto di Massalia si sviluppò con ondate di successive immigrazioni che formano, ancor oggi, un'identità stratificata, multietnica e cosmopolita: greci, italiani, spagnoli, corsi, nord africani, maghrebini, armeni, vietnamiti e, più di recente, comunità dall'Est Europa animano i diversi quartieri della città. Nell'Ottocento la città divenne ricca con lo sfruttamento delle colonie, sia come porto d'ingresso per le materie prime sia per la loro lavorazione. Merci come il sapone, l'olio e lo zucchero identificano la città ancora oggi. Nel Secondo Impero, il porto di Algeri divenne il centro amministrativo e militare delle colonie francesi. Durante la Seconda Guerra Mondiale, Algeri ospitò il comando delle forze alleate in Nord Africa e svolse il ruolo di capitale provvisoria della Francia. Dalla cattura del porto di Algeri nel 1830 fino all'indipendenza nel 1862, Marsiglia e Algeri si svilupparono come due immagini riflesse l'una dell'altra. Quest'identità gemella, vicina e parallelamente separata dal mare, configura la presenza dell'Africa Mediterranea che anima i quartieri proletari di Marsiglia. L'abitare, denso e parassitario, tende a riformare la casbah in diversi contesti abitativi come se la gente non conoscesse altri tipi di spazio pubblico.


Promenade de La Corniche, sovrapposizioni.

Sin dai tempi della sua prosperità, Marsiglia è nota ai francesi come la ville populaire, la città operaia. Dopo la seconda guerra mondiale è diventata anche la ville socialiste, riconoscendo una tradizione di indipendenza della classe operaia che ha visto negli ultimi secoli diverse insurrezioni e conseguenti imposizioni di ordine autoritario da parte dei governi della città. La formazione attraverso successive ondate migratorie che sostituivano quelle precedenti e la dislocazione d'interi gruppi sociali hanno prodotto una forma urbana decentrata che non segue il classico schema con il centro ricco e la periferia povera. Marsiglia è un aggregato di comunità-villaggio dislocate in luoghi e contenitori diversi: troviamo la casbah del Vieux Port nel cuore della città e i ricchi quartieri giardino nei sobborghi.


Francois Kollar, Marseille et Phocea, 1935, il Pont Transbordeur e la dea mediterranea si incontrano in un fotomontaggio surrealista.


Henry Labourdette, torri residenziali, 1959, un quartiere centrale abitato esclusivamente da maghrebini.

  Accanto a questi ultimi convivono, tuttavia, i grandi contenitori delle case popolari, veri e propri termitai zeppi d'immigrati e forti di un'identità di quartiere che li trasforma quasi in minicittà indipendenti. La solidarietà della classe operaia formava il cemento sociale che teneva insieme le diverse popolazioni di Marsiglia.

Con la fine del colonialismo, tuttavia, questo cemento cominciò a disgregarsi. L'esodo dall'Algeria conseguente alla guerra d'indipendenza portò un aumento improvviso della popolazione, con l'arrivo in Francia di un milione e mezzo di pieds noirs (cittadini francesi nati in Nord Africa) che si stabilirono prevalentemente attorno a Marsiglia. Mentre la popolazione cresceva senza controllo, il commercio marino e la produzione soffrirono una grave crisi dovuta alla perdita delle colonie e alla deindustrializzazione. Sin dalla metà degli Anni Settanta, la percentuale dei disoccupati a Marsiglia è il doppio della media francese e questa erosione sociale ha minato la solidarietà sociale e comunista della città. Negli anni Ottanta, una politica razzista basata sul controllo dell'immigrazione si è diffusa in città con il Front National di Le Pen che, da allora, ha guadagnato sempre più voti. La corruzione è dilagata nel governo della città producendo personaggi come il miliardario Bernard Tapie che acquisiva consensi attraverso una forte presenza mediatica e la proprietà della locale squadra di calcio mentre, dietro le quinte, serviva gli interessi della malavita. (1)

La crisi del lavoro ha portato una diffusa decadenza urbana con ampie zone di degrado dislocate a macchia di leopardo nei vari quartieri (anche quelli ricchi o ex-tali). Il fantasma dell'identità coloniale aleggia ovunque e il razzismo dilagante è, ancora una volta, l'immagine riflessa della condizione di Algeri, devastata negli ultimi decenni dall'integralismo islamico cresciuto in quartieri popolari identici a quelli di Marsiglia. Un paesaggio diviso in blocchi separati e una crescente erosione uniscono rocce, abitato e tessuto sociale di Marsiglia. L'esplorazione della città non è mai lineare ma è segnata dalla continua scoperta di realtà nascoste in luoghi dove esse non sono attese.





3. L'IMPOSIZIONE DELL'ORDINE, LA VITA ALTROVE DA SÉ. Città di commerci, di ricchezza accumulata e di forte identità delle sue comunità, Marsiglia ha da sempre sviluppato uno spirito di autonomia, propenso all'autogoverno e recidivo a imposizioni dall'esterno. Nel corso dei secoli è stata oggetto delle mire dei vari stati ed eserciti, francesi e non, che hanno cercato di annetterla e che si sono tutti regolarmente scontrati con la sua indipendenza. Ogni guerra, ribellione e rivolta hanno visto la parallela distruzione di parti di città e l'erezione di strutture pubbliche imposte dall'alto. Nel 1660, Luigi XIV, per annettere la città al regno di Francia, dovette sopprimere il consiglio cittadino, placare una rivolta con l'invio dell'esercito ed erigere il forte Saint-Nicolas, una base militare che ancor oggi domina con la sua mole l'insenatura del Vieux Port. Il 1789 vide l'aggregazione di un grande numero di rivoluzionari che conquistarono le basi militari della città e marciarono su Parigi intonando quella Marseillaise che è ancor oggi l'inno nazionale.


Case popolari della ricostruzione postbellica risalgono la Corniche.

La Comune del 1871 provocò una vera e propria guerra civile repressa nel sangue che ebbe come conseguenza una prima opera di pulizia urbana dei vecchi quartieri: furono creati ampi boulevard e isolati urbani, con una vera e propria Haussmanizzazione che aveva come scopo il controllo sociale delle comunità proletarie. L'evento estremo del difficile controllo della città fu la distruzione pianificata dell'intero quartiere Vieux Port da parte dei Nazisti nel 1943 con la deportazione della popolazione ivi residente. La ricostruzione del cuore della città da parte del team di architetti guidato da Fernand Pouillon è un caso emblematico di reinvenzione architettonica: esso, tuttavia, non è un episodio isolato e si pone all'interno di una tradizione tutta Marsigliese di straniamento urbano.


Foto aerea del porto di Marsiglia nel 1940 prima della distruzione del Vieux Port.

Ogni ordine imposto ha distrutto una parte della città e ne ha creata una parallela o l'ha dislocato in un'altra posizione; la vita interstiziale e promiscua delle comunità etniche proletarie ha invaso queste nuove parti di città e ricreato la casbah all'interno di strutture moderne non preposte a questa forma comunitaria. La natura medievale-islamica della città storica, il suo uso termitico-parassitario di ogni centimetro quadro anima ancora oggi spazi altri da sé, prolifera negli isolati ottocenteschi, assale i casermoni popolari del secondo dopoguerra. Marsiglia sembra la dimostrazione vivente che non esiste una forma urbana univoca legata a uno specifico modo di vivere la città. Tra la morfologia architettonica imposta e la sua effettiva utilizzazione da parte degli abitanti si produce uno scarto. Ci sono movimenti sociali interstiziali densissimi e l'architettura non corrisponde a quello che mostra all'esterno, con una "migrazione" continua degli usi, degli spazi e dei significati. I ceti popolari, le migliaia d'immigrati maghrebini che animano il centro, occupano gli edifici moderni in modo intensivo quasi essi fossero una sorta di rovina vivente da colonizzare e questo è percepibile anche con una semplice passeggiata nei quartieri attorno al porto. Tra lo sporco che si accumula nelle strade e la presenza fisica delle persone incontrate per strada si crea una profonda analogia: la città è consumata dai corpi che la abitano, i volti sono segnati dall'intensità della promiscuità spaziale. La patina grigia che ricopre la pietra gialla degli edifici di Marsiglia è l'indice della sua urbanità, l'erosione archeologica (e geologica) dei quartieri indica la vitalità dei suoi abitanti. Essa non si fissa mai in una forma unitaria ma trasloca attraverso successive spazialità imposte.


Lo strato di usura della città antica caratterizza fortemente anche i quartieri moderni non rendendo sempre distinguibile una periodizzazione precisa. A esso si assommano i segni delle demolizioni, dei tagli e delle interruzioni non colmate che marcano ancora i confini tra zone sopravvissute e ricostruite. Ogni passaggio da un quartiere all'altro vede ampi slarghi inconclusi, muri di edifici ciechi, dove avrebbero dovuto sorgerne altri contigui che non ci sono più o non sono mai stati eretti. La vita sociale non si sedimenta ma si addensa in spazi inaspettati. Quest'uso entropico e creativo della città da parte dei ceti popolari marsigliesi ha ispirato alcune delle esperienze architettoniche moderne più interessanti della città, dal Vieux Port di Pouillon a l'Unité d'Habitation di Le Corbusier fino alla creazione del Département des Bouches-Du-Rhône di Will Alsop. La ricostruzione radicale di interi quartieri successiva ad eventi cruenti, la creatività dell'occupazione sociale del loro tessuto edilizio e il tradizionale policentrismo di Marsiglia hanno suggerito la possibilità che la città potesse essere dislocata e ricreata in più luoghi, fino a giungere al punto di separarsi completamente dall'esistente.


Vieux Port, la parte sopravvissuta.
Marsiglia ha quindi ispirato una sperimentazione sull'intensità urbana mobile, non radicata in una forma conclusa, capace di reinventare nuove centralità, ricca di stratificazioni sociali ed esplorativa del paesaggio mediterraneo. Le tre esperienze citate di Pouillon, di Le Corbusier e di Alsop formano una sequenza storica che vede una progressiva liberazione dal terreno delle nuove comunità: esse non vanno, tuttavia, viste come sperimentazioni a sé ma in relazione all'esistente. Qui a Marsiglia è lo sradicamento che diviene strumento di dialogo con il contesto, non l'analogia con la città precedente. L'occupazione spaziale di complessi sempre più autonomi da parte del proletariato, è la cifra di un'urbanità segnata da una storia di interruzioni.



4. FERNAND POUILLON E LA RICOSTRUZIONE DEL VIEUX PORT. Nel gennaio del 1943, due mesi dopo l'arrivo dell'esercito tedesco, il capo della polizia Nazista dichiarò che Marsiglia era il "cancro dell'Europa" e che la sicurezza del continente non sarebbe stata garantita finché la città non fosse "purificata". La sua attenzione si concentrava sull'intrico di viuzze che costituivano la casbah del Vieux Port e soprattutto sulla porzione lungo il lato nord del bacino acqueo che penetrava nella città chiamata Le Panier, celebrata nelle descrizioni di viaggio di Walter Benjamin e Joseph Roth nel decennio precedente. Il sovraffollato agglomerato, inaccessibile e nascosto, era esattamente quello che i Nazisti temevano: al suo interno trovavano riparo untermensch di ogni tipo, compresi leader della resistenza, comunisti ed ebrei.


Il fronte del Vieux Port nel 1940 prima della distruzione.

La soluzione estrema fu decisa con una telefonata di Heinrich Himmler: il 23 gennaio del 1943 il Vieux Port fu circondato dalle truppe tedesche, i suoi 20.000 abitanti evacuati e spediti alla stazione ferroviaria di Frejus, dove avvenne una sommaria selezione che spedì molti nei campi di concentramento di Buchenwald, Sobibor e Sachsenhausen-Oranienburg. Nella settimana successiva i tedeschi minarono il quartiere, radendo al suolo 1.494 edifici e risparmiando solo tre vecchi palazzi rinascimentali che corrispondevano ai loro canoni estetici. L'anno successivo fecero saltare in aria anche l'unica struttura moderna della zona, il Pont Transbordeur, simbolica porta d'accesso al bacino del Vieux Port che era stato immortalato nelle fotografie di Laszlo Moholy-Nagy e Florence Henry.


Il Vieux Port visto dal Pont Transbordeur dopo essere stato raso al suolo dai Nazisti, 1944.

La gigantesca montagna di detriti del vecchio quartiere rimase in loco per molti anni e provocò uno straordinario dibattito sulla ricostruzione del cuore della città nei primi anni del dopoguerra. Già nel decennio precedente vi erano state proposte urbanistiche di apertura di nuove strade urbane alle spalle del quartiere per attenuarne la densità: tra esse spiccava quella di Eugene Beaudoin con una serie di "penetrazioni autostradali" tra centro e territorio che univa la cultura compositiva Beaux Arts con la coscienza modernista dell'impatto delle nuove infrastrutture. Il vero problema della ricostruzione del Vieux Port era ora l'immagine da dare al fronte mare che costituiva la prima di una serie di successive quinte urbane che risalivano la ripida collina del porto alle spalle del bacino, visibili da tutta la città. I progetti che si susseguirono, ad opera di architetti perlopiù di provenienza accademica, oscillavano tra la definizione unitaria del fronte mare e la gradazione pittoresca dei diversi livelli che scendevano dalla collina retrostante. Il lavoro del comitato di ricostruzione era impostato come un masterplan che definiva una serie d'isolati e il successivo sviluppo architettonico diversificato degli stessi affidato singolarmente ai membri del team di progettazione.



Pouillon e Devin, La Tourette, 1949-50, corte interna.


Pouillon e Perret, discesa al Vieux Port, 1949-54.


Pouillon e Perret, fronte del Vieux Port, 1949-54.



 
Pouillon e Perret, risalita alla collina dal Vieux Port, 1949-54.

Dopo diverse proposte, nel 1947 il Ministero per la Ricostruzione e l'Urbanistica, guidato da Eugène Claudius-Petit (lo stesso che chiamerà Le Corbusier a realizzare l'Unité d'Habitation) scelse lo schema di André Lecomte. Il progetto però suscitò polemiche perché non risolveva il rapporto tra il fronte mare e la città retrostante. Lungo il molo, proponeva un edificio lineare di 500 metri, un muro opaco rotto solo da sottoportici che lo collegavano a strade retrostanti dove vi erano degli isolati lineari di scala più piccola. Nel dibattito che ne seguì, emerse la figura di Fernand Pouillon, trentacinquenne architetto locale che si era fatto le ossa con la ricostruzione d'emergenza, e che, a cantiere già iniziato, presentò uno schema alternativo. Il progetto Pouillon fu accettato da Claudius-Petit, Lecomte fu estromesso, e al giovane architetto fu affidata la ricostruzione dell'intero quartiere che comprendeva più di 1000 nuovi alloggi. (2)

L'intervento di Pouillon si articolava in due parti: la prima riguardava il promontorio ovest della Tourette, sovrastante il forte San Jean e lo sbocco del porto sul Mediterraneo; la seconda il Panier stesso con il fronte mare di 1200 metri e i terrazzamenti retrostanti. Per quest'ultimo intervento, il Ministero affiancò a Pouillon Andrè Devin e Auguste Perret: il grande maestro del beton armé, all'epoca pluriottantenne, garantiva al team autorità e una protezione politica inattaccabile a fronte delle polemiche scatenate dal cambio di progetto. La vicinanza tra i due non fu solo strategica: nel giro di pochi anni Pouillon diventò un maître constructeur pienamente inserito nella tradizione del Razionalismo Costruttivo francese che vedeva in Perret uno dei suoi protagonisti. Come il vecchio architetto, Pouillon era lontano da dogmi e coniugava innovazione funzionale, un astratto Classicismo monumentale e originali soluzioni costruttive standardizzate che lo avrebbero fatto diventare il progettista di alcuni dei più grandi interventi di residenza sociale degli anni Cinquanta, come il gigantesco Climat de France ad Algeri e il quartiere di Ivry-Le-Forêt nella periferia parigina.

L'architettura di Pouillon era lontana dall'ortodossia modernista che si affermò in Francia nel dopoguerra con i nuovi quartieri residenziali composti da edifici lineari monotonamente ripetuti e avulsi da ogni contesto. Nei suoi progetti egli poneva in dialettica tensione soluzioni monumentali e un'attenzione al luogo che lo portava a orientare le nuove strutture in relazione alla città circostante (3). Già nei due progetti di Marsiglia questa strategia ebbe luogo in due modi diversi. Alla Tourette, Pouillon organizzò un edificio lineare di otto piani con una torre terminale di ventiquattro, un fuori-scala visibile sulla sommità del promontorio da tutta la città e segnato da un astratto reticolo strutturale di logge. Nell'attacco a terra, tuttavia, egli mediò la dimensione del complesso principale con un'esplanade accessibile da varie direzioni servita da scalinate monumentali e schermata da due corpi bassi di quattro piani che formavano un terrazzamento sottostante.


Pouillon e Devin, abitazioni alla Tourette e schema della Pierre Banchée.

Pouillon integrò il nuovo complesso con il forte Saint Jean e la vicina chiesa di Saint Nicolas usando la stessa pietra dei due monumenti storici. Non cercò, tuttavia, alcun mimetismo e usò la pietra come materiale strutturale dando forte spessore agli elementi a vista che sorreggevano la struttura. Inventò il sistema della pierre banchée, la pietra colata, sostituendo i casseri a perdere dei getti dei pilastri portanti con un involucro di pietre dove veniva colato il cemento e che rimase come insieme monolitico che caratterizzava la facciata nella costruzione finale.


Pouillon e Devin, La Tourette, 1949-50, dettagli.

Sul fronte mare del Vieux Port, Pouillon trattò il grande muro di Lecomte, la cui costruzione era già iniziata, come una rovina: propose un diaframma di portici e logge che si anteponevano a essa e che garantiva la trasparenza nei confronti della città retrostante. Il diaframma era realizzato con coppie di pilastri in blocchi di pietra gialla portante posti davanti a una costruzione in cemento armato: tra essi si aprivano logge, terrazzi e piazzette che dividevano tante "case" contigue e uguali. I 1200 metri del fronte mare furono unificati ma, allo stesso, articolati da un forte ritmo in chiaroscuro, un grande colonnato in antis permeabile alla città, all'attraversamento e alla vista. Nelle sue Mémoires d'un Architecte, Pouillon descrisse il fronte mare come un'infrastruttura spaziale neutrale che non voleva porsi in competizione con i singoli monumenti sopravvissuti del Vieux Port e con la skyline della collina. Il diaframma di pilastri voleva essere quasi uno sfondo, un piano d'appoggio, una quadratura che serviva la città circostante. "Creare qualcosa d'insolito in un insieme del genere sarebbe stato un fallimento, o meglio, un crimine inferto alla città". (4) Alle spalle del fronte mare, Pouillon organizzò la discesa dalla collina con scalinate monumentali ed edifici segnati da forti muri lapidei interrotti da tagli, slarghi e improvvise aperture come se essi fossero fondati su terrazzamenti preesistenti.


Il Vieux Port ricostruito in una foto aerea del 1954.

Ovunque nei suoi interventi a Marsiglia, Pouillon stratifica, addensa e monumentalizza lo spessore termitico della città esistente pur mantenendo un riconoscibile linguaggio contemporaneo. È lo spessore dei suoi muri di pietra, ovunque lasciato a vista, che fa la differenza e questo è ben visibile ancora oggi. La sua città è già archeologia (ma anche geologia): può sporcarsi, deformarsi, accettare l'occupazione promiscua dei ceti popolari perché stratificata come un monumento antico da spoliare. Il Panier di Pouillon è progettato per essere occupato, vissuto nel tempo, per diventare parte di quella città porosa che è Marsiglia. Nulla di più lontano dal mito del nuovo che anima il Modernismo di quegli anni e che vedrà, con l'Unité di Le Corbusier, la rifondazione totale della città in un luogo altro. Pouillon accetta l'ibridazione con il consumo della città come strategia progettuale. Il diaframma del Vieux Port ha il medesimo ruolo del colonnato a più ordini sovrapposti degli anfiteatri romani nelle vicine Arles e Orange, più volte abitato come fosse una grande infrastruttura disponibile. Il fuori scala degli astratti telai strutturali di Pouillon è allo stesso tempo trasparente e pesante nel suo spessore rivelato.

In questo, egli coniuga paradossalmente uno spietato realismo a una grande carica utopica. Definisce una costruzione tecnologicamente "povera" ma anche standardizzata; richiama il fondamento materiale della città riassumendola in una sintesi razionale ma ammette l'erosione e la rovina; dà casa agli sfollati con un intervento di emergenza ma ambisce a una durata fuori dal tempo; rispetta la città esistente ma la reinventa a una scala che essa non aveva mai avuto. Il Razionalismo entropico di Pouillon definisce la densità urbana reinserendola all'interno di Marsiglia, stratificandola su di essa, facendola erodere dalla sua popolazione. In ciò il nuovo diventa il riflesso e il materiale dell'esistente, non si stacca da esso, cresce e decade con la città. La differenza tra il Vieux Port e gli interventi successivi costruiti a Marsiglia è l'accettazione del fattore tempo, di una durata discontinua, rotta da eventi come la distruzione ma capace di riassorbirli in una città che li accumula e metamorfizza allo stesso tempo. In questo, la strategia progettuale di Pouillon rimane isolata e unica nel periodo storico in cui si colloca. L'analogia che è stata fatta tra i suoi progetti e alcune esperienze del Razionalismo degli anni Settanta e Ottanta riduce la sua architettura a tipologia e non ne riconosce la capacità di coniugare durata e materialità.




5. UNITÉ D'HABITATION. L'Unité d'Habitation di Le Corbusier, la cui costruzione si sovrappone alla vicenda del Vieux Port (1947-53), non va vista solamente come esperimento sociale autonomo (ispirato a un utopia sociale che la lega ai monasteri, ai transatlantici, al Falansterio e ai social condenser Costruttivisti) ma in relazione a Marsiglia stessa, alla città precedente con il suo tessuto imploso, alla successiva ricostruzione segnata dai casermoni di edilizia popolare ispirati ad essa.


Unité d'Habitation, 1947-53.

L'Unité ricostruisce la città in un doppio separato da essa: una porzione del brulichio di Marsiglia è addensata in verticale, isolata e sollevata su enormi zampe di cemento che sembrano porla in movimento. La levitazione toglie la nuova città dal terreno esistente, ma, allo stesso tempo, la rende riposizionabile in qualsiasi punto. Natura e artificio si confrontano direttamente, il gigantesco millepiedi di Le Corbusier risolve alla base il problema dell'erosione di Marsiglia staccandosi dal suolo e contemplandolo da un livello superiore. Il paesaggio viene rappresentato, è artificialmente ricostruito come surreale scultura sul tetto.


Unité d'Habitation, alloggi tipo e sezione sulla strada interna.

Da esso è possibile guardare il Mediterraneo lontano ma non la città: un alto parapetto elimina il mondo vicino e lascia solo l'orizzonte. Città mobile, l'Unité anticipa gli esperimenti degli Anni Sessanta che immaginano megastrutture semoventi come la Walking City degli Archigram. Tuttavia qui non c'è indifferenza per il luogo ma una sorta di celebrazione della sua ubiquità. La casbah di Marsiglia è messa in mostra, sollevata per renderla visibile a distanza. Le Corbusier sembra dire a Marsiglia che ora può muoversi liberamente, liberarsi dal suo substrato di rocce e ricollocarsi ovunque. La materialità grezza, con il beton brut, connota l'Unitè come un cantiere vivente, un non finito che sembra poter mutare in continuazione.


Unité d'habitation, il sistema delle strade interne.

Gli alloggi duplex e a maisonette dell'Unitè sono organizzati con un movimento a spirale attorno alle strade-corridoio interne, come attratti da un campo magnetico sezionale attorno a nuclei nascosti. La strada è nascosta all'interno dell'edificio, fagocitata dalle abitazioni. (5) I nuclei serventi dell'Unité sembrano una formalizzazione del vicolo-souk del Vieux Port ripetuto in altezza, riconoscono il carattere semiprivato dello spazio pubblico, la sua totale permeabilità alla vita interna delle abitazioni. I fronti sono lasciati completamente liberi per il micropaesaggio verticale delle logge dei singoli alloggi. La tipologia a duplex abbinato al loft a doppia altezza, riproduce la città terrazzata all'interno della singola abitazione ma la libera dagli accidenti dell'orografia. Il movimento all'interno di questi stretti tunnel è quasi sempre obliquo e verticale attraverso la ripida scaletta navale e l'affaccio sul terrazzo interno. Il mare lontano è proiettato all'interno sempre a due livelli, è un taglio verticale come la sezione trasversale di un lotto gotico. La microscala del singolo alloggio si proietta sul paesaggio lontano, la vista dall'interno comprende solo la distanza, non l'intorno.


L'abitare si espande oltre alle torri, separato dal luogo dove svolge le sue funzioni. Gli appartamenti dell'Unité sono aeroplani statici, volano stando fermi, creano la dimenticanza della propria base d'appoggio e, in questo, sono coerenti con il carattere mobile dell'insieme. C'è una proporzione tra la ristrettezza dell'abitare e l'estensione dello sguardo ma, anch'essa, può essere vista come una rilettura di Marsiglia, con le sue nicchie segrete e i suoi squarci che proiettano a distanza.

Gli schermi brise-soleil che segnano i fronti non fungono solo da frangisole ma diventano diaframma visivo che segue il paesaggio da un livello all'altro. Formano una quadratura che organizza la composizione della visione a blocchi verticali, come nei quadri cubisti. Le pareti laterali delle logge, dipinte in colori primari, sono invece un filtro cromatico che tinge il riflesso della luce mediterranea come nei quadri dei Fauves. Le Corbusier sintetizza lo sguardo moderno nato all'Estaque riportandolo all'interno dell'architettura, nel quotidiano del singolo appartamento.


Unité d'Habitation, tetto.


Unité d'Habitation, schermi e logge.

  Il reticolo dei frangisole, visto nel suo insieme, dissimula la ripetizione degli alloggi e dei livelli. Variazioni di densità della schermatura e salti di scala creano una sorta di collage di campi geometrici diversi. L'edificio si presenta come una città verticale spontanea che mostra (e rappresenta) la propria ricchezza e varietà, una Marsiglia risistemata ed esportabile. Non ci sono aggetti nell'Unité ma solo logge che scavano il blocco, non livelli successivi ma diverse intensità delle schermature. È come se il sistema linfatico della città-termitaio debba diventare paesaggio pubblico a distanza nel suo insieme, mai per parti. L'operazione ha un carattere didascalico ma è ottenuta con mezzi estremamente ambigui, in parte reali (l'organizzazione degli spazi serventi) e in parte scenografici (la diagonalità dei supporti che sembrano muovere l'edificio, l'irregolarità degli schermi che dissimulano la serialità).

Quest'irresolutezza emergerà non qui ma nelle decine di pseudo-imitazioni dell'Unité che invaderanno la periferia di Marsiglia nei due decenni successivi: giganteschi stecconi posizionati indifferentemente sul terreno, segnati dalla ripetizione degli appartamenti sui fronti e attenuati dalla proiezione di terrazzi a nastro per dare un minimo di respiro agli interni. Essi seguono l'esempio dell'Unitè ma ne tradiscono la rappresentazione della complessità urbana rivelandosi per quello che realmente sono: dei brutali contenitori seriali ad alta densità senza alcun principio comunitario. Il loro tradimento delle premesse di Le Corbusier mostra quindi tutta la difficoltà a racchiudere la complessità urbana in una riproduzione, in un segno, in un'utopia separata dalla realtà della città.


Unité d'Habitation, piano terra.

La straordinaria ricchezza dell'Unité si lega quindi a Marsiglia, attraverso il tema del doppio e del suo necessario distacco dalla realtà, attuando quindi un ulteriore sradicamento. Le Corbusier sogna di conquistare la Corniche atterrandovi e rimanendo sospeso su di essa. La sua operazione riconosce la potenziale ubiquità della vita sociale di Marsiglia ma non riesce a offrire un paradigma per essa. Il suo ordine seriale non può comprendere né l'anarchica spontaneità della città né lo spietato realismo della speculazione edilizia della ricostruzione.



6. LE GRAND BLEU. La conferma del destino ambivalente di Marsiglia, ricostruita e delocalizzata più volte, si ha negli anni Novanta con la costruzione del Département des Bouches-Du-Rhône, la grande cittadella amministrativa del governo regionale. Il conglomerato di uffici è localizzato al di fuori della città e per esso si è individuato un sito su un'altura lontana dal mare e vicina alle principali infrastrutture autostradali. Da essa si vede la città all'orizzonte ma ci si sente irrimediabilmente distaccati, per raggiungere il complesso dal centro si viaggia o su superstrade sopraelevate o ci si perde in un dedalo di quartieri periferici che si arrampicano sulle alture rocciose. Nei confronti della tradizionale indipendenza di Marsiglia, l'abbandono del governo della città, incorporato in questo edificio, ha un doppio significato di fuga e di potenzialità: da un lato l'amministrazione si separa dalla comunità urbana, dall'altro si sente libera di spostarsi dove vuole perché la tradizione della città mobile, iniziata con l'Unité, consente l'ubiquità. Il concorso è vinto dall'inglese Will Alsop, l'unico progettista britannico capace di portare avanti l'iconologia pop degli Archigram ai giorni nostri con strutture di grande scala che non prendono troppo sul serio la loro natura high-tech.

Il complesso del Département des Bouches-Du-Rhône è progettato da Alsop come logica prosecuzione della dinamica mobile dell'Unité. La sua ossatura metallica colorata, lasciata in vista, lo fa soprannominare Le Grand Bleu o, alternativamente, La Balena per via della prua delle sale comuni che aggetta di fronte al corpo a uffici. La cittadella assume i connotati di un gigantesco essere marino che salta fuori dall'acqua o, forse, di un crostaceo che cammina sugli scogli. È formata da un alto corpo a uffici posto su cavalletti a forma di X, da una galleria centrale vetrata e dal fronte delle aule comuni con sezione a forma di goccia, anch'esso sospeso su enormi zampe blu. All'interno di questo telaio, i tamponamenti sono tutti in vetro e posti in posizione arretrata il che permette di interporre delle tende frangisole che trasformano la megastruttura in una nave spinta da vele. Tutto nel Département des Bouches-Du-Rhône ricorda una gigantesca macchina pop semovente. La struttura e gli impianti sono tutti in vista, la città-meccanismo rivela le sue interiora e sembra lasciare degli spazi vuoti tra il proprio scheletro e quello che lo occupa, come se ci fosse la perenne possibilità di agganciare nuovi pezzi al telaio principale.




Alsop, Department des Bouches-du-Rhône.

 

Se si pensa al famoso fotomontaggio dell'inserimento dell'alloggio nel plastico dell'Unité d'Habitation come se fosse un cassetto rimovibile, si passa attraverso l'utopia delle megastrutture degli anni Sessanta e si guarda il Grand Bleu, tutta la genealogia del progetto di Alsop risulta immediatamente comprensibile. La città si monta e rimonta, è divisa in componenti che si agganciano alla grande infrastruttura, questa è uno scheletro di balena depositato casualmente su uno scoglio e abitato da parassiti che ne hanno occupato i resti. Il tutto acquista rilievo se visto in relazione alla storia moderna di Marsiglia che si è cercato di trattare, ma fa sorgere delle domande.

La città è stata interrotta o rimossa? È iperpresente nelle megastrutture descritte (il diaframma di pilastri di Pouillon, il transatlantico dell'Unité, lo scheletro blu di Alsop) o è stata cancellata dietro ad esse? Marsiglia presenta diverse opzioni di ricostruzione della sua intensità urbana, esse sono alternativamente iscritte nel suo corpo o rimosse da esso. Questo dialogo con la città, presente o traslato, dimostra il profondo contestualismo che il Moderno ha con la comunità locale. La capacità di queste strutture di interpretare una realtà segnata da continue distruzioni e ricostruzioni, si misura con il grado di astrazione del modello proposto rispetto alla sua fonte. Se la casbah ha generato la Walking City, vuol dire che Marsiglia è uno dei luoghi paradigmatici dove la Modernità incontra il caos e la distruzione e li trasforma in strategie progettuali.


Pietro Valle
pietrovalle@hotmail.com

 

NOTE:

1. Un'acuta sintesi della storia sociale di Marsiglia si trova nel libro dell'artista inglese Victor Burgin, Some Cities, Berkeley 1996, pp. 186-210.
2. Sulla vicenda della ricostruzione vedi Jean Lucien Bonillo, La Reconstruction à Marseille, Marsiglia 2008.
3. Sull'opera di Pouillon vedi Bernard Félix Dubor, Fernand Pouillon, Parigi 1986.
4. Fernand Pouillon, Mémoires d'un Architecte, Parigi 1968, p. 117.
5. Sui temi della presenza dell'acqua, del movimento a spirale e della levitazione nell'opera di Le Corbusier, vedi il saggio di Robert Slutzky, Aqueous Humor in "Oppositions" 19-20, New York 1980, pp. 27-51.

la sezione Artland curata da
Elena Carlini e Pietro Valle


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