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Books Review

Incontri




"Incontri"
Catalogo della mostra alla Galleria Borghese di Roma
Charta, dicembre 2002
pp128, €34,00



 
SETTE INCONTRI + UNO

Il tema fondamentale è sempre quello dell'inafferrabilità, della dubbiosa esistenza, della vacuità del reale; e della necessità di riempire quel vuoto con la creazione umana, con l'opera d'arte.
G. C. Argan

È in corso presso la Galleria di Villa Borghese la mostra Incontri. Sette artisti della transavanguardia 'incontrano' sette opere 'del passato', esposte all'interno della sala d'ingresso della galleria nell'allestimento di Franco Purini, una grande 'scatola ottica' composta da sette stanze, una per ogni incontro.

Mimmo Paladino ha scelto Antonello da Messina, Luigi Ontani rivede Annibale Caracci, Carla Accardi si riflette nella 'vergine con bambino' di Giovanni Bellini, Giulio Paolini dialoga con Pietro Vannucci, detto il Perugino, Enzo Cucchi incontra Rubens, Francesco Clemente e Raffaello si affrontano lungo il percorso espositivo al termine del quale Jannis Kounellis incontra Michelangelo Merisi detto il Caravaggio.


 
[29jan2003]

Davide e Golia: Kounellis incontra Caravaggio.
  In questi incontri si compie innanzitutto una trasfigurazione, l'arte del passato nel presente, e una conversione: la 'lingua' del passato in quella attuale. Si tratta di una messa in scena, -che a questo museo non è estranea- del confronto tra le arti. Ma non può essere semplicemente così, non ci può essere linearità e immediatezza in questi passaggi, ma piuttosto una tensione che genera lo spazio in cui noi osservatori ci possiamo situare. Siamo di fronte ad una messa in scena, che l'allestimento di Franco Purini attua sorprendendoci. La grande scatola rimisura lo spazio della Sala appropriandosi del ritmo delle lesene, della linea del marcapiano, delle bucature sui lati, attraverso la forza che scaturisce dalla duplicazione della stessa stanza, alterata nelle dimensioni e nel linguaggio. Si configura come intrusione netta in un mondo fatto dall'accumulazione di pezzi, di opere in uno spazio in cui le visioni si moltiplicano e si susseguono vertiginosamente, provocando nel loro insieme il delirio, che consente di accedere a questo 'Olimpo' dell'arte.

Non è il luogo dell'Arcadia questo. Dentro la Galleria Borghese adesso come in passato non è la pacificazione dell'arte che governa, ma il dissidio tra l'Arte e la Contemplazione.

 
   

 


Rendering di progetto dell'allestimento di Franco Purini.

L'installazione di Franco Purini apre a molte questioni; quella più problematica mi sembra essere il modo in cui l'architettura si dispone ad accogliere un'altra arte, essendo un'arte essa stessa. A questa domanda Franco Purini ha risposto in modo molto semplice ovvero ponendo il piano della rappresentazione –e quindi anche del linguaggio e del suo statuto espressivo- come centrale per il confronto. La scatola dislocata nella sala centrale che affaccia sul parco è un 'dispositivo visivo' ma non solo, si configura come un'architettura nell'architettura attraverso una duplicazione spaziale che riproduce una successione di stanze, lungo un percorso come una 'matrioska', una sala nella sala; e varie alterazioni: una architettonica per cui l'attacco a terra, il pavimento si mostra come una ruvida temporaneità, di assi di legno come il palcoscenico di un teatro; una dimensionale in cui le misure della Sala della Galleria ritornano traslitterate nell'allestimento, istituendo scorci laterali, ma anche disassamenti; e infine una linguistico-espressiva che rende i due interni in fertile dissidio.

Se per i protagonisti del film La grande abbuffata l'esperienza sensoriale poteva esser condotta solo fino all'estremo, la 'camera ottica' si costruisce per selezionare, per inquadrare, ridefinire ciò che stiamo per vedere. È qui il grande interesse di questa architettura effimera – come la chiama l'architetto.

 

Da un lato viene superata l'attitudine nichilista all'impossibilità di cogliere e comprendere la vasta molteplicità delle cose attraverso l'attività dello sguardo, attraverso l'azione visiva, che è anche disposizione critica; dall'altro si recupera in maniera sostanziale la possibilità per l'architetto ad operare anche in ambiti che vengono ritenuti compiuti, e per questo intangibili, attraverso una discontinuità espressiva che non distanzia passato e presente ma li restituisce.

Infine nel visitare questo luogo rinnovato si prova una strana sensazione: l'arte ci elude, ci omette, potremmo anche 'non essere' che l'arte comunque 'sarebbe'… eternamente. Forse è questo che ci dice Hoffmansthal nel Teatro delle marionette. Per noi tuttavia non deve rappresentare una interpretazione negativa, o pessimistica, poiché nell'escluderci dalla sua stessa rappresentazione l'arte ci rende completamente artistici, carne dell'arte, materia dell'arte, anima dell'arte. Forse anche questo ci può dire un'architettura mentre la percorriamo, o un'opera pittorica mentre come in un gioco di specchi in essa ci moltiplichiamo.

Dina Nencini
dinanencini@libero.it
 
 

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Questa pagina è stata curata da Matteo Agnoletto.






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