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Antonio Sant'Elia. La mia prospettiva interiore



Giacinto Cerviere
"Antonio Sant'Elia. La mia prospettiva interiore"
Libria 2004
pp240, €18,00

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Coincidenza piacevole è oggi quella di trovarmi a stendere la recensione dell'ultimo libro di Giacinto Cerviere: Antonio Sant'Elia, la mia prospettiva interiore all'indomani del convegno internazionale "Abitare il futuro, Innovazione e nuove centralità urbane", organizzato a Bologna il 15 ottobre nell'ambito del SAIE 2004, che ha avuto, nella sezione del mattino, come ospiti illustri due dei protagonisti dell'architettura radicale in Europa: Peter Cook e Adolfo Natalini, testimoni viventi della stagione finale di quel "diorama visionario" che dal Futurismo agli anni '80 ha espresso il tentativo di superare i limiti della storia e di cui oggi ne è rimasto solo un "almanacco" di belle immagini usate per riempire sale e pubblicazioni.

Tema del convegno, ben definito dalla sintesi che completa l'invito, è stato quello dei "contenitori urbani" – temine a mio avviso inquietante per definire le architetture che avrebbero il compito di generare oggi l'innovazione all'interno della città contemporanea, ma che si attivano solo come grandi involucri o "luoghi di concentramento" in cui far convergere "il tutto" così da poter svuotare più facilmente il resto.

[07nov2004]
  A legittimare questa iniziativa si legge appunto che "oltre alle esperienze di alcuni protagonisti della nuova architettura contemporanea, (si) propone anche una riflessione sull'evoluzione dei protagonisti dell'architettura radicale che, dopo aver immaginato un mondo nuovo e utopico, oggi sono concretamente impegnati a realizzarlo". Chi ha organizzato questo convegno evidentemente non solo ignora la storia dell'architettura ma non conosce l'uomo come artefice della storia stessa. Infatti queste dichiarazioni di intenti mi hanno fatto venire in mente l'operazione –spiegata bene da Cerviere nella sua opera– con cui Marinetti era riuscito a mantenere vivo per quasi un ventennio la presenza/memoria del grande architetto comasco morto nella Grande Guerra a soli 28 anni. In questa "piazza d'armi mediatiche" in cui annaspa oggi la "cultura del pensiero", Cook e Natalini hanno interpretato magistralmente dall'alto del palcoscenico fieristico il ruolo di due soldati (dalla marzialità oramai sbiadita) che sanno bene che la guerra è finita da tempo ma sembrano non voler deludere/spaventare coloro i quali non hanno ancora capito che bisognerebbe farne una nuova e forse più cruenta. La grande gaffe preannunciata nell'invito è stata confermata dagli interventi degli stessi ospiti prima ancora della presentazione delle loro realizzazioni. È significativo come Natalini parlando del suo passato "sovversivo" ricordi con orgoglio il 1986 come la data in cui vennero celebrati i 20 anni di Superstudio e ne ufficializzò contemporaneamente il suo scioglimento.

 
  Ciò che viene qui criticato è però la testimonianza del fatto di come oggi più che mai si senta il bisogno inconfessato di voler vivere una visione collettiva, un grande sogno metropolitano –magari disegnato "a mano" da nuovi "messia"– in cui la "città" sia l'espressione forte, unitaria e autoritaria di un'epoca ed abbia la capacità di ridare ordine ad un paesaggio (quello urbano) oggi frammentato proprio dalle performances acrobatiche dello star system (imposto delle riviste specializzate) che punta più ad impressionare con effetti speciali che a dare risposte concrete alle questioni della contemporaneità. Più che andare a scavare superficialmente nelle avanguardie storiche, bisognerebbe tentare veramente di capire le dinamiche che le hanno generate cercando dentro di noi un "messaggio" che forse è lì che aspetta di diventare "manifesto" per una nuova "urbanità" più che soddisfare con le "centralità" le mere esigenze del mercato.

Per questi motivi considero il lavoro di ricerca di Cerviere di un'attualità sorprendente e di cui fare tesoro: il "cambiamento" non nasce dal nulla ma è la manifestazione finale di un processo lungo – spesso sofferto e sicuramente voluto. Una grande sfida giocata su rischi, azioni, errori e delusioni; l'espressione di una comune consapevolezza in cui la "genialità" di pochi altro non è che la traduzione (attraverso l'arte) del comune sentire degli atri. L'autore, indagando nella genialità visionaria e profetica di Sant'Elia, rimette ordine in un importante periodo della storia italiana e lo fa ricostruendo quella sinergia tra dinamiche e personaggi che hanno reso irripetibile un periodo da cui la società contemporanea può ancora trovare suggerimenti, con i quali tentare di superare i limiti del presente.

Leggendo il libro si scopre che la nostra società viene da una "civiltà operaia delle idee" che ha lavorato ardentemente dalla metà dell'800 fino alla Seconda Guerra mondiale in quella multinazionale "fabbrica del pensiero" che era l'Europa, alimentata da esoterismo, di arte, di letteratura, di filosofia, di politica, di tecnica, di fanta-scienza ed altro ancora. Un lavoro monumentale di ricerca ed analisi che ci regala scoperte inedite, curiosità ed alcuni scoop sensazionali, di cui naturalmente non svelo i contenuti, il tutto alimentato da una narrativa avvincente capace di porre il lettore nelle condizioni di riorganizzare la propria conoscenza della materia storica e di spiegare qualcosa della complessità architettonica contemporanea. Consiglio la lettura del volume a tutti e soprattutto a coloro i quali hanno la possibilità di insegnare nei luoghi in cui si insegna l'architettura. Forse così, un giorno, queste conoscenze potranno produrre idee attraverso cui costruire un futuro che sia potenza formatrice di un nuovo tempo storico.

Nicola Desiderio
desiderio@arcomai.it

 

Questa pagina è stata curata da Matteo Agnoletto.






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