home > books review

Books Review

Chiamiamole città

Fabrizia Ippolito



 


Federico Zanfi
Città latenti. Un progetto per l'Italia abusiva
Bruno Mondadori, 2008
287 pp., € 21,25

acquista il libro online!



 

Raccontare l'edificazione abusiva del territorio italiano chiamandola città vuol dire assumere da subito una posizione. Vuol dire interrogarsi sulla rimozione di questa città da parte delle discipline architettonica e urbanistica, che hanno oscillato negli anni tra la condanna dell'illegalità e il riconoscimento della creatività dell'edilizia abusiva; vuol dire evidenziare l'inefficacia di strumenti di governo del territorio che non sono stati in grado di intervenire su qualcosa che non hanno saputo riconoscere; vuol dire rintracciare un'immagine realistica dell'abusivismo oltre le suggestioni opposte del catastrofico e del pittoresco; vuol dire attraversare la città abusiva guardandola dall'interno, dal basso, riconoscerne le variazioni e le sfumature, i soggetti, le ragioni, le dinamiche; vuol dire, infine, immaginare delle strategie di progetto che agiscano a partire dalle pratiche correnti, non demonizzandole né avallandole, piuttosto considerandole portatrici di possibilità. In sintesi, vuol dire riconoscere, per quantità, a una moltitudine di azioni individuali, la capacità di fare la qualità del nostro territorio urbanizzato. La città abusiva è il più grande progetto collettivo prodotto in Italia negli ultimi cinquanta anni.


Marina di Mancaversa (Lecce), 2006. Foto di Paolo De Stefano.

Il libro di Federico Zanfi compone un ritratto vivente dell'Italia abusiva, che mette insieme territorio e società e che riconosce nel carattere molecolare dell'abusivismo i presupposti per un racconto plurale. Non c'è un'unica città abusiva, ma ci sono tante declinazioni di un fenomeno che non può essere liquidato con un'analisi quantitativa e un richiamo alle regole. Né può essere ridotto all'interno di un'estetica postmoderna. Il grigio apparentemente indistinto dell'immagine zenitale dell'urbano è composto da tante sfumature, che comprendono le tante diverse forme della città abusiva; la visione rassicurante di un mondo fondato sulla contrapposizione tra ordine e disordine è messa in crisi dai tanti tipi di contaminazione che quotidianamente costruiscono il territorio reale. Andare oltre la campitura dei retini per entrare nelle sfumature di quel grigio, e andare oltre le posizioni disciplinari sclerotizzate per cercare una nuova attenzione a quel territorio è un atto politico, che porta alla luce una città invisibile, con le sue tante sfaccettature, e la impone all'attenzione della politica e della pratica progettuale.


Comiso (Ragusa), 2006. Foto di Salvatore Gozzo.

Interpretato come un progetto, il risultato di questo lavoro è innanzitutto la costruzione di uno spazio intermedio: tra abusivismo e spontaneismo, tra politiche e pratiche, tra descrizione e intervento, tra grande e piccola scala, tra arte, politica e architettura. Uno spazio proficuo, che sfugge alle tipizzazioni consolidate e che accoglie le varietà dei fenomeni urbani nel loro farsi, sollecitandone consapevolezza e immaginazione. Uno spazio da costruire e da coltivare per esercitare uno sguardo progettuale su questa città. Il progetto è in tre mosse, dalla ricostruzione dello sfondo politico e culturale dell'Italia abusiva, alla descrizione del suo stato attuale, alla rassegna di possibili strategie di intervento. Tre mosse, che singolarmente delineano ciascuna un repertorio critico di esperienze e di ricerche sul tema, e che nel loro complesso producono un progetto inedito di città.

È una città nella cui memoria sono radicate immagini di devastazione del paesaggio e di speculazione, di resistenza dell'urbanista contro l'abusivo, e d'altra parte di comprensione per le condizioni di necessità. In questa città da anni si sta dentro al piano o fuori dal piano, senza che lo strumento normativo sia in discussione. E questa città rivela oggi dei limiti impliciti nella pianificazione e la necessità di un rinnovamento degli strumenti di intervento. È una città del sud, dove la questione meridionale e le aspirazioni di modernizzazione si intrecciano con individualismi e familismi, con una tradizione di scissione tra pubblico e privato alimentata dalla stessa politica pubblica, che trova nell'auto-organizzazione una compensazione alla propria inefficacia.


Sarno (Salerno), 2006. Foto di Claudio Sabatino.

Qui per la libertà momentanea e l'implicita promessa di un perdono ci si gioca un futuro neanche immaginato. Qui nei ferri in attesa, nelle case vuote, nelle opere interrotte si svela una mobilitazione individuale che, se da una parte è democratizzazione dell'uso del suolo, dall'altra è svalutazione del bene comune. In questa città qualsiasi eventuale strategia di riqualificazione, dalla ri-costruzione di spazi pubblici, che tende ad assimilarla alla città moderna, al lavoro sugli spazi aperti, che allude a una nuova forma di città dispersa, alla dismissione del costruito, fino a una sua dissolvenza nel paesaggio, non può non riconoscere la forza di questa mobilitazione, coinvolgendola, a partire dalle aspettative che proietta su questi territori. Se la politica e la legislazione urbanistica hanno replicato un modello in fondo sempre uguale, alternando sanzioni a condoni e arenandosi in conflitti tra Stato e Regioni, e la cultura urbanistica non ha tradotto i suoi avanzamenti in basi per la ricerca di strategie nuove, questo lavoro cerca una nuova relazione tra cultura e politiche urbanistiche che, sulla scorta di un'attenzione laica all'esistente, attinga alle esperienze più varie per fornire un armamentario eclettico di strumenti per questa città.


Marina di Strongoli (Crotone), 2006. Foto di Andrea Pertoldeo.

Il significato di bene comune, di partecipazione, di democrazia, ma anche le contaminazioni tra città e paesaggio, tra costruito e natura, i caratteri della città moderna e della città attuale, la tradizione recente di indagine fenomenologica del territorio e gli esiti di alcune azioni artistiche urbane, il progetto come processo aperto, il valore degli scarti e le potenzialità dell'incompiuto, e poi le immagini delle catastrofi e degli ecomostri, che mettono in ombra tutto il resto, e ancora un modello familiare in crisi, le aspettative di futuro disattese, l'immaginario e l'auto-rappresentazione di una società, sono tutte questioni che permeano questo libro e il dibattito attuale sulla città. L'abusivismo diventa la chiave di lettura per attraversare un'intera cultura urbana e un territorio, per rileggere la nostra società. E un progetto per l'Italia abusiva non può che scaturire da questo attraversamento, per riconoscere nelle città latenti le tante forme della nostra città.

Fabrizia Ippolito
ippolito@unina.it

[3 ottobre 2008]
       

La sezione Books di ARCH'IT
è curata da Elisa Poli


laboratorio
informa
scaffale
servizi
in rete


archit.gif (990 byte)

iscriviti alla newsletter gratuita di ARCH'IT
(informativa sulla privacy)







© Copyright DADA architetti associati
Contents provided by iMage