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Esporre l'Architettura: un'altra occasione perduta

Pietro Valle



Attraverso la mostra, il fenomeno dell'apparenza si costruisce un territorio reale, prende la parola per supporre o affermare come già finita ogni emissione concreta.
Germano Celant, Una macchina Visuale, 1982




 
[in english] L'architettura è una disciplina straniata, perennemente tesa verso l'alterità e un esterno da sé. Il manufatto non è realizzato dal progettista e questi deve predisporre degli spartiti che saranno eseguiti da altri. Nella ricerca di comunicazione con diversi interlocutori (clienti, amministratori, costruttori, consulenti, abitanti, pubblico), l'architettura adotta molteplici linguaggi relazionandosi ai campi di sapere che entrano nella sua sfera d'azione quali l'economia, la statica, l'arte e la politica. Mutando nel tempo i sistemi comunicativi, l'architettura è costretta ad aggiornarsi e quindi la sperimentazione di nuovi codici è iscritta nella sua stessa natura. Sembra quasi che essa sia condannata a un perenne lavorio relazionale il quale è profondamente elusivo perché mai racchiuso in una sistemazione definitiva.

Quando una manifestazione pubblica come la recente Biennale dichiara che l'architettura è riconducibile a un unico prodotto e che esso usa codici propri i quali non devono mescolarsi con altre forme comunicative, essa nega la complessità del progetto, la sua natura di processo aperto. La mostra veneziana non ha poi nemmeno il coraggio di definire l'autonomia dell'architettura (come è avvenuto in altre mostre del passato). Isola invece delle icone da celebrare, riportando pratiche della comunicazione di massa all'interno della disciplina in modo da smembrarla con le sue stesse armi. L'architettura si autocelebra con gli strumenti che crede di negare; è questa forse la contraddizione più evidente che salta all'occhio a una prima visita ai Giardini ma soprattutto all'Arsenale: la costruzione di una caricatura dell'identità architettonica. Tutto questo è riscontrabile anche nelle scelte allestitive.

Una mostra è una pratica comunicativa che costruisce dei paradigmi che impostano la lettura di un'opera. Questi paradigmi non rimangono nella sfera teorica ma diventano ambiente reale, definendo delle relazioni fisiche tra osservatore, oggetto, supporto e spazio nonché stabilendo un intervallo tra diversi manufatti che ordina la sequenza espositiva. Se la spazializzazione della comunicazione è il connotato delle mostre, esse hanno a che fare con la modificazione dell'ambiente e quindi con l'architettura. Quando quest'ultima decide di "mettersi in mostra", si produce un curioso sdoppiamento in cui l'architettura è messaggio e apparato allo stesso tempo. Che risposte dare a questa presenza simultanea? Come sfruttarne il potenziale surplus? Ci sono tre principali atteggiamenti:

a) Il primo, il più cauto, è quello che sceglie una parte del processo comunicativo dell'architettura (di solito le rappresentazioni visive) e la rende oggetto in mostra, alla pari di altri artefatti da esporre. Nel fare ciò l'architettura diviene parcellizzabile perdendo qualsiasi capacità di relazionare diversi linguaggi. Una sua parte è isolata e ridotta a oggetto passivo e facilmente comprensibile da mettere in mostra alla stregua di un prodotto di mercato. La simbiosi tra architettura-oggetto e architettura-allestimento è negata e le due sono radicalmente separate. L'oggetto in ogni modo impone le sue richieste all'ambiente e quest'ultimo funge da background neutrale, uno strumento al servizio della massima concentrazione su quello che è esposto.

b) Un secondo atteggiamento mette in moto un dispositivo multisensoriale in cui è l'ambiente stesso che crea la comunicazione. La dicotomia oggetto-allestimento è negata e il secondo prevale divenendo installazione, scenografia o edificio-modello dove si sperimentano tecniche comunicative provenienti anche da altre discipline (grafica, video, teatro, ecc...). In questa esplorazione, i confini dell'architettura divengono incerti ma sicuramente essa mette in relazione lo spazio fisico con le nuove forme immateriali della comunicazione. Il problema semmai è quello della scelta: quali possibilità sono lasciate al pubblico e quanto è invece imposto dall'architetto-regista? La questione è tuttora irrisolta e molte mostre multimediali si riducono a performance orchestrate dove la libertà interpretativa è sacrificata allo spettacolo.

c) C'è poi un terzo modo di relazionare architettura in e della mostra ed è quello che non sacrifica l'una rispetto all'altra ma sceglie la via difficile di mantenerle entrambe in gioco. Vengono evidenziate reciproche influenze, scambi di ruoli ma anche l'incolmabile distanza che separa spazio e comunicazione. Si cerca di comunicare la complessità dell'architettura senza enunciarla direttamente ma lasciandola emergere nella differenza che essa provoca. Non c'è modalità certa per arrivare a questo ma quando accade, in particolari situazioni espositive, si crea un corto circuito che va oltre la somma delle parti. Tra architettura reale e rappresentata si instaura un gioco di parti in cui esse si proiettano l'una sull'altra assumendo significati diversi legati alla particolare ricontestualizzazione che l'occasione espositiva offre. L'architettura esistente viene modificata dall'architettura rappresentata; i progetti esposti definiscono una situazione spaziale pur mantenendo ben salda la loro condizione separata dal costruito. Questi scambi dialettici invitano a pensare, a esplorare e (forse) riescono a resistere al consumo immediato di immagini preconfezionate promosso dalla comunicazione di massa.

Il primo atteggiamento è quello messo in atto da Sudjic in questa ultima Biennale Architettura. Le tradizionali rappresentazioni dei disegni e dei plastici sono isolate e divengono oggetti finiti, chiusi in sé. Non importa se essi si relazionano all'edificio che costituiranno, hanno valore solo come icona. Sono sufficienti a descrivere un'architettura con una formula abbreviata e di facile diffusione. I pezzi di facciata in scala al vero sono separati dagli edifici e, non apprezzabili in un rapporto di scala con gli spazi, divengono anch'essi autosufficienti. L'allestimento di John Pawson all'Arsenale innalza piedistalli e pareti di stanze che, con la loro indifferenza, ricostruiscono il "cubo bianco" del museo tradizionale che pone una cornice attorno a ogni cosa. È curioso che una forma così tradizionale sia impiegata per esporre quelle che dovrebbero essere le espressioni più avanzate della cultura contemporanea del progetto. Si scopre tuttavia che tra un'impostazione museale e un atteggiamento commerciale (o fieristico) non c'è grande differenza: entrambi sono funzionali all'identificazione del prodotto.

Il secondo atteggiamento era quello che aveva cercato di mettere in opera Fuksas alla scorsa Biennale e per la quale perdette il posto di direttore, vittima forse della paura degli architetti di vedere la loro presunta specificità sacrificata sull'altare della multimedialità. Per quanto l'architetto romano accogliesse troppo ingenuamente ogni forma comunicativa, egli riconosceva almeno il diritto dell'architettura di manipolare l'ambiente fisico con nuovi strumenti. Dopo avere visto quest'ultima Biennale, così imbalsamata in una riproduzione passiva degli edifici, viene da chiedersi perché non continuare a esplorare la giungla multimediale, così varia e rischiosa. Dopotutto ci sono esempi illustri di architetti che, nella sperimentazione espositiva, si sono spinti in campi comunicativi non contemplati dalla loro produzione progettuale: un esempio per tutti è la Sala O di Terragni alla Mostra della Rivoluzione Fascista del 1932, così diversa dal suo solito rigore astratto. Se Terragni poteva usare tutti i mezzi a disposizione per mettere in atto il suo agit-prop, se ogni artista contemporaneo può riversare il suo discorso in molteplici media, non si capisce perché Sudjic abbia così decisamente negato la comunicazione recente (o forse si capisce fin troppo bene). Nell'attuale Biennale non mancano gli ambienti interattivi e le installazioni, si pensi al Padiglione della Spagna, all'Austria, alla Svizzera, al Canada e alla presentazione del Terminal di Yokohama al padiglione inglese. La loro episodicità rispetto a un discorso generale sull'architettura non fa però avanzare di molto la ricerca e denota come queste esposizioni siano spesso vittime di una ricerca di effetti fine a se stessa. Un caso a parte meritano le case di truciolare di "Lonely Living" progettate dai giovani architetti italiani. Nel loro disperato tentativo di volere essere delle architetture reali (cosa che non sono), esse rinunciano al mettersi in mostra e si rinchiudono in se stesse, costrette in uno spazio troppo ridotto che annulla qualsiasi distanza. Non sono oggetti circoscrivibili, ma neanche ambienti occupabili dal pubblico, e quindi diventano un curioso ibrido in negativo tra il primo e il secondo atteggiamento.

La terza posizione affiora in pochissimi episodi di questa Biennale ed è legata alla singola sensibilità di progettisti o curatori. L'Irlanda, costretta in un'angusta sala del padiglione Italia, presenta un arrangiamento di parti al vero della struttura della Limerick County Hall del duo Bucholz-Mc Evoy proposto dal commissario Raymund Ryan. Invece di essere un ennesimo esempio passivo di facciata, gli elementi edilizi qui definiscono l'ambiente della sala e fungono da supporto per i disegni. Posti in un contesto diverso da quello dell'edificio originario, essi parlano contemporaneamente della struttura lontana e del suo modo di comunicare in mostra: sono qui e altrove nello stesso momento. Le travi e casseforme sono edificio, supporto espositivo ed evidenza in mostra che si confronta con le rappresentazioni grafiche in un incessante scambio di parti. Anche il modello di cemento del Museo Diocesano di Colonia di Peter Zumthor è un edificio che parla di un altro edificio: una struttura ai confini tra il grande plastico e la piccola casa. Esso ricopre i visitatori come un copricapo e lascia esperire il muro-diaframma che illumina l'interno. Dagli altri plastici e disegni in mostra si scopre però che esso rappresenta solo una parte del complesso, mentre il museo include altre strutture. La stratificazione e lo svuotamento interno che caratterizzano il progetto transitano da una rappresentazione all'altra, da un'esperienza spaziale alla lettura di un disegno. L'architettura, inafferrabile, vive in mezzo a diverse reincarnazioni di se stessa.

Questi due esempi sono tra i pochi momenti di vera scoperta in una rassegna altrimenti scontata, dove i progetti presentati non definiscono alcuna situazione espositiva. Questa Biennale nega infatti sia la ricerca installativa contemporanea che la tradizione moderna delle mostre (si pensi alle invenzioni di Kiesler, di Bayer o degli stessi Albini e Scarpa) e cioè tutte quelle forme che cercano o hanno cercato di proiettare l'architettura al di fuori dei suoi confini. Se non sono le grandi occasioni pubbliche (ed effimere) come la Biennale a promuovere la sperimentazione espositiva e il confronto tra diverse ricerche, cos'altro rimane? Le singole mostre non offriranno mai un'occasione così allargata. La questione viene quindi rimandata al futuro: quale sarà la prossima mostra di architettura che solleverà il problema dell'esporre?

Pietro Valle
carlini.valle@libero.it
[21sep2002]

 

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