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Esposizioni

Esporre l'opera assente

Domitilla Dardi



"L'architettura non è una religione privata e va fatta rientrare in un circuito più vasto, come accade per l'arte o il cinema". Questa affermazione di Deyan Sudjic testimonia una volontà di diffusione e condivisione del sapere architettonico con il grande pubblico, che ha marcato fortemente la politica culturale internazionale degli ultimi anni. In nome di questo principio sono proliferate nuove riviste e la diffusione a stampa di informazioni architettoniche è uscita dal circuito specialistico per coinvolgere anche i quotidiani e settimanali rivolti al pubblico generico. Si è tentato e si sta ancora tentando di fare dell'architettura una materia di approccio meno settario, senza eccedere nella semplificazione di un linguaggio comunque particolare a scapito della sua complessità o nella banalizzazione come è avvenuto, ad esempio, in alcuni casi nel campo dell'arredamento e del design.

Ma il fenomeno, forse, più interessante a questo riguardo, è quello dell'incremento di mostre ed esposizioni dedicate alla materia architettonica, che cercano di coinvolgere non più esclusivamente il popolo degli addetti ai lavori, ma anche quello non specialistico. Se l'aspirazione al giusto compromesso tra successo di pubblico e di critica è l'ambizione delle esposizioni di qualunque disciplina, l'estensione di questa linea all'architettura è un fenomeno affatto nuovo e particolare che spinge ad alcune riflessioni.

Innanzitutto, se la materia architettonica desidera condividere con altri ambiti disciplinari una vocazione alla divulgazione, non è certo rinnegando le proprie peculiarità e le caratteristiche autonome che il risultato pare essere raggiunto. Spesso, infatti, le manifestazioni architettoniche degli ultimi anni sembrano dimenticare una condizione di partenza che rende l'architettura non assimilabile ad altre materie sul tema espositivo. Questa risiede nel fatto che ogni esposizione dedicata ad una forma artistica, dal cinema al design alle arti visive, si svolge in presenza dell'opera d'arte; l'architettura, al contrario, è l'unica disciplina che non espone direttamente le sue opere -causa la loro intrasportabilità- e che quindi si mostra in assenza. L'architettura è intrinsecamente conformazione che si manifesta in quella che Brandi in un celebre saggio definiva la sua astanza, ponendo le basi di un percorso critico che proprio negli ultimi anni viene rinverdito da numerosi saggi dedicati alla concretezza della costruzione, fenomenicamente espressa nei suoi aspetti tettonici. Tuttavia, questa condizione di non trasportabilità, di non mobilità dell'architettura ha necessariamente richiesto un affinamento dei mezzi di illustrazione e divulgazione, che comportano una riduzione di ciò che è per definizione conformativo ad una dimensione rappresentativa.

[16oct2002]
Ma, se "mostrare implica la riduzione del mostrato ad apparenza" (1), nel passaggio riduttivo la caratteristica spaziale dell'architettura, la sua abitabilità e percorribilità, la complessità del processo fenomenico che essa determina, sembrano gli aspetti più sacrificati.

Accanto ai mezzi tradizionali di rappresentazione -i disegni e i modelli plastici- si sono affiancati la fotografia, i filmati, la realtà virtuale: ognuno di questi opera una riduzione dalla conformazione spaziale alla sua rappresentazione - che nulla ha a che vedere con la dimensione comunicativa dell'architettura sulla quale si dibatteva in passato. Il risultato è quello di un'idea di spazio che viene rappresentata in maniera sempre più efficace in termini visivi, tendendo a trasmettere la tridimensionalità dello spazio progettato, ma anche il tempo della percorrenza di questo spazio. I linguaggi utilizzati sono sempre più quelli dell'immagine, destinati oggi ad un pubblico non esperto, affiancati o meno ai mezzi tradizionali, la cui lettura presume un certo grado di esperienza e specializzazione che ne ha limitato sinora il numero dei fruitori.

Tuttavia la concretezza della costruzione, la sua condizione astante è proprio quella che non può, per motivi evidenti, essere portata nell'evento espositivo. A nulla serviranno gli sforzi rappresentativi per colmare una distanza tra reale ed esibito. Per quanto ci si possa industriare con filmati tecnologici, ricostruzioni al vero di dettagli e particolari cantieristici, la dimensione dell'esposizione d'architettura non sfugge all'assenza dell'opera.

Lo spazio architettonico può essere evocato nella rappresentazione espositiva. Tuttavia, può essere anche volutamente negato da una precisa scelta critica, che pensa un'architettura in cui il volume prevale sulla spazialità interna, assimilandola a fenomeno di macro-design. questa, infatti, una tendenza più che evidente di un filone determinato dell'architettura contemporanea, magari criticabile nei termini della teoria architettonica, ma che certamente ben si sposa con le necessità espositive. Tuttavia, la vera possibilità di evocare lo spazio nell'esposizione resta quella fornita dall'allestimento del luogo ospitante l'evento. Attraverso la progettazione di questo spazio espositivo esiste la possibilità di fornire una sorta di campionatura dell'idea di spazio architettonico fisicamente fruibile e di tradurre spazialmente la linea critica del curatore della mostra. Quest'ultima possibilità, ovviamente, vale sia nel caso delle mostre che si svolgono in presenza dell'opera, che in quelle d'architettura.

NOTE:

(1) Francesco Dal Co, in S. Polano, Mostrare, Milano, 1988, p. 13.
In termini generali, nella storia dell'allestimento il ruolo di questo nell'esito finale dell'esposizione comincia ad essere determinante a partire dall'affermazione delle avanguardie storiche. È proprio, infatti, di tutti quei momenti di esposizione legati all'avanguardia o a fenomeni artistici con una componente di compattezza tematica assistere alla progettazione di uno spazio nel quale "l'allestimento è speculare, l'ambiente è il riflesso dell'arte e viceversa" (2). La necessità di comunicare ad un pubblico più esteso possibile gli esiti del pensiero sull'arte e la sua produzione è tipico di tutti i fenomeni avanguardistici e ne era ben consapevole Moholy Nagy quando nel 1928 sosteneva che "tutto deve essere presentato in modo che anche dall'uomo più semplice possa venire compreso e assimilato". La necessità di tradurre in spazio la linea critica dell'esposizione nasce e si sviluppa in parallelo alla vita delle figura del curatore, che spesso sceglie nell'architetto allestitore l'artista in più capace di interpretare il senso del suo operato.

Ma cosa avviene esattamente quando viene esposta l'opera assente?

Uno dei casi più frequenti è quello che prevede la messa in mostra di un'idea d'architettura attraverso i progetti di un concorso di idee. L'informazione è qui l'ingrediente principale della mostra e perché questa avvenga in maniera funzionale deve esserne garantita l'originalità, l'unicità e la consistenza inedita del progetto. Tuttavia, verrà sacrificata probabilmente l'estensione al grande pubblico, tranne per rare eccezioni. Così come una sorte analoga spetta anche alle grandi mostre di architettura storica su maestri e periodi del passato. In questi casi -non ci si illuda- il gradiente di successo amplificato sarà demandato alla spettacolarizzazione e all'enfasi scenica dei mezzi di rifinitura artigianale degli strumenti rappresentativi tradizionali, plastici soprattutto. La fruizione architettonica complessa e complessiva sarà al contrario riservata a specialisti, colti il più dei casi dalla feticistica visione dei materiali originali, o a quanti del pubblico generico siano armati di tempo e pazienza per decodificare il linguaggio particolare di sezioni, prospetti e piante. E anche in questo caso, così come in quello delle mostre sui concorsi di idee, spesso -non sempre, certamente- viene da domandarsi perché non si sia ricorsi a mezzi di informazione specializzata su carta stampata, siano essi riviste o libri di settore.

Esiste poi l'uso, attualmente molto in voga, di affidare ad architetti la libera interpretazione di uno spazio. Dimentichi del fatto che molti artisti contemporanei ormai hanno fatto del tema dello spazio il fulcro del proprio operare, spesso gli architetti finiscono per ricorrere a mezzi rappresentativi -istallazioni, interventi sul paesaggio e l'ambiente, realtà virtuali e video arte- che parlano un linguaggio di seconda mano, spesso denunciando un evidente ritardo sul mondo dell'immagine, sia quello dell'arte visiva che quello della comunicazione.

Si sente sempre più la necessità di ricorrere ad una formula espositiva che possa mettere d'accordo le necessità di divulgazione specialistica con la possibilità di accesso al mondo architettonico da parte del grande pubblico. L'allestimento dello spazio nel quale ha luogo l'evento unitamente ai mezzi di rappresentazione possono concorrere a trovare il connubio più soddisfacente.

Uno dei casi più efficaci è quello nel quale l'esercizio di progettazione dello spazio allestitivo viene demandato all'architetto la cui opera fornisce lo stesso materiale mostrato. È quanto si verifica, ad esempio, secondo una modalità consolidata da diverso tempo, nelle grandi retrospettive che trovano luogo negli spazi storicamente connotati della Basilica Palladiana di Vicenza. Qui l'architetto è autore delle opere assenti e fornisce un saggio presente della propria libera progettazione spaziale nell'allestimento. La sinergia di queste parti porta spesso a centrare l'obiettivo di rappresentare l'idea di architettura e testimoniare indirettamente -con disegni, plastici e materiali iconografici- e direttamente -con l'allestimento- della sua realizzazione concreta.

Altra possibilità è quella di trasformare l'allestimento dello spazio nel mostrato, facendo coincidere i due elementi secondo una modalità che aveva inaugurato la prima edizione della Biennale veneziana in occasione della mostra "La Strada Novissima", curata da Paolo Portoghesi nel 1980. Qui la presenza dell'opera che richiamava linguaggi eteronomi, da quello delle installazioni e quello dell'effimero scenografico, servivano a mettere in mostra l'idea architettonica ad essi sottesa.

Quello che sembra evidente è che la comunicazione e la rappresentazione del costruito avvengono sempre su quell'idea di architettura sulla quale di fonda la costruzione stessa. Mistificare l'importanza di questa o voler privilegiare la sua astanza all'interno di un'operazione riduzionistica, quale è per definizione quella dell'esporre l'opera assente, porta a dubbi, come quelli suscitati da più parti dall'ultima Biennale di Architettura di Venezia, curata dallo stesso Sudjic.

Tra i diversi esiti ai quali ha portato un tema labile quale quello esemplificato nel titolo “Next”, l'aspetto più fragile è quello che esemplifica una linea del Sudjic-pensiero, per la quale "anziché selezionare gli architetti e invitare ciascuno di loro a proporre un'installazione, la Biennale ha scelto dei progetti che hanno qualcosa da dire su quello che sarà l'architettura". Una mostra che voglia solo essere informativa, toglie spazio alla funzione della stampa, ben più efficace in questo senso, senza centrare l'obiettivo di un allargamento di pubblico. L'allestimento, al contempo, in un'operazione di tal genere, non può andare oltre un'impaginazione o espletare una funzione di cornice di accompagnamento, sprecando l'occasione di interpretazione spaziale e della sua fruibilità.

Se è innegabile che un progetto -comunque venga rappresentato- non è architettura, bensì rappresenta una delle fasi di un'arte che forse più di ogni altra trova la sua esistenza nella realtà di un processo complesso, è altrettanto evidente che costruzione e progetto trovano il loro punto d'incontro nel campo comune dell'idea di architettura. E forse è proprio di questa che troppo spesso si sente l'assenza ancor prima che dell'opera che la realizza o della mostra che la rappresenta. Ma se questa assenza nell'esposizione sia responsabilità degli architetti o dei curatori è il dubbio che a volte ci accompagna.

Domitilla Dardi
d.dardi@libero.it
(2) Germano Celant in "Rassegna", 10, giugno 1982, p. 8.

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