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Biennale 2008: là fuori, gli edifici continuano silenziosi...

Pietro Valle



Out There, Architecture Beyond Building: "Là fuori (con un tono esortativo che sembra indicare il mondo reale), l'architettura va oltre agli edifici". Già dal titolo, la Biennale 2008 sembra affermare un dato di fatto già esistente: l'architettura contemporanea non si esaurisce nella costruzione, ma si pone come processo di indagine dell'ambiente in un senso più vasto. Diventa, anzi, comunicazione istantanea di questo processo capace di allinearsi ad altre pratiche informative all'interno di un mondo sempre più interattivo. I curatori Aaron Betsky, nella rassegna Installations/Manifestoes alle Corderie dell'Arsenale, e Emiliano Gandolfi in Experimental Architecture al Padiglione Italia ai Giardini, spiegano con quali mezzi la nuova architettura opera: interventi spaziali effimeri, presentazioni comunicative immateriali che si avvalgono di tutte le potenzialità delle nuove tecnologie. Eventi che non possono aspettare l'inerzia, del costruito e devono inseguire il proprio apparire in diretta. Architettura oltre agli edifici, quindi, ma anche al di là della funzione classica del progetto e della teoria come li abbiamo sempre conosciuti: strumenti questi che operavano paralleli rispetto al costruito ma che erano in grado di mantenere una distanza dal reale che era sì fisica, ma soprattutto critica.

Oggi questa distanza non sembra più possibile, in un mondo dove la comunicazione supera la realtà, la produzione iconica degli architetti in mostra è più immediata del costruito, ha più impatto e diffusione, lascia il passo ad ulteriori messaggi senza inerzia e quindi crea occasioni di lavoro: promuove, infatti, un operare dinamico, veloce, senza memoria, che si espleta in mostre, pubblicazioni, workshop, programmi didattici. Ormai esiste una generazione consolidata di architetti che opera attraverso questa progettualità comunicativa e quest'ultima si è scavata una nicchia di mercato sempre più considerevole, anche grazie alle immagini che elabora, il tutto indipendentemente dalla qualità degli spazi costruiti (se mai costoro ne hanno realizzati). Quest'architettura che cerca di adattarsi alle "condizioni sempre mutevoli della vita moderna" (come recita il comunicato stampa di Betsky) rappresenta un flusso continuo e la parola "processo" ricorre in molti dei manifesti e dichiarazioni all'interno della rassegna. Proprio qui, tuttavia, è interessante iniziare a indagare con quali modalità sono messi in moto certi meccanismi perché, dalle diverse presentazioni allestite, sembra emergere un tratto comune.

Innanzitutto, possiamo riconoscere che il processo progettuale, nell'era dei mass-media portati alla massima spettacolarizzazione si pone -in ogni suo stadio- come una forma di comunicazione immediata del proprio percorso. Ogni momento è immagine, messaggio, evento, formalizzazione e questo sembra preoccupare gli architetti molto più del contenuto del loro lavoro. L'architettura, quindi, si trasforma sì in un flusso di comunicazione continuo, ma quest'ultimo non sembra avere né progressionerelazionalità con altre dimensioni. Anzi, si consuma nel produrre solo ulteriore comunicazione. Marshall McLuhan negli anni Sessanta sosteneva che "il medium è il messaggio" e l'edizione 2008 della Biennale conferma in pieno questo assioma mostrando una progettualità intenta a elaborare solo la propria autopresentazione.

Più che un'architettura senza edifici, potremmo parlare di una progettualità senza esiti, priva della produzione di un rapporto operativo con il mondo reale che relazioni pensiero, materia, spazio, socialità e ambiente quotidiano. L'interfaccia è sì enunciata in molte presentazioni all'interno dell'esposizione, ma non è mai sviluppata: ci sono solamente istantanee di progetti, manca qualsiasi forma di sviluppo di essi. In questo, ogni installazione o presentazione, non si estende oltre ai propri limiti, si consuma nel momento della propria ricezione pubblica e questo pone quesiti importanti:
- Come superare il divario tra comunicazione e ricerca, tra enunciato istantaneo e processo? Può avvenire tutto questo in pubblico, in occasione di una mostra o rimane prassi privata degli architetti?
- Come creare una relazione operativa tra progetto e realtà se esso diventa comunicazione tout-court e non si lega ad altro?
- Come mettere in rapporto forma e materia se la prima si deve autorappresentare nella sola dimensione della comunicazione e nient'altro?

La Biennale, così intenta a difendere una posizione comunicativa dell'architettura, non dà risposte a questi quesiti: tratta tutto come un evento espositivo oppure mantiene le forme di un manifesto istantaneo. Privata di una propria identità formale, programmatica o materiale, l'architettura-informazione esplora il mondo che i mass-media le hanno reso accessibile: un universo di highlight, di notizie spettacolari, e lo fa suo. Contesti estremi in paesi in via di sviluppo o in situazioni post-catastrofiche tinte di esotismo, distopie ambientali ed ecologiche, ingiustizie sociali e condizioni di minoranze sfrattate, habitat temporanei e, spesso, di emergenza: sono questi i contesti a cui l'architettura in mostra a Venezia propone i suoi rimedi. Isola singoli estremi comunicativi del mondo globale, resi ormai familiari al pubblico dall'allarmismo delle news, e li trasforma nel proprio contesto oppure, a volte, nel proprio linguaggio formale.

Difficile trovare in Experimental Architecture un quotidiano, un ambiente ordinario. Tutto si deve allineare in una politica di emergency in cui contano gli estremi e in cui l'architettura attua una pseudo-amplificazione di problemi già conosciuti: quello ecologico e sociale in primis. Sono questi gli ultimi riferimenti rimasti a una disciplina senza una propria identità: essa, infatti, deve formalizzare paradigmi ambientali mutuati dall'informazione globale per sentirsi inserita nell'attualità.

Il risultato non sempre è originale e ricalca stilemi derivati dalle avanguardie artistiche e dalle pratiche sociali degli anni Sessanta e Settanta: fumetti e tabloid politici, performance e sit-in di protesta, formalismi biomorfici, eventi partecipativi che illustrano contesti sociali, statistiche e dossier economici. La circostanza che fa sì che queste forme di presentazione siano attuate con tecnologie più sofisticate di un tempo, nulla toglie al fatto che tentino di allargare il campo d'azione dell'architettura all'ambiente globale, solo che anni addietro c'era probabilmente un intento di cambiamento, mentre oggi rimane solo la spettacolarizzazione della denuncia.

L'enfasi su operazioni mutuate dall'informazione segnala anche la scomparsa di un'autonomia dell'architettura come disciplina. Se, nell'ultimo decennio, una certa sperimentazione digitale si era innestata su una linea di ricerca di linguaggi per l'architettura che rielaboravano figure derivate dalla propria identità storica o dall'analisi dei luoghi, nella Biennale questo è praticamente assente. Non stupisce che, tra molti nomi storici celebrati in mostra come antesignani della sperimentazione attuale (Gehry, Hadid, Coop Himmelblau, ecc.), sia assente Peter Eisenman con i suoi processi analitici della forma architettonica. Anche altri ex-protagonisti di questa ricerca presenti alla rassegna sembrano allentare la loro tensione creativa: Greg Lynn ha abbandonato la configurazione digitale per dedicarsi ad assurdi arredi dove ricicla pezzi di giochi per bambini, gli MVRDV hanno ridotto la loro ricerca urbana a una tarda versione di Metropolis che nulla aggiunge alle visioni degli anni Venti o a quelle dei film di fantascienza.

Lo scarto tra ricerca (storica) e spettacolarità (attuale) si rileva in pieno in alcuni personaggi storici come Frank Gehry e Zaha Hadid che sono presenti sia in Installations alle Corderie (con inutili siparietti autocelebrativi) sia in Masters of Experiments al Padiglione Italia dove mostrano il percorso storico (e ben più consistente) della loro ricerca. L'opposto accade per Coop Himmelblau che alle Corderie hanno la loro storica bolla-abitacolo di plastica degli anni Sessanta mentre ai Giardini mostrano la loro ricerca attuale. Certo, per questi architetti, la sperimentazione è stata l'anticamera del riconoscimento professionale e oggi, impegnati in cantieri internazionali, forse non hanno più il tempo per pensare.

Tuttavia, il fatto che gli stessi curatori riconoscano che esiste una storia recente della sperimentazione anche all'interno di singole biografie, dimostra che gli orientamenti sono cambiati e che è giunto il momento di documentare questa modificazione. Una volta, forse, la sperimentazione era legata alla teoria e a un ripensamento di linguaggi architettonici provenienti da figure interne alla disciplina. Oggi la teoria (intesa come percorso di pensiero critico) non serve più, bastano formule (o meglio immagini) di consumo immediate, e i linguaggi sono già dati, mutuati da un mondo extra-architettonico legato ai mezzi di comunicazione di massa. Molti dei giovani progettisti presenti in Experimental Architecture preferiscono il protagonismo dell'attualità all'analisi della forma. Per loro vale un principio di recycling continuo delle immagini dell'informazione per sentirsi sempre pronti a intervenire e quindi prediligono un prodotto già dato.

Anche il confronto tra Roma Interrotta, la mostra curata da Piero Sartogo nel 1978, e Uneternal City con le proposte attuali per la periferia di una decina di studi, perlopiù romani, è occasione per misurare il cambiamento di paradigmi del progetto urbano. Nella prima, vi sono formali esercitazioni sui linguaggi della pianta settecentesca di Roma del Nolli, nell'altra visioni geografiche di un territorio polverizzato che si risolvono nella riscoperta di megastrutture dal sapore fantascientifico. Si è persa la scala della città, ed è stato acquisito uno sguardo globale in cui l'agglomerato urbano scompare all'interno di vedute troppo remote. Il confronto con il mondo extra-architettonico potrebbe essere stimolante, ma la velocità del riciclo delle informazioni impedisce ai progettisti in mostra di interrogarsi sul significato di riferimenti di cui si appropriano con tanta disinvoltura. Non solo. Si assiste ad una generale ignoranza dei linguaggi architettonici (visto che a nessuno sembra interessare la conoscenza delle forme costruttive e spaziali), ma anche di quelli proposti dall'arte contemporanea e dall'informazione socio-politica. Gli artisti concettuali, sin dagli anni Settanta, avevano sviluppato processi d'indagine del reale ben più consistenti degli architetti e, soprattutto, non si erano preoccupati di produrre esiti comunicativi momentanei.

Molte presentazioni di Experimental Architecture si appropriano invece di stilemi storici senza conoscerne il significato e li impiegano direttamente senza misurare la distanza storica. Si assiste, quindi, a una generale banalizzazione di strategie artistiche che, in mano agli architetti, diventano facili formulette e questo avviene per molti giovani progettisti italiani che si rifanno alle primary structures del Minimalismo, ai sit-in degli hippy, al green design di Site o al Monumento Continuo di Superstudio senza capire che, oggi, essi hanno un significato diverso. Si assiste anche ad uno sdoppiamento di singole figure professionali che, pur costruendo al servizio della grande speculazione immobiliare, mantengono una parallela attività pubblicistica-sperimentale e qui recitano il mantra dell'abitare ecologico o del politically correct.

La tentazione di spingersi oltre l'architettura, istigata dai curatori, è quindi letta come stimolo a fuoriuscire completamente da essa, anche quando la si pratica. Questo "delirio di onnipotenza" degli architetti incontra però un limite, ed è quello della comunicazione di massa: più è diffusa, maggiormente è ininfluente. Ogni singola trovata è destinata ad essere consumata in breve tempo e non è seguita da una ricerca coerente, bensì dal proiettarsi in altri linguaggi, figure e contesti. A forza di "saltare", gli architetti rischiano però di perdere ogni controllo del proprio agire e di diventare una versione impoverita dei pubblicitari.

La parzialità dell'informazione, leit-motiv di questa Biennale, influenza anche i progetti di architettura. Quelli veri che parlano di muri e di spazi, quelli che potrebbero anche essere costruiti. Essi devono assumere un tema da enunciare con immediatezza, mai da svolgere in concreto. Il progetto esibito in mostra ricerca una formula: più essa è parziale, più è efficace anche se esclude molteplici piani di lettura. La complessità dell'architettura è livellata e non esistono paradigmi di confronto tra diversi progettisti. È questo il limite intrinseco della mostra L'Italia Cerca Casa di Francesco Garofalo al Padiglione Italiano. Il difetto non sta nella proposta del curatore che, anzi, tratta un tema importante, ma nei progetti degli architetti invitati, troppo diversi e singolarmente incentrati a produrre occasioni figurative che non affrontano la complessità del problema nel suo insieme ma solo singoli aspetti.

Alcuni padiglioni nazionali ai Giardini ripensano ai limiti dell'architettura esposta e cercano di usarli a loro favore con progetti più limitati e coerenti. Tra altri, ricordiamo il Belgio e il Portogallo che rinunciano a qualsiasi mostra e scelgono di modificare strutture reali (il padiglione nazionale e un palazzo sul Canal Grande) con interventi site specific che superano la dicotomia tra installazione ed edificio; la Stiria con Sense of Architecture e l'Irlanda con The Lives of Spaces propongono raffinate riletture di ambienti costruiti (e vissuti) attraverso il video; il Giappone propone la Extreme Nature di Junya Ishigami e Hideaki Ohba fuoriuscendo dal proprio padiglione con micronature chiuse in serra. La Spagna tenta la sfida di mettere a confronto visioni digitali, progetti e costruzioni reali nell'ambiziosa From Building to Architecture Without Paper; mentre le due mostre monografiche su Sverre Fehn al Padiglione dei Paesi Nordici e su Jorn Utzon all'Istituto Veneto di Lettere, Scienze ed Arti ridanno respiro a una lettura del pensiero tettonico, soprattutto grazie alla presenza di notevoli plastici lignei di sezioni di edifici e di moduli costruttivi.

Certamente sono, queste, reazioni in decisa controtendenza rispetto alla proposta di Aaron Betsky, che invece influenza la maggior parte dei padiglioni nazionali. La sensazione generale che deriva da questa Biennale è che non vi sia più scarto tra architettura esibita e reale, perché quella in mostra o, meglio, l'architettura che mostra se stessa in ogni istante è l'unica possibile. Per affermare la propria dimensione spettacolare, essa deve, tuttavia, perdere per strada il costruito (come richiesto dai curatori), ma anche la ricerca e la teoria (come conseguenza dell'inseguimento di una comunicazione perenne). Non è possibile rilevare alcuna distanza tra ricerca e progetto, tra progetto e realizzazione, tra figurazione e realtà in una situazione in cui ogni istante di un processo corrisponde alla sua autorappresentazione pubblica e assorbe ogni sforzo dei progettisti. Non è più possibile astrarsi e usare il distacco tra linguaggio e realtà come strumento critico di riflessione, tutto è evidenza e più essa è forte, meno incidenza vi è da parte dell'architettura nei processi socio-economici che governano la sua operatività. L'architetto "sperimentale" (ma si può ormai continuare a utilizzare questo termine?) rischia di trasformarsi in un creativo senza lavoro che si diletta in esercizi formali perennemente legato a un universo mediatico da cui non riesce a staccarsi. L'inerzia degli edifici, tanto vituperata da Betsky e Gandolfi, attua così la sua vendetta definitiva: "là fuori" essi proseguono silenziosi il loro corso, abbandonati dagli architetti e dalla progettazione.

Pietro Valle
pietrovalle@hotmail.com
[28 settembre 2008]
> LA BIENNALE DI VENEZIA

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