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La nuova urbanistica meridiana

Leandro Janni
Nel territorio urbano contemporaneo, i muri opachi e i grigi, anonimi edifici, pesano molto. Il mondo -comunque- sta cambiando, nonostante i muri opachi, i grigi, anonimi edifici e la loro insignificante, ottusa pesantezza.

Nella città antica le mura rappresentavano il principio femminile protettivo, che racchiude, che accoglie. Le mura, simbolo della soglia -del "limite"- segnavano il passaggio dallo spazio profano esterno, allo spazio sacro interno. Le mura, il recinto, la soglia costituiscono uno dei simboli, degli archetipi dell'architettura, insieme alla caverna, alla capanna primitiva. Nella città contemporanea lo spazio viene utilizzato in termini economici di efficienza e profitto, secondo una prassi urbanistica decisionale, espressione di un nomos, di un sapere/potere, che opera per conto di interessi sostanzialmente speculativi, omologando il territorio e la sua organizzazione, cancellando le caratteristiche di identità, di complessità, di omeostasi.

Il territorio urbano, lo spazio delle nostra città, è oggi fortemente caratterizzato da un'edilizia senza forma e senza qualità, che ha quasi cancellato i luoghi originari, realizzando metri cubi su metro quadro, di anonime, indifferenti costruzioni. Una sorta di scacchiera confusa, dispersa e indefinita; non pensata, non immaginata. Un inevitabile, pervasivo "dappertutto". Eppure, in questo nuovo paesaggio, noi viviamo quotidianamente, in un certo senso, come radicati nell'assenza di luogo, come stranieri. Questo spazio dell'atopia, de-situato, surreale ed astratto, anonimo ed infinito, a differenza della città antica, murata, compatta, accoglie dentro di sé il "limite", che dunque, non passa più al suo esterno, come una linea di difesa, di frontiera, ma l'attraversa, si situa al suo interno.

La città moderna, contemporanea è uno spazio, una condizione dell'atopia che, proprio per questo suo carattere straniante, in cui ci si smarrisce e insieme ci si ritrova, può essere percepita come una sorta di labirinto. In alcuni casi, situazioni particolari, speciali in cui lo schematismo geometrico si indebolisce, si frantuma, in cui il labirinto diventa "altro" -spazio polemico, erotico, ibrido, luogo del possibile- la città può essere percepita, letta, come una sorta di arabesco. Valéry parla dello "smarrimento" nella grande città, come di un'arte tutta da imparare. "Vagabondare è una scienza" ci dice Balzac. Nell'arabesco è realizzabile una diversa esperienza delle cose: figura in cui prevale l'armonia dell'insieme sul particolare, il colore sul segno, sul simbolo; esso può diventare il luogo dell'inclusione, della possibilità, della convivenza; lo spazio che protegge con le sue volute, con le sue geometrie indefinite ed aperte, dalla legge del nomos, autoritario ed esclusivo.

Il "limite", dunque, come spazio intermedio, ci permette di cogliere la cosa -le cose tangibili, misurabili- come una tensione, come una costellazione di eventi; ci conduce verso un pensiero narrativo che apre a nuove, inesplorate possibilità. L'altro, il diverso, allora, non è più l'estraneo fuori dai nostri limiti, ma costituisce la nostra stessa soggettività, identità, proponendosi nell'arabesco, in cui coesistono tutte le differenze: non omologate, ma rese più forti e significative dal loro contatto, dal loro interagire.

Dopo più di cinquant'anni di leggi urbanistiche di ispirazione "forte", autoritaria, prescrizioni, negazioni, divieti, conservatorismi che, troppo spesso hanno alimentato -soprattutto nel Meridione- rifiuti, esclusioni, emarginazione sociale, diffuse, pervicaci forme di illegalità, l'arabesco può rappresentare un modello culturale, spaziale, esistenziale alternativo, "debole", ma proprio per questo, autorevole e condiviso. Negando le forme geometriche forti, chiuse, meccaniche della scacchiera contemporanea, superando il disagio della civiltà, la perversione, l'ossessione dello spazio e del tempo moderno, rinunciando ad essere icona della legge, l'arabesco, ricerca un ordine altro, più organico, più complesso, più consapevole. L'arabesco come possibile, sorprendente, nuovo linguaggio, scrittura, narrazione. L'arabesco come rete organica e non come sistema generalizzato, confuso, omologato. L'arabesco come paradigma della nuova urbanistica meridiana, mediterranea.

Lo spazio fisico, esistenziale della città contemporanea, attraverso l'arabesco, quindi, può essere letto, sperimentato, vissuto, come ambiente fluttuante, policentrico, pluralista; multifunzionale e multidirezionale. Tessuto ibrido e significativo, inclusivo ed aperto. Nuova, possibile dimensione etica, politica. Tradurre tutto questo in legge, norma, regola -democratica, moderna, condivisa- è la sfida complessa, stimolante che, come architetti, urbanisti, legislatori, come cittadini del mondo, forse possiamo, dobbiamo raccogliere.

Leandro A. Janni
leandrojanni@tiscalinet.it

[15mar2003]

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