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Il vettore Domus

Domenico Cogliandro



Leggo, sulle pagine di vari tam tam di rete, un continuo dire e contraddire della release di Domus che Boeri ha traghettato sul mercato della pubblicistica d'architettura. Capisco anche che il tema è oltremodo interessante ma, chiedendo scusa per l'intromissione critica in campi che non mi pertengono, a mio parere la cosa è più complessa perché il tema non è un tema, ma un VETTORE. Il termine "vettore" l'ho scelto in virtù della sua duplicità perché indica, sì, una direzione, ma, al tempo stesso, individua un supporto che sostiene quella direzione. Per essere sintetico affermerò che Domus, questa release di Domus, individua, nel supporto, una direzione precisa. Se teoricamente l'assunto può essere corretto, praticamente va dimostrato. Quale direzione, dunque, ha preso Domus? Per tentare di dipanare la tela, senza però risolverla, mi appiglio ad un testo illuminante scritto da Ruggero Pierantoni, non senza affacciarmi ad alcuni spunti indicati da Vilem Flusser. "Dovremmo imparare –ha scritto Flusser– quando parliamo di città, a pensare topologicamente anziché geograficamente, vedendo la città non come un luogo geografico bensì come curvatura di un campo." Detto questo, bisogna anche dire che non è impresa facile. Per farlo, dobbiamo cambiare i nostri paradigmi di riferimento. Faccio un esempio, volgarizzando i concetti espressi da Flusser. Altri prima di noi, e noi di conseguenza, cambiando, appunto, PARADIGMA di riferimento, ebbero non poche difficoltà a leggere la geografia non come la descrizione di una superficie piatta ma sferica.

Quando pensiamo al sistema solare ce ne facciamo un'immagine geografica "vedendo" alcuni corpi che ruotano attorno ad un corpo più grande. "In realtà –continua Flusser- non abbiamo mai visto, e non possiamo vedere, direttamente il sistema solare, ma le rappresentazioni esemplificative che altri hanno dato per renderlo comprensibile." Oggi, per chi naviga lo spazio, questa rappresentazione è cambiata, e il sistema solare è rappresentato come un reticolo di fili, un cosiddetto "campo gravitazionale", che ha incurvature verso il basso, in cui questi fili sono più fittamente annodati. Nei sacchi che le incurvature formano sono contenuti i pianeti, tra cui la Terra che ha, a sua volta, un sacchetto più piccolo che contiene la Luna. "Sia l'immagine GEOGRAFICA che l'immagine GRAVITAZIONALE del sistema solare non sono riproduzioni, ma MODELLI. E il secondo modello (quello del campo gravitazionale), per quanto riguarda la correttezza dei calcoli, delle traiettorie, delle velocità, è più utile del primo per il raggiungimento di determinati obiettivi, ad esempio, con i viaggi nello spazio." Grazie al modello reticolare del campo gravitazionale è possibile "vedere" che per arrivare, ad esempio, dalla Terra a Marte, è necessario uscire dal sacco che contiene la Terra, evitare di cadere nel sacco del Sole e infilarsi, con una serie di passi giusti, aggrappandosi alla rete gravitazionale, nel sacco di Marte. In tal senso, il sistema reticolare aiuta a comprendere più chiaramente la strada da fare.

A Ruggero Pierantoni è stato chiesto di fare una riflessione sui miglioramenti che avrebbero portato alla società dei media e, di conseguenza, degli utenti i monitor ad ALTA DEFINIZIONE, e lui ha scritto che: siccome "il centro del problema è l'alta definizione, partiamo proprio ad analizzare il potere di risoluzione dell'occhio umano. Senza entrare in considerazioni piuttosto complesse e basate sull'analisi di variabili molto intricate si può affermare che (...) su una parete bianca di una stanza lontana dalla finestra aperta, in un giorno debolmente coperto, si riesce a discriminare un cerchietto nero con un diametro di 0,3 millimetri alla distanza di 2 metri. Per una distanza lievemente superiore a questa, la probabilità corretta di osservazione cade molto velocemente. Per distanze inferiori a due metri si commettono pochissimi errori. In un monitor 1024x768 ogni pixel è un quadrato con il lato uguale a 0,27 millimetri. Se osservo questo monitor, illuminato a livello medio da una distanza di un metro e mezzo, ogni pixel proietterà un'immagine sulla mia retina di forma quadrata con lato eguale a 0,003 millimetri: esattamente a livello della mia risoluzione visiva."

Traduco in italiano. Lo sforzo della ricerca sull'alta definizione sta spostando, nello stesso momento in cui noi stiamo qui a leggere, enormi capitali per avere un prodotto, cosiddetto, di "nuova generazione" e ad una definizione tale che nemmeno l'occhio umano riuscirà a percepirne significativamente i vantaggi. "Quale sarà il mio vantaggio –continua Pierantoni– di sapere (più che vedere) che i pixel che formano la cravatta del giornalista televisivo sono 700 anziché 350? Se l'informazione che ci viene fornita è così facilmente controllabile e imbrigliabile e comprabile e vendibile, sarà importante contare il numero delle righe?" A questo punto torniamo al vettore. Due (e mezza) sono le questioni che intendo sollecitare, o che mi pare di aver letto intorno ai sassolini lasciati cadere per strada dal direttore, e dai suoi collaboratori. LA PRIMA riguarda il paradigma. Domus, e qualunque altra macchina da guerra di tale entità, è un complesso ingranaggio nel quale si rischia di rimanere stritolati; per evitare di vedere membra del proprio corpo schizzare via senza preavviso si possono scegliere due strade: una riguarda il ritmo e la direzione già tracciati, una seconda la deviazione netta e improvvisa, rimanendo pronti per il contraccolpo. Secondo Boeri, e lo afferma nel sottotitolo di testata, Domus è una rivista di Architettura, Design, Arte e INFORMAZIONE. Il sassolino aggiunto si chiama Informazione. Il nostro paradigma propone, quindi, l'uomo come NODO di relazioni che, a sua volta, è inscritto in una immagine di città che si fonda su una antropologia basata su una rete di relazioni denunciate: una sorta di campo magnetico delle relazioni tra individui. Ecco che allora viene proposta una immagine di città come luogo attrattivo per la realizzazione delle possibilità umane.

Ma non è tutto così idilliaco come può sembrare, e Domus, circuitando il termine Informazione, come altro dai termini noti, si fa carico anche delle falle di visibilità, o curvature irrisolte e in una serie di passaggi centrali (ed è la SECONDA questione) denuncia quelle che Pierantoni indica come "verità a bassissima definizione": la storia di Ozersk, per esempio, che è una delle "città proibite" dell'ex-Unione Sovietica, i cui abitanti, da tre generazioni, vivono in funzione delle fabbriche di plutonio e sono esposti alle sue radiazioni; le vicende dei Min Gong di Shangai, una popolazione non censita di oltre tre milioni di migranti che si spostano ai confini delle città; il caso dei Marocchini residenti all'Estero che, in una sorta di migrazione all'inverso, trasferiscono nel Maghreb stili di vita, di consumo e di investimento propri dei paesi europei, con radicali trasformazioni dei modelli architettonici e urbani; l'atlante della SARS: come è scoppiata l'epidemia, chi ha contagiato, dove è stata esportata e da chi, facendola diventare un caso a livello mondiale; la riscoperta di un muro invisibile, mimetizzato nella sabbia e circondato da mine, che corre per circa 2600 chilometri ai confini del Marocco; e ancora, la vicenda di un tragico naufragio accaduto al largo delle coste siciliane nel 1996 che denuncia, come contraccolpo, la trasformazione del Mediterraneo in "mare solido", in cui le leggi e le identità normate valgono più delle libertà degli scambi.

Si sta parlando, a ruota rispetto alla tradizione delle riviste d'architettura, sempre di luoghi, di cose, di città, di insediamenti, di architetture, di sviluppo, di sostenibilità, di confini, di topologie, di cartografie, di modelli, di paesaggi, e quant'altro vi passi per la mente. Ma, mi domando, se non sono cambiati i temi, cos'altro aggiunge Domus. A dire di molti è cambiata la patina. Ma che vuol dire? Probabilmente che dietro la superficie liscia delle cose che dalle pagine vengono traghettate nelle coscienze e diventano, in un certo qual modo, opinione, è scivolato del pulviscolo. Insomma, sono stati messi a nudo frammenti di cose, porzioni di realtà, polveri sparse, sabbie dei deserti, che stridono con la fiducia catartica nella oggettività delle riviste d'architettura ("lo dice il telegiornale", cantava Jannacci), sono state dette cose che stavano a mezz'aria tra la teoria appassionata sulla "centralità dell'architettura" e le pratiche professionali dell'appalto o del concorso. O forse di più, e ho idea che dal "vettore" stia fuoriuscendo una sostanza colloidale che dilaga in ogni direzione con l'intendimento, forse, che adagiandosi sull'idea stessa di topologia, anziché di geografia, delle relazioni, si riesca a scorgere la forma, i tratti, i bordi, di quella cosa dinamica e articolata che adesso chiamiamo rete, o rizoma, e che in tempi non sospetti Italo Calvino intravide, parlando d'altro, nella maglia delle sue città invisibili. Eppure (parafrasando Flusser), nel caso in cui si sia mobilitata la necessaria fantasia richiesta, l'elemento che colpisce, se si osserva questa immagine di luogo, è la sua 'immaterialità'. In questo luogo, se così vogliamo chiamarlo, non sono riconoscibili case, né piazze, né templi, ma solo un intreccio di fili, una confusione di cavi, tra i quali le piazze e le case vanno visti come fenomeni di superficie, come eventi materializzati, come concrezioni che esigono un pensiero utopico, data l'idea relazionale del mondo che sta emergendo e dell'antropologia che ne consegue. In tal senso, e di questo sono certo a metà, ma è quello che emerge, a mio parere, anche dalla lettura della "new release" di Domus, non disponiamo di nessun modello tramandato: bisogna progettarne di nuovi.

Domenico Cogliandro
cogliandro@virgilio.it
[30jan2005]
> DOMUS

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