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Umberto Eco per Reggio

Franco Zagari



In memoria di Davide D'Africa, nostro studente.

"Che imparino a pensar difficile, perché né il mistero né l'evidenza sono facili."
Umberto Eco, 1997



 
"Si potrebbe cominciare così". È Umberto Eco che adotta questo incipit, in uno scritto recente su come sarebbe un mondo senz'acqua, poi arrestandosi del tutto, denunciando l'imbarazzo di chi, lui stesso, sia chiamato a trattare un tema arduo in forme brevi. Motivare un avvenimento che coinvolge profondamente una comunità non è cosa da poco: o si spiega da sé, come una necessità imprescindibile –"perché sì"–, o dà luogo a infinite possibili interpretazioni e ci si smarrisce in un labirinto. Allo stesso modo è preso da inquietudine chi –come me– debba motivare la laurea honoris causa a Umberto Eco in architettura qui, oggi, nella Università Mediterranea di Reggio Calabria.

Vi è, naturalmente, una motivazione di ordine generale, il riconoscimento nella sua opera di un'elaborazione scientifica del tutto originale: Eco è un riferimento primario negli studi umanistici del nostro tempo, il suo lavoro rappresenta una tappa fondamentale nella riflessione sulla semiotica come teoria generale dei linguaggi. Si fa carico di una intensa quanto misconosciuta tradizione filosofica, si dimostra capace di rinnovare sia i metodi che gli oggetti di indagine alla luce dell'epistemologia contemporanea, assunta criticamente. Provocatorio e lungimirante nello sfidare, già negli anni '60, le sistemazioni tra "cultura alta" e "cultura bassa", attivamente partecipe delle esperienze di punta del rinnovamento culturale italiano sia sotto il profilo teorico (la sua appartenenza al Gruppo 63, l'amicizia con Luciano Berio, Kathy Berberian...) sia in ordine alla traduzione in pratiche editoriali (la lunga collaborazione con Bompiani, con la Rai, con il gruppo de L'Espresso) e di scrittura (viola il tabù per cui un professore universitario non scriva correntemente sui giornali). Eco è stato fra i primi intellettuali italiani a prendere come serio oggetto di osservazione e di indagine i mezzi di comunicazione e le forme dell'espressione di massa, su cui ha scritto con straordinario acume. A quarantacinque anni, cattedratico riconosciuto, rilancia, con un romanzo che avrà uno straordinario successo e che lo incoraggerà a perseverare nella doppia identità di studioso e scrittore. Come tale, è fra gli autori italiani più conosciuti e celebrati in patria e all'estero. È un grande organizzatore e divulgatore di idee. È un ponte continuo fra la ricerca pura e il fatto di costume come rivelatore dei mutamenti profondi della società e delle idee. È un innovatore, con la sua sfida semiotica, partendo da una militanza nelle neo avanguardie artistiche. È, in modo generoso e gentile, un grande comunicatore. Solo le sue lauree ad onore sono numerosissime, nelle sedi internazionali più prestigiose.

Ma perché qui? E perché architetto?

Riguardo all'architettura in sé Eco è in genere piuttosto schivo. Di fronte alla domanda del perché non abbia mai ricevuto una laurea in architettura avrebbe risposto così: "Non sono neppure mai stato in cima al Monte Bianco." E su cosa dell'architettura contemporanea lo abbia particolarmente influenzato: "Vi sono cose importantissime, come il teatro, di cui non mi sono mai occupato in particolare." E gli architetti? Nelle sue notti insonni pensa al Centro culturale di Noumea di Renzo Piano, al Walt Disney Concert Hall di Frank Gehry, alla Casa Magney di Glenn Murcutt? "Parola mia, mai vista una categoria che al suo interno sia più litigiosa."

Eco disegna, molto bene, ma solo per i suoi amici, soprattutto fumetti: ha fatto una storia della filosofia a vignette. Forse ha già progettato delle architetture, ma se è così ne fa mistero. Eco è inoltre assediato dall'architettura nei suoi stessi affetti familiari. Carlotta, sua figlia, è un bravo architetto che vive e opera a Milano. Renate Ramge Eco, sua moglie, è docente di Comunicazione visiva ed esperta di didattica museale, e lavora con continuità fra architettura, arti applicate e museografia, con progetti come quello per il Laboratorio del Loggiato alla Pinacoteca di Brera. Molti sono poi i suoi amici architetti, fra i quali da sempre Vittorio Gregotti e Pier Luigi Cerri, ed è quest'ultimo a ridisegnare le piante dell'Abbazia benedettina e della biblioteca-labirinto de Il nome della rosa nella prima edizione. Jean-Jacques Annaud nel 1986 traspone il romanzo in un film di grande successo. Non è chiaro se Eco abbia avuto voce in capitolo rispetto alla scelta del regista invece di Ingmar Bergman, che pure era stato consultato, ma di sicuro partecipa alla costruzione iperrealistica –e alla distruzione– dell'abbazia, ghostarchitect di una scenografia che come è noto fu ossessivamente curata, fin negli odori.

Ma fra Eco e l'architettura vi è in realtà un nesso fatidico, e lo si vede già nel fatto che proprio una facoltà di Architettura, quella di Firenze, lo ha invitato a insegnare Comunicazione visiva all'inizio della sua carriera accademica, poi subito imitata dal Politecnico di Milano. Fra i suoi giovani studenti di allora vi è il nostro preside Massimo Giovannini, che ha proposto questa laurea. L'architettura deve molto al pensiero di Eco per ragioni profondamente radicate. Certamente, come farò io qui di seguito, gli architetti esondano con qualche misinterpretazione del suo pensiero, ma lo seguono sempre con attenzione, e forse potrebbero farlo con profitto anche di più.

Vi è stata una stagione della semiotica dell'architettura: fra i tanti studiosi Eugenio Battisti, che qui ha insegnato, Renato De Fusco, Giovanni Klaus Koenig, Cesare Brandi. La ricerca ha investito con grande ampiezza di latitudine il valore simbolico delle forme, scoprendone la non estraneità anche nel funzionalismo più ortodosso. Ma quello che qui importa di più è sottolineare una corrente di energia che dalla semiotica si trasmette all'architettura –e, chissà, forse viceversa–, spesso per vie non propriamente ortodosse sotto il profilo teoretico, tracciate piuttosto da intuizioni creative (il prossimo convegno dell'Associazione Italiana di Studi Semiotici sarà sulla città).

Con Opera aperta Eco parte dall'idea che nell'arte di avanguardia l'offrirsi all'interpretazione dei "fruitori" sia parte integrante del progetto artistico. È sintomatico che questo approccio percorra su binari filosofici una via che in parallelo nello stesso tempo propone anche Robert Venturi con Complessità e contraddizioni nell'architettura (1966), con un ragionamento che parte dal centro del progetto. Entrambi ricorrono alla categoria della pluralità di senso e, esplicitamente, dell'"ambiguità" dell'opera artistica, entrambi prendono le mosse dallo "stato nascente" della propria tesi di laurea, entrambi hanno un profondo coinvolgimento poetico. Forse anche Venturi aveva letto o incontrato Roman Jakobson, secondo il quale le specificità del messaggio artistico sono nella sua ambiguità e soprattutto autoriflessività, riflessione interna sulla propria forma. Ma certamente questo mio accostamento è un aperto abuso delle facoltà interpretative concesse al nuovo protagonista della scena, il lettore, che letterato o lettore colto che sia diventa da quel momento lettore di massa.

Eco, partendo dalla sua tesi di laurea su Il problema estetico in Tommaso d'Aquino, ha sempre dichiarato una sua spiccata affinità per il Medioevo, l'epoca della grande riorganizzazione del sapere universale. L'elenco, ad esempio, come modo di formare, è proprio dell'estetica medievale, e si presta in modo quanto mai moderno come categoria duttile per le aspirazioni delle avanguardie artistiche nella crisi del moderno. "La tecnica dell'elenco –sottolinea Bruno Zevi interpretando a sua misura Eco- è bifida: emerge nelle età decadenti, ma anche in Joyce, negli assemblage, nei regesti della pop-art, e allora attesta la non accettazione di un mondo." Opera aperta enuncia due diverse strategie di assegnazione di senso entrambe intenzionali, sia il messaggio univoco, ma fruibile secondo livelli di coerenza diversi, come in Dante, o plurivoco per espressa volontà dell'autore, come in Joyce.

Con La struttura assente (1968) Eco apre una rivoluzione nel pensiero degli anni Sessanta che –come lui dice– "vuole essere modestamente copernicana": voler vedere tutti i fenomeni di cultura come fenomeni di comunicazione, con strumenti che vanno oltre a quelli linguistici e a quelli della teoria dell'informazione. Quali nuove strutture interpretative per una diversa visione dell'arte e della comunicazione sociale? Per Eco, dice Teresa de Lauretis, "sono le scienze del simbolo -la semiotica, la linguistica, la semantica, la logica, la psicanalisi."

Molti capitoli del libro sono scritti per gli studenti di architettura di Firenze e Milano: "… (La struttura assente) –dice Eco– deve agli studenti di architettura la continua preoccupazione di un ancoraggio dell'universo delle cose da comunicare all'universo delle cose da modificare." Questa idea infiamma gli architetti non tanto, e non è poco, per quello che Eco dice esplicitamente sull'architettura, quanto per la tesi generale, che la ricerca semiologia è sfidata, anche, da "quei fatti di cultura il cui fine primario non sembra la comunicazione", come quasi sempre gli avvenimenti che riguardano l'architettura sono, nel senso più ampio, "testi" più o meno coscienti o spontanei. È una visione che segna, è il caso di dirlo, l'ingresso dell'architettura in una nuova epoca culturale, quella della comunicazione, e ne riafferma la vitalità, spostandone radicalmente strumenti e fini, codici e comportamenti, rappresentazioni e realizzazioni. Le Colonne d'Ercole di questo passaggio sono la progressiva perdita di centralità psicologica dello spazio come interno costruito, dello spazio in carne e ossa nel senso di Heinrich Wölfflin, e l'affermazione di valori immateriali, la scoperta di nuove frontiere della rappresentazione virtuale che spesso più che raccontare sostituiscono il corpo stesso dell'architettura.

Facendo un salto sino ad anni più recenti, nel 1995 Eco pubblica Interpretazione e sovrainterpretazione, che riprende e sistematizza il dibattito che lo ha visto contrapporsi alla grande moda della decostruzione. Il testo, come osserva Luigi Prestinenza Puglisi, è rivolto a chi si interessa di critica letteraria ma affascina e interessa anche chi si occupa di arti figurative e di architettura. Quante volte da architetti abbiamo descritto un contesto, nel quale ci siamo trovati a lavorare, come una "trama indiziaria" di vocazioni, aspirazioni, passioni, un genius loci dotato di psiche insomma, da rimettere in una sequenza compiuta e comunicabile di senso, per poter procedere attraverso un'azione, il progetto, che lo interpreti? E quante volte, modificando un contesto abbiamo adottato varie scritture sovrapposte, come layer, alcune più evidenti e dimostrative, altre più intime e nascoste, storie conclamate e miti appena allusi?

Nel modello teorico messo a punto in Lector in fabula (1979) Eco partiva dall'idea che l'opera, o il testo, da un lato è "intessuta di spazi bianchi", cioè non dice tutto, lascia molto all'iniziativa interpretativa del suo lettore, ma al tempo stesso contiene al proprio interno le istruzioni in base alle quali va interpretata. Per questo parlava di cooperazione interpretativa e del processo di lettura e/o fruizione come di un'esperienza controllata dallo stesso testo. Ecco dunque presentarsi come strategie testuali un Autore Modello e un Lettore Modello. Eco distingue con grande precisione questo progetto di lettura iscritto nel testo da quelle che sono le letture empiriche, quelle di Pinco e di Pallino: le quali, se sono riuscite, si conformano al progetto dell'opera e quindi risultano vere e proprie interpretazioni (in un senso probabilmente vicino a quello che si dice per uno spartito in musica o per una pièce teatro), e se invece sono troppo libere si configurano come usi.

L'interpretazione, la comunicazione che passa, o non passa, o si modifica fra autore e lettore del testo, è un tema che coinvolge fortemente l'architetto, che attraverso la sua opera "parla" con chi la abita. Non mi soffermo sulla questione ermeneutica, di quanto un testo sia aperto a interpretazioni diverse, che si applica all'opera di architettura come a un testo letterario. Qualcuno, il critico, suppone le implicazioni che l'opera –conscia o inconscia- produce modificando la realtà, essendo a sua volta dalla realtà informata, e qualcuno, lo storico, ne ricostruisce la genesi nel tormentato processo che passa fra l'ideazione e la realizzazione. La sovrainterpretazione è una lettura fortemente orientata, che forza il testo anche oltre a quella oscillazione di senso che chi lo ha prodotto ha presumibilmente prefigurato. Ma in architettura spesso incorriamo in opere intenzionalmente predisposte per essere sovrainterpretate, soprattutto se ci riferiamo a linguaggi che applicano e precipitano senza mediazione portati figurativi da altre arti, come la moda, il cinema, il giardino, il design.

Gli ultimi grandi saggi di Eco, rispettivamente, sulla traduzione (Dire quasi la stessa cosa, 2003) e sulla metafora (AA.VV., Metafora e conoscenza, 2005), potrebbero aiutarci a discernere il diverso valore che questi portati possono assumere, se il valore di semplici citazioni o superfetazioni, rinunce a una ricerca specifica, oppure esempi di trasposizione intersemiotica, "trasferimenti", tra-duzioni e ibridazioni significative fra un linguaggio e l'altro, che richiedono sempre un percorso interpretativo intermedio.

Un tema più generale, che attraversa tutta la riflessione di Eco, investe invece il rapporto tra pensiero e immagine, per dirlo in modo di estrema sintesi. La stessa metafora, figura retorica per eccellenza, viene analizzata come strumento del pensiero, capace di stabilire nuove connessioni fra concetti apparentemente lontani, cortocircuiti creatori di senso. Per sua stessa ammissione, del resto, pensare per immagini è sempre stato per Eco anche un metodo "istintivo" di lavoro. Lo è stato per i romanzi: pensiamo solo al caso più evidente dell'ultimo, La misteriosa fiamma della regina Loana. Le immagini, oggetto di uno straordinario lavoro di ricerca, sono parte protagonista del testo, non semplici illustrazioni. Attraverso di loro Eco ricostruisce -oltre ai propri- l'immaginario, la cultura e le aspirazioni di un'intera generazione. Ma anche la sua trattazione teorica è ricca di immagini in senso proprio. Due esempi per tutti: il rizoma come modello per l'organizzazione dell'Enciclopedia, l'universo semantico globale, "biblioteca di tutte le biblioteche", ma anche il celebre Rinoceronte di Dürer, per dimostrare quanto si tenda a raffigurare ciò che si sa piuttosto che ciò che si vede, e dunque per liberare l'immagine dal suo supposto statuto di "copia" imperfetta del reale. È proprio dell'architetto pensare molto per immagini ed è facile intuire come l'approccio di Eco sia di immediata contiguità.

Eco oggi ci parlerà della Bellezza. Recente è la sua pubblicazione di una Storia della bellezza, dove la storia comparata delle idee di bellezza è soprattutto fra pittura e letteratura, con le altre arti sullo sfondo. Che di più ineffabile nella tradizione crociana? La bellezza di Eco invece non è una storia dell'arte ma una storia di idee di Bellezza, un'appassionante avventura intellettuale e emotiva, idee, cito, "che si sono manifestate e sono state discusse dalla Grecia antica fino a noi (...) e si vede come non solo attraverso epoche diverse ma talora anche all'interno di una stessa cultura diversi concetti di Bellezza siano entrati in mutuo conflitto". Per la verità, poche sono le architetture citate, se non alcuni momenti di transito cruciale, come la Cattedrale di Notre-Dame e la Rotonda di Andrea Palladio, punti di eccellenza dell'idea di proporzione in architettura, il Sant'Ivo alla Sapienza di Francesco Borromini o la Cappella della sacra Sindone di Guarino Guarini come lo stupore e la sorpresa del barocco, il Crystal Palace di Joseph Paxton, la Bibliothèque di Henri Labrouste, la Tour Eiffel e le fermate del Metro parigino di Hector Guimard come annuncio della nuova architettura di vetro ferro e ghisa dell'età della borghesia, la bellezza inquieta di Antoni Gaudì o quella rassicurante di Frank Lloyd Wright come la più completa espressione del canone novecentesco della continuità fra interno e esterno. Una sola città, quella industriale, fra Charles Dickens e Gustave Doré, descritta come il regno della tristezza, dell'uniformità, della tetraggine e della bruttezza. Un poco di design, come quello che definisce meglio di ogni altro aspetto i canoni della casa borghese. Eppure questo approccio ancora una volta buca dritto al cuore l'attenzione degli architetti. La pittura e la letteratura infatti raccontano molte vicende che li riguardano da vicino in metafora.

Vi è poi un'affinità, pur sempre tenuta in termini di riserbo, per l'architettura come espressione sintomatica dei valori di una comunità –quanti edifici e paesaggi "vestono" i suoi personaggi–. Eco nei suoi romanzi assegna sempre una grande importanza allo spazio e alle architetture, fondamentali elementi della costruzione narrativa e, in questo senso ne mette in evidenza allo stesso tempo il carattere costrittivo e quello labirintico, "matematico". Il suo modello medioevale è sempre anche quello di un luogo chiuso, autosufficiente, separato. Molto forte si evoca la sua vocazione enciclopedica, appaiono accanto a lui Diderot e D'Alembert. Viceversa il paesaggio è espressione di forte radicamento affettivo e identitario dei soggetti, pensiamo per esempio alle Langhe, nel Pendolo di Foucault.

Ma quello che forse più importa, riguardo all'avvenimento di questa laurea, è di cercare di cogliere il punto di vista di Eco, la sua accettazione di voler diventare, per la prima volta, architetto e di legare il suo nome alla nostra città. "Stat rosa pristina nomine". Qualche cosa, riguardo al vestire i panni dell'architetto, deve riguardare il suo marcato senso dello humour, ma solo lui saprà dire bene perché. Chi, se non un architetto in pectore, potrebbe dire, come Eco ha detto: "Mi sono però persuaso che certamente esistono nozioni comuni a tutte le culture, e che tutte si riferiscono alla posizione del nostro corpo nello spazio?" (Cinque scritti morali, 1997). Vi è certamente in lui un'affinità con l'attitudine dell'architetto, nell'essere per sua natura portato a classificare e ordinare dati complessi, interagenti fra discipline anche abitualmente distanti, infaticabile tessitore e decostruttore di sistemi, fra il caos e l'ordine.

"Perché l'ordine, scrive Eco nell'ormai celebre Elogio di Franti, o lo si ride dal di dentro o lo si bestemmia dal di fuori, o si finge di accettarlo per farlo esplodere, o si finge di rifiutarlo per farlo rifiorire in altre forme; o si è Rabelais o si è Cartesio." Classico o barocco? Nota de Lauretis che "...il gusto barocco dell'eccesso e dell'iperbolico, dello straniante, del falso e dell'apocrifo caratterizza gli scritti occasionali di Eco...". Sì, ma nel senso di un generosissimo visionario che si è sempre imposto la adamantina chiarezza di un pensiero logico. Le Corbusier in questo senso gli è perfettamente speculare: dall'orrore per il barocco all'assoluta eresia degli oggetti a reazione poetica. A proposito dell'ordine Corbu scriveva molti anni prima: "L'asse è forse la prima manifestazione umana; è il mezzo di ogni atto umano." (Vers une architecture, 1920-21) E nell'introduzione della riedizione del 1958: "...mi chiamano oggi architetto 'barocco'. È la più atroce designazione che mi possa essere conferita." Non avremmo forse potuto incontrare Guglielmo di Baskerville e Jorge da Burgos nel Convento de La Tourette, sia pure domenicano, o nella chiesa di Ronchamps? "Nomina nuda tenemus".

Infine, non ultimo motivo, certamente lo ha determinato il suo carattere di intellettuale. La sua è visione del mondo è improntata da una religiosità laica. Come scrittore di romanzi Eco è, come nella quotidianità, teso verso la tragedia e fortemente radicato nella commedia. Il suo straordinario sense of humour è una regola di vita, una continua tensione dialettica fra questi due generi. Pochi dei molti milioni di lettori de Il nome della rosa ricordano che nel romanzo l'origine della catastrofe è l'occultamento di un libro sul comico, il secondo volume della Poetica di Aristotele, perché argomento ritenuto massimo principio di eresia. "Il diavolo, dice Eco per bocca di Guglielmo, non è il principe della materia. Il diavolo è l'arroganza dello spirito, la fede senza sorriso, la verità che non viene mai presa dal dubbio." Tutto il suo pensiero ha un filo rosso di forte continuità fra estetica e etica e lo abbiamo trovato sempre accanto a noi in un costante impegno civile e in un grande e sofferto amore per il nostro Paese. E qui il suo incontro amichevole con Reggio è un chiaro atto di fiducia e di speranza per la nostra città.

Franco Zagari
Reggio Calabria, 9 maggio 2005



PS:
Vorrei motivare questa laurea anche solo per un manualetto di Eco, più che mai longevo, Come si fa una tesi di laurea (1977), per la straordinaria utilità nell'educazione alla scrittura di tanti nostri giovani studenti e docenti. Scritto tout court per insegnare a scrivere correttamente un saggio, e solo per pudore riferito all'esperienza di laurea, non solo dà una strumentazione "tecnica" essenziale per iniziare alla pubblicazione il saggista, ma è una guida su come negli studi umanistici un ragionamento debba attenersi con precisione a delle regole, non diversamente dall'enunciazione di un teorema matematico.
[10may2005]
Ieri, lunedì 9 maggio, l'Università mediterranea di Reggio Calabria ha conferito la laurea honoris causa in Architettura a Umberto Eco. Questa pagina propone ai lettori di ARCH'IT la laudatio pronunciata da Franco Zagari, che ringraziamo per la gentile concessione.
> LAUREA HONORIS CAUSA A UMBERTO ECO

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