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Metamorfosi Italia

Luca Molinari



La rivista giappone a+u (Architecture and Urbanism) ha pubblicato nei giorni scorsi un numero monografico dedicato alla scena italiana: "Italian Metamorph", curato da Luca Molinari. Il volume, che appare in un momento di rinnovata attenzione internazionale per la produzione architettonica del nostro Paese, propone una visione ad ampio spettro che tenta di raccogliere e interpretare con spirito laico una molteplicità di percorsi di ricerca.



 
In questi ultimi anni, lentamente ma con una costante linea ascendente, si ritorna a parlare dell'architettura italiana contemporanea, tutto questo malgrado l'ostracismo di molte Biennali e il silenzio ignorante di molti critici. Dopo due decenni di crisi di progetti e di opere costruite, la scena italiana si sta rigenerando sotto la spinta dell'opera di nuove generazioni di progettisti e di qualche "maestro" capace di non cadere schiavo della propria biografia linguistica per rimettersi in discussione attraverso il progetto.

Ci sarebbe da interrogarsi a lungo sulle ragioni della crisi e del silenzio che l'ha avvolta, ma credo che parallelamente alla reale assenza di opere e di occasioni di rilievo durante tutti gli anni Ottanta, si è continuato a cercare da parte della critica internazionale una razza di progettisti italiani che stava inesorabilmente cambiando, quella degli architetti/teorici che spesso con i loro scritti e disegni, piuttosto che con le proprie architetture, hanno influenzato decisivamente la scena internazionale tra gli anni Sessanta e Settanta. Mi riferisco soprattutto alle generazioni di Aldo Rossi, Vittorio Gregotti, Franco Purini, Giorgio Grassi, Guido Canella, Carlo Aymonino, Andrea Branzi, Gianugo Polesello, Luciano Semerani, Paolo Portoghesi che con i propri scritti e iniziative editoriali hanno tenuto aperto una finestra importante e influente sulla scena internazionale architettonica e accademica. Ma la forza delle parole raramente è stata supportata da un contesto nazionale che non le ha mai accolte come esperienze necessarie e questo processo con il tempo ha esaurito la forza concettuale di molti di questi contributi.


Italo Rota, biblioteca di San Sisto a Perugia.

L'Italia era diventata paradossalmente una provincia, molto importante, ma pur sempre una provincia in cui vivere costantemente la distanza verso altre realtà più dinamiche e in cui il concetto di modernità applicato all'architettura era ancora considerato un problema sociale e di gusto. Sullo sfondo stava contemporaneamente un contesto fisico pesantemente modificato da un processo di urbanizzazione selvaggia che ha divorato coste e campagne a partire dalla fine degli anni Cinquanta e che non ha precedenti nella storia italiana. Deregulation, speculazione edilizia, ridotta qualità diffusa delle costruzioni, un livello molto basso della committenza pubblica e privata, una difesa oltranzista del patrimonio storico hanno trasformato uno dei paesaggi antropizzati e naturali più belli e invidiati del mondo in una realtà complessa, schizofrenica, aggredita che ha soprattutto generato periferie dormitorio e centri storici come parco a tema.

Ma da questa condizione che appariva come un cancro incurabile si cominciano invece a rilevare con costanza crescente, a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, una serie di fenomeni nuovi, virus reattivi e inediti, con una diversa sensibilità e attenzione ai problemi della qualità sociale dello spazio costruito e all'importanza dell'architettura come elemento di trasformazione consapevole della città.

Una committenza pubblica e privata nuova e più consapevole si sta affacciando, i media danno sempre più attenzione all'architettura come fenomeno sociale e di costume, una nuova stagione di concorsi nazionali e internazionali che interessa da Nord a Sud la maggior parte delle città italiane imponendo un confronto molto salutare tra architettura locale e quella internazionale, una maggiore circolazione degli studenti di architettura nelle maggiori università europee, l'introduzione della tecnologia digitale e di Internet, un lento ma inesorabile ricambio generazionale che ha sempre meno relazioni forti con il mondo accademico ma che invece cerca legittimazione nell'azione diretta su scala locale.

I processi di costruzione si moltiplicano e soprattutto si fanno più rapidi e questo malgrado realtà amministrative ancora farraginose e lente e imprese di costruzione che non sempre riescono ad essere all'altezza delle ambizioni dei progetti vincitori. Ma c'è un elemento che sta diventando un paradossale vantaggio per la scena italiana contemporanea ovvero il ritardo strutturale del Paese rispetto alle altre realtà europee più avanzate. Questo ritardo potrebbe diventare una straordinaria risorsa operativa e concettuale per la nostra cultura architettonica. Siamo infatti in una fase storica in cui l'esperienza italiana sta cominciando a mostrare solo i primi passi, non si tratta ancora di una scena matura, ma di una promessa concreta di qualità e di buone esperienze in corso che stanno cominciando a dare i primi,positivi frutti.

Questo ritardo e condizione di lontananza dalle azioni più visibili del panorama internazionale sta generando esperienze diverse, anomale così come fu altrettanto anomala la stagione dei Maestri dell'architettura italiana dell'immediato dopoguerra. Una anomalia di forme, ricerche, parole d'ordine e materie molto diversa da quanto stava accadendo negli altri paesi del Modernismo maturo e insieme interprete di quella modernità giovane, vitale e provvisoria che rappresentava l'Italia della ricostruzione e del boom economico. L'accostamento potrebbe sembrare azzardato, quello di affiancare BBPR, Albini, Giò Ponti, Gardella, Scarpa, Ridolfi, Moretti a giovani autori come 5+1, Beniamino Servino, Cino Zucchi, Metrogramma, Pietro Carlo Pellegrini, Italo Rota, IaN+ e Cherubino Gambardella, ma al di là delle maturità messe in campo si possono provare a leggere elementi propri di una identità culturale e progettuale che compone l'attuale condizione di metamorfosi della cultura architettonica italiana.

Un quadro fortemente individualizzato nei percorsi degli autori, una tendenza a verificare fenomenologicamente i caratteri e le condizioni del progetto, una naturale relazione con il progetto urbano e con la lettura attenta del contesto, un rapporto problematico con la storia e le tradizioni locali, una relazione culturale e profonda con la relazione tra classico/anticlassico, un diffidenza per la tecnologia vista come cardine del progetto, dialogo ed ironia come anticorpi all'accademismo, una particolare sensibilità nel manipolare luce, colore e materia: questi appaiono come alcuni dei caratteri comportamentali e distintivi dell'architettura italiana in un contesto generale in cui le riflessioni sul senso e il valore delle identità nazionali si fanno sempre più insistenti.

Ma credo sarebbe profondamente sbagliato cercare risposte in una idea di supremazia dei linguaggi e delle forme "locali" contro quelle "internazionali", così come affidare alle singole materie o storie il potere taumaturgico della originalità. Vittorio Gregotti, uno dei pochi autori italiani che ostinatamente continua a verificare la propria azione progettuale attraverso una fertile attività pubblicistica, in un illuminante saggio sull'Identità e crisi dell'architettura europea (1) associa il termine identità a quello di crisi della cultura e della rappresentazione in una epoca in cui ogni cosa sembra dissolversi e alleggerirsi di significato. Lo scritto si muove poi intorno alla nozione di identità europea più che di identità nazionale ponendo giustamente l'accento non sopra inutili primati linguistici e formali ma soprattutto sulla condizione di tolleranza, di ascolto, di dialogo e conflitto costruttivo con i luoghi che le diverse esperienze architettoniche continentali lungo i secoli hanno saputo costruire.

La cultura europea, così come la cultura italiana, è profondamente urbana e su questa condizione sono state costruite alcune delle sperimentazioni e ricerche più avanzate e interessanti della nostra storia e nel nostro presente. La città continua essere al centro delle riflessioni contemporanee ma a questo termine va ormai sostituita una condizione diversa, quella di un paesaggio metropolitano diffuso con entità fisiche, sociali, economiche e simboliche profondamente diverse dalla città europea della metà del XX secolo. E in questo paesaggio solo apparentemente omogeneo, nelle pieghe di una complessa e stratificata eterogeneità si stanno definendo caratteri, desideri, domande, pulsioni che la cultura architettonica dovrà necessariamente imparare ad interpretare (2) se vorrà ancora continuare a rappresentare e disvelare il suo tempo.


5+1 & Rudy Ricciotti, Nuovo Palazzo del Cinema di Venezia.

L'Italia, sotto questo punto di vista sembra rappresentare una di quelle realtà geografiche e sociali capaci involontariamente di concentrare molti dei temi di fondo significativi per il prossimo futuro dal rapporto tra sistema metropolitano diffuso e condizione urbana policentrica consolidata su piccola scala, alla relazione tra storia, tradizione e modernità, dalla casa come luogo di una società multi etnica sottoposta a metamorfosi continua alla crisi dello spazio pubblico tradizionale, dalla piccola scala come elemento di qualità diffusa alla nozione di paesaggio come tema sostanziale da ripensare.

Una parte interessante della cultura architettonica italiana oggi sembra lentamente rispondere a questi stimoli perché prodotti, soprattutto su scala locale e frammentaria, da precise, emergenti domande economiche e politiche che si fanno portatrici di nuove richieste a cui l'architettura deve saper rispondere. Tra il 1985 e il 2004 si è portato a compimento il quartiere Bicocca di Milano, la prima grande operazione immobiliare prodotta da un soggetto privato su di una grande area industriale dismessa affidata allo studio Gregotti a seguito di un concorso internazionale, esperienza unica in quella fase in Italia. Il progetto, a firma e conduzione unitaria, si presenta come tentativo di costruire un frammento di città ordinato e chiaro nell'impianto all'interno della confusa compagine periferica immettendo funzioni variabili forti capaci di costituire un cuore nuovo, capace di fare centro.

Tra il 2001 e il 2003 su precisa richiesta del Comune di Bolzano, lo studio Metrogramma venne incaricato di produrre due ricerche territoriali (3) in cui verificare gli scenari di densificazione e di evoluzione degli habitat di lavoro e vita nel territorio urbano locale, generando un precedente significativo sulla scena italiana e uno strumento metodologico importante che cercò una strada nuova tra la teoria urbana di Rossi e Gregotti e le contemporanee esperienze olandesi. Il valore di questa esperienza, che ha dato visibilità ad uno degli studi italiani più promettenti sulla scena attuale, è consistito appunto nella necessità di una amministrazione pubblica di costruire una via di ricerca sperimentale per individuare nuovi strumenti e parole d'ordine con cui determinare gli interventi per il prossimo futuro.


Massimiliano Fuksas, Centro Ricerche Ferrari, Maranello, Modena.

Pochi anni prima, a partire dal 1995, il gruppo romano Stalker avvia pratiche di attraversamento urbano rielaborando il concetto di deriva situazionista, con la volontà di avviare una riflessione inedita e diretta sui nuovi paesaggi metropolitani, contestando l'impoverimento concettuale e operativo degli strumenti con cui l'architettura tradizionalmente interviene sulla città (4). Pratica che conosce sviluppi paralleli e inediti nell'opera di altri collettivi come Cliostraat a Torino e A12 a Genova (5) a partire dagli stessi anni e che trova la prima scena internazionale significativa nella Biennale del 2000 diretta da Fuksas che, per primo, apre a queste esperienze tra arte e architettura (6).

Tra il 1994 e il 2002 Renzo Piano riesce a portare a compimento la costruzione del nuovo Auditorium di Roma, la prima grande, significativa opera pubblica nella Capitale dopo decenni e insieme la dimostrazione che anche in Italia si possono realizzare grandi opere pubbliche, contemporanee di qualità. Si tratta di risposte molto lontane culturalmente e figurativamente tra di loro allo stesso problema: quello di una diversa relazione culturale, analitica e operativa con un soggetto fisico e sociale in profonda evoluzione quale appare il paesaggio urbano italiano contemporaneo, ma insieme una reazione composita alla crisi profonda del ruolo sociale dell'architetto e dei suoi strumenti disciplinari.

Quello che colpisce oggi della scena italiana, una volta che si è provato a leggere con attenzione un contesto nazionale così variato e frammentario è l'assoluta mancanza di un attore forte, di un princeps capace di concentrare su di sé l'attenzione generale e insieme di farsi carico di determinare scarti concettuali e linguistici determinanti per l'evoluzione di un contesto trasformandolo contemporaneamente in un fenomeno sovra-nazionale. L'Italia, malgrado la presenza della triade Gregotti-Piano-Fuksas, non sembra aver colto, se non in minima parte, la forza trainante di queste esperienze. E lo stesso si potrebbe dire in maniera differita del peso relativo e marginale che le diverse inflessioni accademiche del progetto italiano a partire dagli anni Settanta hanno avuto sullo sviluppo reale dell'architettura italiana e sulla sua contrastata "fortuna".

La metamorfosi della cultura architettonica italiana sembra aver preso un'altra direzione, accantonato quasi completamente l'esperienza fortemente ideologica di Rossi e Gregotti per avviarsi ad un dialogo con le altre sue radici: quella del progetto come processo sociale segnata dall'insegnamento di Giancarlo de Carlo, quella eretica della forma come atto eversivo, concettuale e ironico sulla realtà (da Mollino e Viganò passando per Superstudio, Archizoom e Alchimia) e infine quella del professionismo post-razionalista, sofisticato e disilluso dei maestri come Gino Valle e Caccia Dominioni. Sotto queste tre anime si stanno raccogliendo alcuni dei progettisti italiani più significativi con opere che il alcuni casi hanno la forza dell'atto di liberazione da antichi vincoli e di riscoperta gioiosa di radici e di stimoli inaspettati. A questo andrebbe aggiunta un'altra breve considerazione che porta ad una definitiva ricomposizione tra idea di architettura come professione e di architettura come impegno culturale e civile; un male che ha segnato negativamente il nostro dopoguerra marginalizzando molte esperienze di buona architettura nel limbo disprezzato del professionismo e insieme paradossalmente chiudendo l'architettura di ricerca in una torre eburnea da cui è uscita solo per il proprio funerale.

L'interesse attuale della situazione italiana credo che si possa registrare su due livelli distinti e paralleli: un sistema di grandi opere pubbliche attualmente in costruzione lungo tutto il territorio prodotte soprattutto da concorsi internazionali che sicuramente produrrà un innalzamento nella qualità degli spazi pubblici contemporanei ed in cui si confrontano soprattutto gli autori dello star system internazionale a partire dal museo MAXXI di Zaha Hadid o il Macro di Odille Decq a Roma, l'ampliamento del Cimitero di San Giorgio a Venezia di David Chipperfield o il nuovo quartiere Fiera di Milano di Hadid-Isozaki-Chipperfield, ma con alcune opere significative già completate come la nuova Fiera di Milano di Fuksas, il restauro del teatro della Scala di Mario Botta o la sorprendente vittoria per il nuovo Palazzo del Cinema di Venezia dei giovani italiani 5+1 con Rudy Ricciotti.

Sull'altra sponda credo che valga la pena concentrare la nostra attenzione per un contesto variato e diffuso lungo tutto il territorio nazionale in cui una generazione molto trasversale di autori sta lavorando nel territorio producendo opere anomale rispetto al contesto internazionale per varietà e ricchezza di temi. In questa selezione ho voluto ripartire le opere secondo alcuni grandi filoni di ricerca che esprimono temi e problemi rappresentativi della scena italiana contemporanea provando ad andare oltre alla definizione artificiosa di famiglie linguistiche inesistenti.


CICCIO Group, Interaction Design Institute Ivrea. Installazione nella mostra SPOT ON SCHOOLS, parte del festival BEYOND MEDIA, Firenze 2003.

La continua riflessione sulla condizione metropolitana sta generando opere inedite come risposta alla domanda di nuove tipologie per lavorare e vivere in comunità come per il Ferrari lab di Fuksas, la nuova libreria per ragazzi a Perugia di Italo Rota, e insieme riletture del patrimonio industriale esistente capaci di diventare matrici spaziali insospettabili come per il nuovo Quartier Generale Pirelli della Gregotti Associati, l'ex edificio Iveco di METROGRAMMA o un palazzo per uffici dello studio Labics a Roma. Si tratta di opere che cercano di definire un rapporto di alterità con il contesto ma che insieme fanno della dimensione emozionale nell'incontro tra spazio e visitatore un elemento inedito. L'architettura si carica di una dimensione narrativa consapevole che passa per l'affermazione della contemporaneità come valore, dello stupore e della curiosità come chiave di contatto con la gente e per comunicare semplicemente la stessa architettura. Sembra ritornare con più forza l'affermazione dell'architettura come esercizio della visione per il futuro e non come semplice soluzione ai problemi d'oggi. La nuova Fiera di Milano, la biblioteca di Rota, l'edificio Iveco di METROGRAMMA, il parcheggio di IaN+ a Roma mantengono nella loro proposta frammenti di futuribilità possibili e concrete.

Insieme il rapporto con il contesto storico, dato insopprimibile per la scena italiana, può ancora suggerire forme di sperimentazione che superino l'impasse della copia stilistica o della rinuncia all'intervento moderno generando forme inedite ma soprattutto riflessioni sul rapporto con la storia non castranti. Lo dimostrano la sorprendente pista ciclabile nel cuore della Sicilia di NOWA o il progetto per le nuove cantine Antinori in Toscana dello studio Archea in cui il paesaggio tradizionale diventa elemento attivo del progetto; ma anche il quartiere alla Giudecca di Cino Zucchi, il lavoro sofisticato e faticoso di Beniamino Servino sulla materia locale, la ricerca ormai decennale a Lucca di Pietro Carlo Pellegrini o l'intervento per un nuovo edificio per uffici di Cherubino Gambardella in cui il linguaggio della classicità e della tradizione locale si fanno elementi di rilettura linguistica contemporanea.

Questa sezione mostra che l'architettura italiana in questo ultimo decennio ha sviluppato probabilmente una delle forme più mature e sofisticate di Regionalismo critico superando i rischi di un localismo patinato per generare esperienze linguistiche e formali consapevoli e capaci di rimettere in moto il difficile dialogo tra contemporaneità e contesto come condizione attiva. Si tratta di opere che fanno dell'ascolto della realtà e delle sue diverse matrici una condizione necessaria all'operare, e sulla pratica dell'ascolto come atto politico e del dialogo sociale come azione urbana si costruiscono le esperienze presentate nella terza sezione. Qui le opere corrono sulla sottile soglia tra arte e architettura, tra performance e atto di fondazione politico dello spazio ma credo rappresentino anche l'anima più inquieta e sperimentale della ricerca italiana ed a cui si può attribuire una consapevole costruzione di una azione teorica sul progetto. Sintomatica è l'azione svolta da ON sull'edificio del Corviale a Roma, opera degli anni Settanta disegnata da Mario Fiorentino e diventata nell'immaginario nazionale simbolo delle mostruosità realizzate dal Moderno in Italia. Il progetto nasce come azione di ascolto e dialogo attivo con la popolazione per definire gli strumenti per intervenire nel prossimo futuro e non come azione autonoma e indifferente a un vissuto così fortemente stratificato.

Chiude la sezione che per i suoi argomenti ha caratterizzato l'Italian design per tutti gli anni Ottanta, ovvero il disegno di interni, gabbia dorata in cui era stata rinchiusa molta della buona progettazione nazionale. E in questo caso le tre opere scelte indicano un quadro complesso e molto contraddittorio di direzioni ed esperienze in corso a testimoniare la vitalità assoluta di questo settore non considerabile come atto effimero ma come sperimentazione sulle potenzialità infinite che lo spazio interno offre. Tutte queste opere mostrano un inizio che credo promettente. Basterà avere la pazienza di aspettare qualche anno per vedere se le premesse di un buon avvio sono state mantenute.

Luca Molinari
lmolinari.arch@libero.it



POST SCRIPTUM. Qualche giorno dopo l'uscita del numero di A+U è uscito sul Corriere della Sera un breve scritto di Claudio Magris che ho sentito molto vicino a quello che ho cercato di fare con questo numero della rivista: ovvero scegliere e costruire una prima gabbia di riferimento interpretativo capace di rendere giustizia della ricchezza e delle complessità in gioco attualmente nell'architettura italiana contemporanea. Credo che oggi non ci sia più bisogno di riserve indiane, di appelli volontaristici ma ormai passati al riconoscimento dell'architettura italiana né ad operazioni che più che apparire azioni di riflessione critica sembrano sterminati elenchi del telefono. Credo che oggi ci sia abbastanza materia per prendere posizione e discutere polemicamente e attivamente. Credo che la critica sia pratica consapevole di una scelta che diventi elemento operativo per dare forza alla pratica del progetto ed alla riflessione sui suoi strumenti.

Questo il testo di Magris: "Ogni vera storia della letteratura necessita di una prospettiva, di un angolo visuale da cui inquadrare la realtà. Questa è la sua grandezza ed il suo limite: capire la realtà implica selezionarla, ordinarla, sfoltirla, privilegiare nella selva dei suoi innumerevoli fenomeni alcuni a scapito di altri, vederla in una certa luce e non in un'altra. Ogni grande prospettiva fa violenza al reale, ne esclude certi aspetti. Ma senza prospettiva, senza unità pur ottenuta a prezzo di imposizioni e di esclusioni, non c'è nulla; c'è solo il pulviscolo confuso di dettagli, un'anarchia di atomi". (lunedì 29 agosto 2005)
[14sep2005]
NOTE:

1. Vittorio Gregotti, Identità e crisi dell'architettura moderna, Einaudi, Torino, 1999.
2. Significative, anche se molto diverse tra di loro, due ricerche in cui l'ascolto si fa progetto concettuale sulla realtà: Multiplicity, USE, Skira ed., Milano, 2002; Tokyo Institute of Technology Tsukamoto Architectural Laboratory & Atelier Bow Wow, Pet Architecture guide book, World Photo Press, Tokyo, 2003; Francesco Jodice, What we want. A projection of peoples' desire, Skira, Milano, 2004.
3. METROGRAMMA, Stephan Tischer, Helene Hoelzl, 4 città. Ipotesi di densificazione urbana a Bolzano, Comune di Bolzano, 2001; METROGRAMMA, Giovanni Sarti, Superinfrastrutture, Comune di Bolzano, 2003.
4. AA.VV., Stalker, Le capcMusée d'art contemporain de Bordeaux, Fagé editions, Lyon, 2004.
5. Si vedano i siti dei gruppi: www.cliostraat.com e www.A12.com.
6. Massimiliano Fuksas, Less Aesthetics, more Ethics, Marsilio ed. Venezia, 2000.
> ARCHITECTURE AND URBANISM

  ARCH'IT books consiglia:

Luca Molinari (editor)
"Architecture and Urbanism"
420, 05:09, "Italian Metamorph"
Japan 2005
pp141, ¥3,000

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