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Festival dell'architettura

Ugo Rosa



Sono stato a Parma in occasione del festival dell'architettura. Non so neppure io esattamente il perché. Probabilmente si è trattato di un rito apotropaico. Sono andato per esorcizzare qualcosa, o qualcuno. Gli architetti, forse, o l'architettura. Gli astuti, quelli pratici che sanno le cose, quelli "poche chiacchiere e tanti fatti" (e, tra architetti e affini, sono senz'altro la maggioranza...) mi diranno subito: ma falla finita, se non ti va di fare l'architetto cambia mestiere. Non avrebbero tutti i torti, questo è vero. È ugualmente vero, tuttavia, che la mia non è l'età più adatta a cambiare mestiere, è un po' tardi, infatti, per impararne un altro. Per questo, probabilmente, cerco di esorcizzare l'architettura e gli architetti con il solo mezzo che mi rimane: travestendomi da architetto. Come uno stregone che per cacciare gli spiriti maligni indossa la maschera dello spirito maligno.

Sono andato lì, nella tana del lupo: in quale altro posto trovare tanti architetti riuniti in branco e, per giunta, in pieno assetto di caccia? Mi aggiravo lì in mezzo come un pesce fuor d'acqua.
Ho rivisto con grande piacere vecchie conoscenze. Persone rispettabilissime, intelligenti e simpatiche che non vedevo da un pezzo. Siamo anche andati a cena insieme.
Arriviamo in un ristorante al seguito di un collega buongustaio.
Uno strano ristorante, per metà salumeria. Bello, per la verità. In vetrina i salami se ne stanno in fila come impiccati sull'attenti: hanno l'aria assorta. Li guardo e penso ai professori d'architettura che, qualche giorno prima, hanno firmato l'eroica missiva di vibrata protesta alle autorità per lo stato in cui versa l'architettura in Italia. Mentre guardo arriva il salumiere, ne stacca uno e, con delicatezza, lo dispone sull'affettatrice. È la vita, rifletto, oggi sei un salame, domani solamente un affettato.

Il tempo è buono, ci sediamo fuori.
Siamo più del previsto (gli architetti sono sempre più del previsto...) e il collega ha prenotato per meno gente. Ci si deve perciò dividere tra due tavoli piuttosto distanti tra loro. Tutti si sistemano in uno dei due tavoli e i due tavoli si riempiono. Non c'è più posto. Io naturalmente (forse deve essere un fatto genetico) resto fuori, unico, dal gruppo dei sistemati. I colleghi di uno dei due tavoli, gentilmente, mi fanno posto. Mi siedo anch'io. Immaginatevi la scena dall'alto. Siamo in nove seduti in un tavolo rettangolare da otto: uno per ogni estremità, tre da una parte, tre dall'altra e, ad uno degli angoli, io. Asimmetrico, inclinato, uno spigolo vivente. Il caso è magnifico e possiede un'energia straordinaria della quale mi fido molto. Nella fattispecie un caso, con superba ironia, ha fatto sì che io misurassi fisicamente, la sera, ciò che avevo percepito piuttosto confusamente, durante tutta la giornata: il mio essere completamente fuori luogo.

Finita la cena me ne torno in albergo. Quasi mezzanotte, albergo lontano. Ma ho voglia di camminare. Saluto tutti e m'incammino.
Mio figlio, prima di partire, mi ha prestato un aggeggio per ascoltare musica dicendo che mi avrebbe fatto compagnia durante il viaggio. Lettore MP3 si chiama. Superba invenzione. Ci ho scaricato dentro dei cd, i primi che mi sono capitati sottomano: Bob Dylan, i Byrds, Carole King e Leonard Cohen. Roba vecchia, che ha più o meno la mia età, ma voi non potete immaginare che straordinaria passeggiata sia stata la mia: una camminata di poco più di mezz'ora attraverso Parma e un tratto della via Emilia con quei sublimi auricolari che le donavano l'andamento di una danza. Niente più architetti. Solo io, la città e le canzoni. E che canzoni...considerato che sto nel ventre della madre del teatro musicale.

Parma, sapete, ha l'aria di una vecchia signora che è stata molto bella ma che adesso ha i dolori. Le biciclette, di giorno, le scivolano sopra massaggiandola e lei ne trae momentaneo conforto; la notte, che non ci sono più le bici, assume un'aria rassegnata e un pochino dolente, come di chi vorrebbe dormire e non ci riesce. Le donne sono belle ma vogliono fortemente essere eleganti e non sempre va loro bene, qualche volta oltrepassano il bersaglio perché tirano troppo forte e troppo in fretta. Anche gli uomini mi sembrano interessanti: di giorno mi aveva sorpreso lo stile con cui accudiscono ai pargoli ma la notte scivolano accanto alle loro belle donne con precisione da falchi. Non è il caso di tirare in ballo Stendhal, ma resta il fatto che il sangue non è acqua, lo nota perfino un cafone di provincia come me. Non c'è traccia di quella cialtroneria chiassosa che spesso insolentisce in altre città: misuro la differenza che passa tra questa e altri posti (Roma, Napoli e Firenze...per dirla ancora con Stendhal e per non parlare di Milano). La sensualità qui è lampante ma come sottesa. Il culo delle donne insomma ondeggia, non c'è che dire, ma lo fa pigiando sui tasti neri, in scala pentatonica. Non sorprende, però, che questa sia la città del melodramma: in realtà vi si recita, al tintinnio di un glockenspiel, una sensualità che, infine, c'è per davvero. Acquattata sul fondo.
Una specie di finzione teatrale che ingloba se stessa e si pretende nascosta.

Per farla breve, durante la mia passeggiata, dimentico del tutto l'esistenza degli architetti e perfino dell'architettura. In albergo, invece, trovo di nuovo un altro architetto. L'avevo intravisto prima ad una conferenza. Ripiombo nella tetra realtà. Ecco perché sono qui: devo compiere il mio esorcismo. Il giorno dopo, dunque, ritorno in trincea con l'acqua benedetta. Per strada (ancora a distanza di sicurezza dalla kermesse vera e propria) incontro una donna che mi era stata presentata da un'amica, il giorno precedente. Bellissimi occhi, vivaci e (l'avevo già notato prima) ironici. Chissà, forse le sembro buffo. Non mi meraviglierei: buffo, in effetti, lo sono. Non è sola, mi guarda e sorride. Sorrido anch'io, alzo la mano e saluto come se si trattasse di una vecchia amica. Sarà anche lei architetto? Spero di no. Lo spero per lei.
Ripasso da piazza Garibaldi. È invasa da gigantografie d'asini fatte da un fotografo assai alla moda: "Installazione", neanche a dirlo, "provocatoria". Vi si stigmatizza l'asineria degli architetti o cosa? Non importa. Chissà quanto avranno sborsato, gli asini, per quest'asinata. Mi fanno male i piedi e non vedo l'ora di andarmene, però c'è un'altra conferenza. Tristemente mi avvio ma scopro che un paio di conferenzieri ha snobbato la riunione. Si riparla dunque delle conferenze di ieri. Succede. Vado a visitare un'altra mostra, incontro altri architetti. Ugo Rosa... quell'Ugo Rosa là? Non saprei. Lei mi fa incazzare. Mi dispiace. Ma tanto chi vuole che la legga. Lei per esempio (e penso: purtroppo). Basta così. Tolgo il disturbo. L'aereo, in realtà, parte nel pomeriggio, ma io me ne vado molto prima: amo le stazioni, amo gli aeroporti, amo gli spostamenti che mi ci conducono. Soprattutto quando fuggo via dagli architetti.

Il festival dell'architettura dunque, per me, è finito e, credo, non ce ne sarà un altro.
Ma ai più giovani non posso che dare un consiglio (se i consigli valgono ancora qualcosa... e ne dubito): scappatevene via, mentre ancora siete in tempo. Lasciate perdere tutto questo. Provate ad imbarcavi in una petroliera, cercate lavoro come portiere di notte, barista, netturbino o fornaio, dedicatevi alla riparazione delle scarpe o degli orologi, trovatevi un mestiere che vi permetta di custodire quel poco d'autentico che ancora vi rimane. Ma fuggite, ve ne prego, da tutto questo. Non c'è alcuna speranza per gli architetti. È finita. Verosimilmente nessuno può più salvarli, credetemi. E nessun architetto, neppure se fosse il più grande di tutti i tempi, passati e a venire, potrebbe farci nulla.
L'architetto è estinto perché non ha più la sua misura. Non perché non si richiama a questa o a quella tradizione, non perché non ha più regole, non perché non è più capace di fondare quel che fa su una qualche teoria. Nulla di tutto questo. È morto per elefantiasi ed è morto dal ridere. Così si muore oggi: in un'esplosione di salute. È un'epidemia che ha battuto sul tempo quella dei polli.
Vedremo ancora, forse, qualche pietra disposta secondo verità e bellezza.
Ascolteremo ancora, forse, una o due parole profonde e vere.
Sono e saranno soltanto minuscole lucciole, isolate e morenti, tramortite dai fuochi d'artificio.
Il resto sarà, appunto, tutto una festa. Anzi, un Festival.

Ugo Rosa
u.rosa@awn.it
[27sep2005]

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