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Realismi visionari

Fabrizia Ippolito
(fotografie di Francesco Jodice)



Questa città è una bomba e noi dobbiamo farla esplodere. (1) In un momento delicato per il destino di Napoli e del suo territorio dal corpo della città emergono nuovi racconti. Nuove narrazioni maneggiano la realtà offrendo temi al dibattito urbano e materiali all'immaginazione. Napoli e il territorio che le sta intorno, Napoli e la camorra, Napoli e la bellezza passata, Napoli e il desiderio di contemporaneità, Napoli centro e Napoli periferia, il sotto di Napoli, la città rimossa, Napoli e la distanza che bisogna mettere tra sé e la città per guardarla con altri occhi o tra sé e i propri strumenti disciplinari per leggerla con uno scarto di immaginazione. Più di qualsiasi analisi urbana le storie possono servire ad alimentare il pensiero sulla città e comprenderne alcune dinamiche sfuggenti. E ci sono storie che reclamano di essere raccontate, come energie latenti da indirizzare all'esplosione. La città esplode sul territorio e avvolge pezzi di periferia e di campagna in un'unica conurbazione, ed esplode al suo interno, mettendo in mostra le sue contraddizioni, spargendo frammenti pronti per essere raccolti. Forse non ricomposti, ma ulteriormente esplosi in una frammentazione di visioni. Se in questa città c'è bisogno di nuovi realismi, forse sono realismi visionari. E se la cultura urbana, sedotta in questi anni da ansie di descrizione, può imparare qualcosa da questo territorio, è l'urgenza, più che di catalogazioni, di storie.



La città esplosa sul territorio è una città che diffonde i suoi effetti collaterali ovunque. Una città distratta (2) che cresce nelle terre di mezzo e nelle pieghe dei piani, inseguendo logiche di interesse individuale, espandendosi, soprattutto a nord-ovest, lungo le strade veloci: la strada degli americani, la Nola-Villa Literno, l'asse mediano. La città costruita dagli abitanti, ma anche la città delle speculazioni. Crescono case sparse, un pezzo alla volta, con l'aiuto dei geometri, con la complicità dei funzionari del comune, rispecchiando la struttura a grappolo dei nuclei familiari. Nascono villaggi privati per decine di migliaia di persone –dopo Villaggio Coppola, Gricignano–, utopie urbane costruite a scopo speculativo sul modello della città giardino, recintate, attrezzate, avide di territorio. (3) Spuntano parchi a tema commerciale e post-industriale già votati a un destino di dismissione. Resti sempre nuovi si cumulano ai vecchi –le zone ASI, le basi NATO, i primi contenitori commerciali-, tanto da diventare una metafora di questa condizione urbana: qui ci sono gli avanzi della città e i residui della pianificazione. Passa la bellezza (4) delle campagne e del litorale, i terreni coltivati si trasformano in terreni edificabili e la manifattura del tabacco si converte in altre attività imprenditoriali. Rimane la fila verso le spiagge, quando nel fine settimana la città distratta si muove come in una processione dove il defunto si concretizza nella figura assente del mare.



Questa città orizzontale appare come una città invisibile e sfrangiata in una frantumazione di ragioni. Diventa però visibile nella quantità, nell'accostamento, nella ripetizione. E anche la sua distrazione è apparente, la città cresce secondo regole precise, molte delle quali clandestine, date dall'intreccio delle abitudini e degli interessi individuali. Una città fatta di pezzi sparsi raccontata per storie minime che spesso replicano le stesse trame. La città contemporanea dell'individualismo collettivo in declinazione abusiva. Di tanto in tanto in questa città invisibile si materializzano delle visioni: sul litorale domizio otto grattacieli di dodici piani un attimo prima dell'esplosione. (5)



Si può raccontare la città a partire dalla criminalità organizzata. Quello che scrivono gli urbanisti sulle razionalità di settore (6) diventa palpabile nelle vicende dell'impero economico e del sogno di dominio della camorra. (7) Un sistema modernizzato di relazioni criminali è la trama che tiene insieme questo territorio e lo collega al resto del mondo. Presidi, snodi e reti. Le manifatture, le costruzioni, il commercio, tutto può rientrare in questo sistema, nel quale niente è casuale. Se vogliamo leggere la complessità come somma di ordini non coordinati, quello criminale è un ordine rigorosissimo all'interno della complessità del territorio, un sistema moderno e globale, però radicato nell'identità locale. Se da una parte c'è la liberalizzazione dell'economia criminale, dall'altra c'è il rito della pungitura, se da una parte ci sono i morti ammazzati, dall'altra c'è l'immaginario hollywoodiano. E ci sono le ricadute di tutto questo sul territorio: la gestione sommersa degli appalti e dei cantieri, consolidata dopo il terremoto con la svolta infrastrutturale della ricostruzione, le grandi opere –come la TAV-, la cementificazione diffusa, le cave; (8) le discariche abusive nella terra dei fuochi tra Giugliano, Villaricca e Qualiano, dove bruciano i rifiuti di tutta Italia; i capannoni cinesi del tessile nell'area vesuviana e le fabbriche nelle villette a schiera della Las Vegas campana; (9) i paesi blindati del casertano; i recinti della campagna costruita; i bunker che nascondono dietro mura e telecamere deliri architettonici di potere. Di sottofondo la mappa del controllo territoriale, in via di polverizzazione.



Oltre la cronaca, la storia delle vicende criminali offre una chiave per comprendere il consumo del territorio e per rendere visibile un sistema occulto di relazioni. Se negli anni '80, con l'occasione del post-terremoto, la camorra porta a compimento il processo di avanzamento della periferia al centro della società campana, (10) oggi la svolta è nella liberalizzazione e nella frantumazione del sistema. Nella quantità di attività, di merci, di persone che mette in moto e nella sua capacità di infiltrazione. Qualsiasi ambito libero è un potenziale ambito di appropriazione. Così, sul suolo, ogni vuoto è un pieno potenziale: di merci, di persone, di rifiuti. Il territorio è scavato, riempito, consumato. Come in una visione infernale colline di corpi, di oggetti, di materie sono la base per sempre nuove costruzioni.



Se Napoli comincia a Scampia (11) dov'è Napoli? E cos'è oggi la periferia? La città eletta e la città scartata sono ad un punto di collisione che costringe a ribaltare lo sguardo e a rivedere i confini. Scampia è un simbolo, l'icona di quello che la periferia può rappresentare in termini di urbanistica, di architettura, di società. A Scampia ci sono le piazze della droga e le faide criminali, i quartieri popolari dell'INA casa, delle 167 e della ricostruzione (12) e le case delle cooperative, ci sono i rom, le associazioni di volontariato, la piazza telematica, il parco e le Vele. Fino a poco tempo fa da queste parti tre recinti in sequenza esemplificavano tre declinazioni di periferia: il campo nomadi sulla strada degli americani, il carcere, la 167 di Secondigliano. Tre marginalità recintate, facili da riconoscere e da isolare.



Interpretata come marginalità la periferia è quello che escludiamo, la parte rimossa della nostra condizione urbana. È il luogo della diversità, del disagio, della ribellione. Per quanto proviamo a circoscriverla è diffusa, riemerge nei pori della città storica, nei vuoti della città dispersa, negli spazi abbandonati, preme contro i confini. (13) È nelle case popolari, nei prefabbricati di emergenza, nelle baracche degli immigrati, nelle terre di lavoro, nei quartieri abusivi, negli spazi incerti ai bordi delle strade e in quelli occupati sotto ai viadotti, nelle fabbriche sommerse, nelle case-officina. Avanza in tutti gli spazi di indecisione. Segnala il fallimento di ogni tentativo di rimozione e rivendica la sua relazione con la città eletta risalendo alla sua ragione prima: la periferia esiste per conseguenza e per contrapposizione. Ma la periferia è anche il luogo della ricerca di redenzione, dei tentativi di riqualificazione, delle utopie architettoniche e sociali -e dei loro fallimenti-. Nelle storie la redenzione passa per l'immersione nella realtà periferica, (14) per il suo compatimento come luogo nel quale si paga il prezzo (15) per la città intera.



Gente media abitante di un paesaggio mediano. Magica gente qualsiasi che abita in un qualsiasi condominio, gente arricchita che svende Napoli e la bellezza, povera gente che vive in un Bronx minore. (16) Il paesaggio raccontato a partire dagli abitanti è il prodotto di abitudini, aspirazioni, frustrazioni. È lo specchio delle necessità e dei desideri, lo spettacolo tragico e grottesco della condizione postmoderna in versione locale. Si abita il paesaggio mediano cercando riscatto dalla mediocrità, aderendo ad immaginari globalizzati, inseguendo la novità, alimentando l'eccesso di rifiuti prodotto dal consumo. Si domina la città con il denaro tenendo insieme le tradizioni dei fasti borbonici e dei saccheggi del dopoguerra con le speculazioni attuali: vendere Napoli, trasformarla in un parco a tema, depredarne i monumenti e privatizzarne la proprietà collettiva. Si vivono vite disperate nel paesaggio degli scarti della città, in quello che resta delle periferie, nei terreni senza destinazione, tra le scorie della modernizzazione.



Di fronte alla netta distinzione di una volta tra due popolazioni, la borghesia e il popolo, (17) che corrispondeva al confronto tra due paesaggi contigui, lo sguardo sulla gente si complica di sfumature. E anche i paesaggi non sono più così chiari. In un unico paesaggio di rovine contemporanee si confondono i resti antichi e quelli finto-antichi della città in vendita, i lavori in corso del condominio globale e i rifiuti nei quali annega il bronx napoletano.



Questa terra porta nei suoi geni la contrapposizione tra natura e ragione. Da Portici a Cuma una terra di vulcani, con una bellezza pervasa dalla paura e da un'instabilità che scaturisce dal suolo. Un Monte Nuovo può nascere all'improvviso, il confine tra terra e mare può spostarsi e le città possono essere distrutte dal terremoto o sommerse dalla lava del vulcano. (18) L'abitudine a sottomettersi alle leggi di natura è connaturata al territorio. La stessa abitudine di cui si è detto che rende inetta la borghesia di fronte alla plebe assimilata alla natura producendo il silenzio della ragione. (19) Eppure non c'è paura di costruire su un terreno cavo o sopra al vulcano, si convive con la morte e con l'esplosione.



In questo territorio tutti i momenti della città sono presenti allo stesso tempo, ugualmente a disposizione, la città viva e la città morta fermata ad un istante che dura per sempre. Pompei, Ercolano, Baia, Napoli sotterranea, l'Averno, la grotta di Cuma accanto ai frammenti di città contemporanea. Se da qualche parte c'è la dimostrazione della non linearità della tradizione e della simultanea disponibilità di tutti i suoi materiali è qui. Qui tutto viene metabolizzato e rimaneggiato, tutto diventa materiale di progetto. È la spregiudicatezza che produce sale da festa sul tema dell'antico sul Vesuvio, nei Campi Flegrei, verso il litorale domizio; che fa immaginare una Necronapoli nuova nel paesaggio mediano accanto alle necropoli antiche e, sopra, un centro direzionale per i vivi; o un laboratorio sperimentale per l'inumazione dei cadaveri nel lago Fusaro; o un'Eternapoli scavata in un centro storico trasformato in cantiere. La spregiudicatezza di manipolare il suolo e la spregiudicatezza di combinare i materiali. La città crolla, come nel terremoto, come nelle mani sulla città, per delle catastrofi innaturali. (20) E torna alla luce la parte oscura, il ventre, l'energia sotterrata per rimozione. (21)



I nuovi racconti del territorio napoletano mescolano descrizione e immaginazione -la città distratta, Villaggio Coppola, Eternapoli, Necronapoli, Gomorra, la dismissione, il mare guasto, il bronx napoletano, la città dei crolli, il veleno-, (22) offrendo un immaginario a mondi poco esplorati. Facendo esplodere la realtà in visioni. Dietro la recita napoletana dell'armonia perduta (23) emergono visioni disturbanti, come disturbanti erano state già nel dopoguerra altre visioni. (24) Ma se quelle intervenivano in una città programmaticamente consegnata alla speculazione, queste intervengono in un territorio che sembra voler provare a raccogliere le sfide della pianificazione. (25) E se in questo momento una di queste sfide è proprio la capacità di proporre visioni, accanto alla città dell'Arte, alla regione delle Metropolitane, al Parco dell'industria dismessa tutte le terre di mezzo e le periferie ovunque diffuse prima ancora che soluzioni reclamano visioni. Visioni progettuali.

Fabrizia Ippolito
ippolito@unical.it
[08jan2007]
NOTE:

1. G. Montesano, Nel corpo di Napoli, Mondadori, Milano 1999.
2. A. Pascale, La città distratta, l'ancora, Napoli 1999.
3. Su Villaggio Coppola, tra gli altri: F. Erbani, "La città degli abusi: il Villaggio Coppola" in L'Italia maltrattata, Laterza, Roma Bari 2003.
4. A. Pascale, Passa la bellezza, Einaudi, Torino 2005.
5. G. Piperno, film L'esplosione, Fandango 2005.
6. Si fa riferimento all'ampia letteratura che in questi anni ha interpretato il territorio a partire dalla frantumazione delle pratiche sociali e dalla moltiplicazione dei soggetti e delle razionalità di settore che operano al suo interno. Per un esempio recente: B. Secchi, Prima lezione di urbanistica, Laterza, Roma-Bari 2000.
7. R. Saviano, Gomorra. Viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra, Mondadori, Milano 2006.
8. F. Barbagallo, Il potere della camorra, Einaudi, Torino 1999.
9. Casavatore, Caivano, Sant'Antimo, Melito, Arzano, Piscinola, San Pietro a Patierno, Frattamaggiore, Frattaminore, Grumo Nevano. R. Saviano, Gomorra, op. cit.
10. F. Barbagallo, Il potere della camorra, op. cit.
11. M. Braucci, G. Zoppoli (a cura di), Napoli comincia a Scampia, l'ancora, Napoli 2005.
12. L. Pagano, Periferie di Napoli. La geografia, il quartiere, l'edilizia pubblica, Electa Napoli, Napoli 2001.
13. Recentemente, dopo vicende di cronaca francesi, si è riacceso un dibattito sulla nozione di periferia anche in Italia. Tra gli altri: S. Boeri, Banlieues: perché è sbagliato prendersela con gli architetti, Il Sole 24 Ore, 13 novembre 2005, F. La Cecla, Ma le periferie sono frutto di una precisa ideologia, Il Sole 24 Ore, 13 novembre 2005.
14. Per diverse interpretazioni narrative di periferie italiane: S. Scateni (a cura di), Periferie. Viaggio ai margini delle città, Laterza, Roma Bari 2006.
15. "La luna era immobile sulle piazze affollate e su quelle deserte, sui preparativi di domani e sugli avanzi del giorno di ieri, sopra il prezzo che laggiù pagava il mondo", M. Braucci, Il mare guasto, edizioni e/o, Roma 1999.
16. G. Montesano, Di questa vita menzognera, Feltrinelli, Milano 2003, G. Montesano, Magic People, Feltrinelli, Milano 2005, P. Lanzetta, Figli di un Bronx minore, Feltrinelli, Milano 1993, P. Lanzetta, Una vita postdatata, Feltrinelli, Milano 1998.
17. Sul rapporto tra borghesia e popolo napoletano che risale alla rivoluzione del 1799: E. Striano, Il resto di niente, Avagliano, Napoli, 1997 (I ed. Loffredo 1986). Per l'anomalia napoletana del mancato riassorbimento nella modernizzazione urbana dei ceti sottoproletari di massa: I. Sales, Le strade della violenza, l'ancora, Napoli 2006.
18. Si fa riferimento alla formazione del Monte Nuovo nei campi Flegrei nel 1538 per deposizione di materiali piroclastici eruttati in 8 giorni di esplosione; al terremoto del 1980, con epicentro in Irpinia; al bradisismo di Pozzuoli del 1970 e del 1983; alle eruzioni del Vesuvio, da quella di Pompei ed Ercolano del 79 d. C. all'ultima del 1944.
19. A. Ortese, "Il silenzio della ragione" in Il mare non bagna Napoli, Adelphi, Milano 1994 (I ed. Einaudi 1953).
20. F. Rosi, Le mani sulla città, 1963; E. Puntillo, Le catastrofi innaturali, Tullio Pironti Editore, Napoli 2001.
21. "Ma là ci sta un'energia che farebbe scoppiare diecimila mondi: l'energia della sopravvivenza!", G. Montesano, Nel corpo di Napoli, op. cit. Nello stesso libro si trovano le visioni della Necronapoli e del lago Fusaro. Eternapoli è raccontata in G. Montesano, Di questa vita menzognera, op. cit.
22. Oltre ai libri già citati: P. Treccagnoli, Non lo chiamano veleno, Avagliano, Napoli 2006; S. De Santis, Cronache dalla città dei crolli, Avagliano, Napoli 2006; E. Rea, La dismissione, Rizzoli, Milano 2002.
23. R. La Capria, L'armonia perduta, Mondadori, Milano 1986.
24. Per esempio quelle di Annamaria Ortese (Il mare non bagna Napoli, op. cit.), di Francesco Rosi (Le mani sulla città, op. cit.) e della generazione di intellettuali raccolti nel Gruppo Sud, in buona parte poi andati via da Napoli.
25. Era l'epoca dell'amministrazione Lauro che, respingendo la ratifica del piano regolatore del 1945-46, agiva sulla città fuori dal piano, con un criterio di edificazione intensiva. Cfr. M. Russo, I piani regolatori di Napoli. Verso uno sviluppo urbano sostenibile, Tullio Pironti Editore, Napoli 2001.
Questo testo è stato originariamente pubblicato, in una versione ridotta, sul catalogo degli Annali dell'architettura e della città di Napoli, all'interno della sezione 20-06 Overview sull'architettura italiana, a cura di Marco Casamonti e Luca Molinari, Motta, 2006.
Le fotografie che illustrano questa pagina sono di Francesco Jodice.

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