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Passaggio ad Est. Un laboratorio a Budapest sull'abitare Rom

Marialuisa Palumbo



LA SCENA. Un cortile tra mura diroccate; lampade di plastica colorata; tavoli e sedie tutti diversi uno dall'altro; piante che crescono dalla terra ma anche piante di gerani che pendono dall'alto come grappoli d'uva; intorno al cortile, collegati dai vuoti delle porte o da varchi nei muri, salottini ammobiliati con poltrone e sofà di recupero. In fondo al cortile, dietro un muro, il kertmovi ovvero il cinema del giardino. Sul tavolo boccali di birra e un vassoio di zsíros kenyér: fette di pane con grasso d'anatra o maiale e cipolla.



Siamo a Budapest, al Szimpla kert, uno dei locali segreti della città notturna: locali aperti nei vuoti/pieni di edifici in demolizione, costretti a cambiar sede di continuo, ma non per questo poco frequentati, affollatissimi anzi di studenti che sembrano parlare tutte le lingue. Intorno al tavolo, Erik Hartmann e Tamas Szentirmai (Budapest), Ana Méndez De Andés (Madrid), Stany Cambò (Rouen), Irina Bancescu (Bucarest) e Alexander Valentino (Roma), discutono di come affrontare il lavoro ovvero come accompagnare gli studenti, venuti anche loro un po' da tutta Europa, in una riflessione sull'area di Józsefváros nel VIII distretto della città: un'area al centro di Pest, costruita nei primi del 900, con edifici oggi fortemente degradati, la maggior parte di proprietà statale, ma, anche, un'area la cui popolazione è a forte maggioranza Rom, col più alto tasso di disoccupazione e abbandono scolastico della città, un alto tasso di criminalità, spaccio di droga e prostituzione.



L'area è in questo momento oggetto di un vasto programma di recupero, promosso dalla municipalità di Budapest e attuato attraverso la costituzione di una società ad hoc, la Rev8 Józsefváros Rehabilitation and Urban Development Ltd, un programma finalizzato principalmente alla riqualificazione degli edifici (la maggior parte dei quali per esempio non ha servizi). Il progetto è già in corso ma la ragione per cui ci troviamo a ragionarci sopra è che esso sembra avviato, come già avvenuto nelle aree limitrofe, ad innescare un classico fenomeno di gentrification: una trasformazione che aumentando il valore delle aree determina il loro abbandono da parte delle classi sociali più deboli a favore di nuovi inquilini o acquirenti economicamente più forti. Producendo un'ulteriore segregazione ed espulsione dalla città della popolazione Rom. La domanda allora è: possibile attivare strategie progettuali con ricadute sociali alternative?



LE QUESTIONI. La specificità dell'area e della situazione, però, non sono che l'occasione per incontrarsi e affrontare un tema più vasto: quello dell'abitare Rom, in giro per l'Europa. Budapest, e il suo VIII distretto, non sono in questo senso che una prima tappa di un laboratorio (nato da una rete europea di gruppi di ricerca indipendenti) che si sposterà via via per interrogare diverse situazioni e popolazioni, guardando alle condizioni specifiche di un abitare che sul territorio europeo ha assunto forme molto diverse, in accordo alle abitudini delle diverse popolazioni ma anche alle politiche adottate dalle amministrazioni locali. Qui a Budapest, dove la popolazione Rom abita una zona centrale della città oggi investita da un processo di trasformazione, le questioni di fondo sono almeno due. Esiste una specificità Rom nel modo di fare e usare lo spazio? È possibile trovare delle strategie di progetto, per la riqualificazione di aree degradate, che piuttosto che innescare meccanismi speculativi possano al contrario contribuire a generare nuove economie locali?



TEMPERATURE. Rimuginando su queste domande, attraverso lunghe passeggiate per Józsefváros, un confronto difficile con gli studenti travolti dalla dimensione inusuale del tema tanto per ragioni di 'scala' (intermedia tra l'architettonico e l'urbano) quanto per tipo di problematica (architettonica ma anche socio economica), attraverso visioni (più o meno travolgenti) di documentari girati a Budapest da filmaker rom, e gli incontri col sociologo Janos Ladani (e suoi racconti sulle pratiche di ricostruzione come strategie di espulsione di quanti non pagando le tasse ma richiedendo asili, scuole, assistenza medica e sociale, non rappresentano che un peso e un costo per la municipalità), con vari professionisti della Riabilitazione Urbana (esperti di best practice e di modelli teorici su come fare dei residenti dei partner del processo di riabilitazione) e con rappresentanti del Parlamento Rom (una specie di casa della cultura che si trova nel quartiere) che oltre a raccontarci delle loro attività per radio e per web, insistono sulla difficoltà primaria nel pay the bill... il laboratorio comincia pian piano a prendere corpo.



Intanto, giorno dopo giorno, anche la città nel suo complesso comincia ai miei occhi a prendere forma. Alla Budapest monumentale del Danubio, con i suoi grandiosi edifici affacciati sul fiume, con le verdi e rigogliose coline di Buda e i grandi tetti a falda della parte più vecchia della città, alla decadente Pest fin de siècle con i suoi lussuosi palazzi decorati, i caffè e i grandi magazzini coronati un tempo da piste da ballo e da pattinaggio con viste vertiginose, si contrappone il fiorire nascosto e ipervitale dei locali segreti, quasi tutti pub ma anche stage per musica dal vivo, teatro e cinema. E questa città di studenti si incontra ogni giorno, alla luce del sole, con gli anziani, i bambini e i turisti che a decine si riversano nelle acque calde dei bagni termali: incredibili stabilimenti ottocenteschi con aree per il nuoto (a varie temperature) e i giochi d'acqua (dalla simulazione delle onde al gioco degli scacchi), aree per bagni al vapore e aree per trattamenti medicali (contro reumatismi, artriti e altri disturbi). Il tutto decorato con balaustre a colonnine di marmo, ceramiche bianche e nere, e statue che zampillano acqua. Mentre, a bordo piscina, alle cinque del pomeriggio, girano grandi boccali di birra, cotolette e patatine fritte.

La notte, la terapia termale prosegue nei vecchi bagni turchi della città, dove uomini e donne possono sguazzare insieme fino alle quattro del mattino passando dai 42 gradi della vasca più calda ai 10 gradi di quella più fredda, sotto una grande cupola centrale. A queste perle di architettura pubblica più o meno antica, ma tanto attuale e vivace, fanno eco oltre ai locali come il Szimpla kert, il West Balcan e lo straordinario TuzRakTer (una fabbrica chimica di 13.000 mq costruita negli anni Sessanta, abbandonata negli anni Novanta e oggi trasformata in un centro sociale dalle dimensioni di un piccolo villaggio, con una grande piazza lounge centrale e varie sale destinate a studio, discoteca, sala teatro, sale prove, atelier per ospitare artisti e molto altro), anche nuovi progetti come quello della piazza del Gödör Klub: una piazza con una grande vasca centrale, circondata da pedane di legno e prato, col fondo trasparente che lascia vedere il bar, area da concerti/sala espositiva, che sta sotto (e a cui si accede con una discesa a gradoni dall'altro lato della piazza) e che a sua volta prende luce e guarda sopra attraverso l'acqua. Budapest è senza dubbio una città vitale e stupefacente!



SUL '56. Budapest. La osservo a lungo sulla mappa turistica che i premurosi ospiti ungheresi ci hanno fornito. E mentre scorro i nomi dei luoghi con le iconcine colorate dei monumenti, cercando di ricollocare sulla mappa ciò che ho già visto o voglio ancora vedere, mi imbatto in quel Palazzo della Radio che fu uno dei teatri degli scontri del '56. Provo a ricostruire mentalmente la successione degli eventi. Vado al computer e navigando su Google mi imbatto in un Dialoghetto sul '56 di Pietro Ingrao.



Il punto nodale è il XX congresso del PCUS ed il rapporto riservato di Kruscev (taciuto ma in qualche modo trapelato) sui crimini di Stalin. In un momento in cui la parola socialismo indicava uno spazio che si spingeva fino alla Cina di Mao e all'Indocina di Ho Chi Minh, il rapporto di Kruscev "gettava un'ombra terribile e insanguinata sulla mutazione politica mondiale, avvenuta incredibilmente in appena mezzo secolo. (...) Lo prevedesse o no, il rapporto segreto di Kruscev metteva in discussione gli assetti del mondo". Ed è qui a Budapest che la mutazione comincia di nuovo. È qui che il bisogno di verità e di nuove forme di equilibri e di gestione del potere, sfocia nelle prime manifestazioni e poi, di fronte alla repressione della polizia, in vere e proprie sommosse, nell'arrivo dei carri armati sovietici e nel soffocamento violento della rivolta. Riflettendo sulle ragioni del crollo che proprio a partire dal '56 investe il mondo socialista, Ingrao scrive: "Qui, per me, viene il nodo più intricato e tenace: in quegli anni della repressione ungherese e della aggressione alla Cecoslovacchia, come poteva reggere o addirittura concepirsi un 'campo' a guida di Mosca, che non sapesse comprendere e almeno rispettare la nuova complessità del Novecento, nelle sue sofisticate (proprio così) costruzioni politiche, o intrecci di convinzioni? E non solo modi di suscitare lavoro e innovazione, ma i grandi saperi della vita, le letture nuove della condizione femminile, le coesistenze di religioni, le ricerche inventive dell'espressione artistica. (...) La questione del secolo, il grande tema del riscatto del lavoro – così significativo per la nostra identità di comunisti – non poteva camminare e tanto meno essere affrontato vittoriosamente se non si connetteva duttilmente a un progetto di vita, che parlasse ai molti volti e mondi in cui ormai si esprimeva il moderno".



Cinquant'anni dopo, in un contesto socio politico radicalmente mutato, la questione della capacità di gestione della differenza resta una questione centrale, oggi non tanto o non più per la sopravvivenza di un partito o di un ordine politico ma per la sopravvivenza stessa dell'idea che un'altra politica ed un mondo più giusto siano possibili. In questo senso, interrogarsi sull'abitare Rom vuol dire affrontare un caso concreto di gestione della complessità urbana. Un caso che sembra mettere ugualmente in difficoltà amministrazioni di destra e di sinistra.



IDENTITÀ E DIFFERENZA. Ma chi sono i Rom? La questione è solo apparentemente semplice. Infatti, ad essere piuttosto complicata, ed oggi quanto mai critica, è già in sé la nozione di etnia. Perché se ad un primo sguardo l'identità etnica può apparirci come una categoria reale, e cioè come una dotazione oggettiva che rende ciascuno membro di un gruppo e dotato di una identità certa (un 'dato' storico culturale ottenuto dalla somma di fattori biologici, somatici, linguistici, territoriali, religiosi), la validità di questo approccio è smentita dalle dinamiche stesse che oggi rendono cruciale il fattore etnico. Infatti se modernizzazione e globalizzazione sembravano destinate a generare una assimilazione culturale delle minoranze, gli ultimi decenni del novecento sono stati caratterizzati dal moltiplicarsi dei conflitti etnici (interstatali) e dal sorgere di movimenti indipendentisti. Ecco allora che un approccio alternativo all'etnia come dato, è quello che si basa sul criterio dell'auto-definizione. In questo senso, un gruppo etnico è qualcosa che si forma attraverso l'interazione sociale e il contatto con altri attori e gruppi rispetto ai quali nasce un bisogno di identificazione o differenziazione. In questo senso, l'etnicità, come realtà simbolica, è il risultato del contatto che avviene lungo il confine: ovvero lungo quel sistema di differenze che esistono oggettivamente (linguistiche, somatiche ecc.) ma la cui rilevanza dipende esclusivamente dall'importanza che il gruppo stesso gli attribuisce.

Accanto all'auto-definizione, un altro criterio speculare per la categorizzazione etnica è quello dello sguardo degli altri e, da questo punto di vista, i Rom sono un popolo che da almeno mezzo millennio vive da bandito ovvero, letteralmente, da messo al bando.

Infatti, migrati intorno all'anno mille dal nord dell'India (come ci raccontano le affinità linguistiche tra il romanì, la lingua Rom, e il sanscrito), verso la Persia e da lì nel Peloponneso e poi (intorno al 1400) nel cuore dell'Europa, dopo un periodo di convivenza pacifica, nel XVI secolo editti e ordinanze civili e religiose decretano ufficialmente la loro persecuzione (ordinanze di espulsione, battute di caccia all'uomo, deportazioni nelle colonie etc.). E se le cronache dell'epoca parlano di una reazione dovuta a comportamenti fuori dalla norma, altre testimonianze sembrano dimostrare che accattonaggio, ladroneria e imbroglio, si svilupparono piuttosto come pratiche di sopravvivenza, quando gli venne impedito di esercitare le loro arti. Abili allevatori, commercianti, e ammaestratori di cavalli, abili in giochi di prestigio e acrobazie circensi, nella musica e nella danza, e, soprattutto, maestri del ferro (fabbri, chiodatori, maniscalchi) e calderai (lavoratori del rame), gli zingari cominciarono a venire osteggiati dalle popolazioni locali (dalle corporazioni di commercianti, musici e artigiani), dalle chiese (perché dediti ad arti divinatorie, oltre che a pratiche di erboristeria) e dagli stati (perché portatori di proprie leggi). Soprattutto, il nomadismo venne sempre più a scontrarsi con le forme di vita ed organizzazione dei nuovi stati nazionali.



Dalla forma dello sterminio, nel Settecento la persecuzione assume la forma della civilizzazione e dell'integrazione forzata (vietandone il nome e la lingua, imponendo l'obbligo di residenza fissa, sottraendo bambini alle famiglie per affidarli dietro compenso a famiglie di contadini ecc.). Nell'Ottocento, le teorie antropologico criminali di Lombroso si traducono in nuove forme di razzismo che portano a definirli come un "cancro sociale". Il passo successivo è la deportazione e lo sterminio nazista. Poi, nei paesi socialisti, l'ideale di una paritetica uguaglianza sociale garantisce lavoro, casa e istruzione per tutti, producendo però allo stesso tempo una assimilazione che si risolve nella perdita delle specificità culturali del gruppo. Con la fine del regime comunista, la crisi e la trasformazione economica procedono al passo con un riaccendersi dell'intolleranza e della discriminazione, con punte di violenza e di crisi economica che negli anni Novanta determinano le forti migrazioni Rom (in particolare dalla Romania e dai Balcani) verso l'Europa occidentale.



DENTRO E FUORI CITTÀ. A Budapest, i Rom rimasti in città sono stanziali e vivono come detto nell'area di Józsefváros, a due passi dal centro ricco ed elegante della città, in un quartiere con una forte identità architettonica, con edifici a ballatoio che girano intorno a stretti e lunghi cortili, e dove tutti i negozi (botteghe del cuoio, legno e così via, che popolavano la piazza), sembrano chiusi da lungo tempo.



Percorriamo e ripercorriamo queste strade, un po' come investigatori alla ricerca di tracce, di indizi che ci parlino di come vengono usati questi spazi, di quello che c'è e di quello che non c'è. Parliamo con loro dalle finestre delle case, andiamo a trovarli al parlamento Rom, li invitiamo al Trafo (il centro per l'arte contemporanea, ricavato in una ex centrale elettrica, dove lavoriamo), ci invitano nelle loro case. Decidiamo di andare a vedere un villaggio Rom fuori città: uno dei tanti nuovi ghetti nati dopo la depressione economica successiva all'88 e l'ondata di risanamento urbano degli anni '90 che ha trasformato molte aree limitrofe a Józsefváros rendendole troppo costose per i Rom.

Il villaggio, costruito nei primi del '900 per i minatori che lavoravano nei pressi del piccolo centro urbano di Tatabania ad un'ora di macchina da Budapest, è un ordinato sistema con una spina centrale su cui si affacciano una specie di bar centro sociale ed una serie di strade perpendicolari con casette unifamiliari. Se in città la maggior parte degli uomini lavora nel mercato nero delle costruzioni, qui si lavora anche nei campi e nella miniera. Ma la condizione socio economica non sembra diversa. Dal punto di vista architettonico la cosa più interessante è forse la vitalità di colori, decorazioni, soluzioni e forme di appropriazione che caratterizza tutto l'insediamento: un sistema sostanzialmente ripetitivo e uniforme è stato trasformato e declinato in 380 case diverse. L'altro fatto notevole è l'utilizzo della strada come un grande soggiorno all'aperto e in comune: per strada giocano i bambini, si chiacchiera, si stende il bucato, si lavano i tappeti. Qualcosa di simile si riproduce anche a Józsefváros, sui lunghi e stretti ballatoi delle palazzine (è qui che la gente si incontra e sta a chiacchierare, prende il sole, stende i tappeti mentre i più piccoli corrono sul triciclo), dove alla ripetitività dei piani e continuità di percorsi si contrappongono i colori diversi degli intonaci usati per ridipingere i vari appartamenti.



EFFIMERO E DUREVOLE. A partire da queste osservazioni, una delle risposte progettuali più interessanti che emergono dal laboratorio è quella che propone di concentrare la riabilitazione del quartiere sugli spazi dei cortili, come elemento caratterizzante di un abitare che si svolge prevalentemente all'aperto e in una forte dimensione collettiva. Con questo obiettivo il progetto prende la forma di una mappa che individua, nomina e cataloga tutti i cortili dell'area, dichiarando la specificità e potenzialità di ciascuno. Ma la parte forse più interessante di questo lavoro consiste in alcune azioni che gli studenti decidono ci compiere in un cortile per trasformarlo con l'aiuto dei suoi abitanti. Le azioni sono pulire, segnare, piantare qualcosa che crescerà nel tempo: tre forme, pratiche e simboliche a un tempo, del fare-spazio, antecedente e necessario al fare-architettura.



Armati di guanti, scope e sacchi per l'immondizia gli studenti hanno dunque ripulito un cortile, tra lo stupore divertito degli abitanti. Liberato lo spazio, hanno appeso al muri e steso per terra dei grandi fogli di carta, immediatamente circondati dai bambini che chiedevano di disegnare, e a poco a poco il segno è diventato orma delle loro mani e poi sagoma dei corpi disegnati a vicenda. In ultimo, di fronte alle piante fiorite, i bambini hanno suggerito di costruire un'aiuola, per proteggerle dal gioco del pallone; e insieme, bambini e studenti, hanno costruito l'aiuola e piantato i fiori. Si tratta, è chiaro, soltanto di semplici azioni istantanee, di una sorta di spazio di gioco o di creazione realizzato con gli abitanti (con l'aiuto dei bambini, sotto lo sguardo dei grandi), uno spazio probabilmente destinato ad esaurirsi alla fine del gioco. Eppure, a volte i giochi continuano o si trasformano in altro, a volte si diffondono e conquistano anche chi sembrava resistergli. In ogni caso, la bellezza di uno spazio pulito, in cui poter disegnare per terra; la bellezza delle piante che crescono e rispondono alle nostre cure; la bellezza dell'appropriarsi dello spazio e trasformarlo, del sentirlo proprio ed appropriato al vivere, dell'inscrivervi la propria immagine; tutto questo, se nella realtà del cortile avrà vita effimera, nell'esperienza dei bambini sarà forse un po' più durevole.

Sul tentativo di incidere in modo durevole sulla realtà materiale e sociale dell'area lavora invece un'altra proposta di progetto, finalizzato fondamentalmente a rispondere alla questione del come far "tornare i conti". A immaginare cioè una ristrutturazione che investa non soltanto la materia ma anche la struttura socio economica dell'area: ovvero il suo programma (e cioè le destinazioni d'uso degli spazi) e le sue dinamiche quotidiane. Ecco allora che, a partire dal problema della mancanza di lavoro e dunque dalle difficoltà di pagare l'affitto di una casa, e osservando le strategie di sopravvivenza già in uso nell'area, si immagina una trasformazione centrata sulla pratica del riciclaggio, come motore per una nuova economia. Si immagina cioè di porre al centro del processo quella che è certamente un'arte e una risorsa dell'economia Rom ma anche un nodo fondamentale per l'equilibrio della società globale: la ri-produzione degli oggetti, siano essi oggetti d'uso, mobilio o materiale edile.



L'idea è di ripensare l'area (case, scuola, piazza, attività commerciali) come un territorio produttivo in cui la funzione abitativa non sia mai isolata ma sempre unita ad (e sostenuta da) un'attività artigianale (attraverso il recupero di seminterrati e pian terreni come depositi/laboratori) legata ad un ciclo fatto di raccolta, smistamento, trasformazione e vendita di prodotti riciclati. Parallelamente, la scuola locale (anche questa al momento in ristrutturazione, con un ampliamento di locali attraverso il recupero dei seminterrati ancora privi di destinazione d'uso), e la piazza, si legano al ciclo produttivo divenendo l'una luogo di formazione, oltre che culturale, anche artistica e professionale, l'altra il luogo per la commercializzazione dei prodotti.

Un piano, naturalmente, da realizzare attraverso la partecipazione diretta degli abitanti, tanto per la messa a punto del programma quanto per la sua attuazione, sperimentando forme ibride di progetto ed autocostruzione.



EREDITÀ SOCIALISTA. Tenendo conto del fatto che la metà degli edifici dell'area (e praticamente tutti gli edifici su cui occorre intervenire) sono ancora oggi di proprietà dello stato, e che, se pur esiste un problema di ghettizzazione, la situazione di Józsefváros non è paragonabile alla segregazione, per esempio, di molti campi nomadi italiani, questa doppia eredità della città socialista potrebbe trasformarsi in una eccezionale occasione per sperimentare una nuova stagione di edilizia pubblica. L'occasione per tornare a riflettere sui legami e sulle possibili influenze tra economia, architettura e politica. Politica perché la scelta della strategia non può che essere politica. Ed è una scelta tra la produzione di un altro pezzo di città-mercato o di un pezzo di città capace di produrre il proprio mercato, ovvero un modello di sostenibilità locale.



Infatti, se il progetto (d'architettura) come forma di qualificazione e valorizzazione dello spazio richiede un investimento (economico) ma produce immediatamente anche un plusvalore (economico oltre che spaziale), il problema è trovare un disegno dello spazio in grado di incidere sulla 'forma' dell'economia, facendo in modo che il plus-valore prodotto non sia semplicemente un maggior valore economico delle case o delle aree ma piuttosto una maggior 'capacità produttiva' (o capacità di auto-sussistenza) delle aree. Si tratta, è chiaro, di un disegno che non può nascere se non da una forma di progettazione integrata (architettonica, sociale ed economica), e, in questo senso, l'ipotesi del riciclaggio nata nel laboratorio non è se non l'esempio, appena abbozzato, di una strategia: quella di legare il rinnovamento dello spazio fisico con nuove forme d'uso dello spazio che garantiscano la centralità degli abitanti e delle loro attività nel processo di trasformazione.

La "questione Rom" in questo senso, pur con le sue specificità, non è che un caso di una questione molto più ampia, e che riguarda la necessità di ripensare i modelli di crescita e sviluppo (urbano, economico e sociale), alle varie latitudini del pianeta. Da questo punto di vista, le questioni di un altro abitare e di un altro mercato sembrano di nuovo indissolubilmente legate e capaci di influenzarsi a vicenda.

Marialuisa Palumbo
malupa@libero.it
[29jan2007]
Il laboratorio Bpworkshop2006 - ROMAworkshop si è svolto a Budapest dal 18 al 24 giugno 2006, organizzato da Erik Hartmann e Tamas Szentirmai e dal TRAFÓ - House of Contemporary Arts, come prima tappa di un laboratorio internazionale che proseguirà a Roma, Bucarest, Madrid e Rouen.
Le immagini pubblicate in questa pagina, relative all'area di Józsefváros, sono di Irina Bancescu.

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