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Intervista a Toyo Ito

Patrizia Mello



PATRIZIA MELLO (1). Le innovazioni da lei introdotte in campo progettuale sono innumerevoli, a cominciare dalle importanti riflessioni aperte, con il progetto della Mediateca di Sendai, su un nuovo modo di concepire l'architettura nell'era dell'elettronica. Il plastico del progetto apparve per la prima volta nel corso della Biennale diretta da Hans Hollein, esattamente dieci anni fa. A distanza di tanti anni, e guardando i materiali ora esposti a Venezia che puntano l'attenzione su metropoli sconfinate, spazi al limite della saturazione, flussi impazziti, grattacieli svettanti, quale pensa possa essere il ruolo dell'architettura e dell'architetto all'interno dello spazio urbano? Si può ancora parlare di ruolo sociale dell'architetto? E in che modo?

TOYO ITO. È vero, lo sviluppo della città avviene ad una velocità spaventosa, e anche il numero di edifici costruiti è enorme. Però la maggior parte di queste nuove costruzioni sono frutto della globalizzazione e sono architetture votate al consumismo. Penso che in questa era l'architettura sia diventata un semplice strumento per l'economia e l'informazione. E quindi il valore dell'architettura si è abbassato. Allora, in questa epoca, noi architetti cosa possiamo fare? Sicuramente ora siamo chiamati in causa rispetto alla nostra etica. Come possiamo agire all'interno di questo cambiamento?

Il mese prossimo verrà inaugurata a Tokyo una mia esposizione, intitolata: The New "Real" in Architecture. (2) In pratica le città contemporanee hanno perso forza in termini di materia, per diventare strumento dell'economia e dell'informazione. Con questa esposizione vorrei richiamare la forza e l'energia che le cose hanno in senso materiale. Noi uomini tocchiamo le cose, le osserviamo, cerchiamo di capire, ci rapportiamo ad esse con tutti i nostri cinque sensi per stabilire un contatto con esse. Lo stesso avviene rispetto al contatto che si può stabilire con l'architettura.

Ed è in questo senso, allora, che si potrebbe avere un punto di contatto tra l'effetto di globalizzazione e la specificità di ciascuno?

Si dice che l'architettura del XX secolo sia un genere di architettura scaturita dai processi di industrializzazione, un'architettura industriale. Invece, a me ora piacerebbe creare un'architettura "agriculturale". Una volta, Branzi a proposito dell'albero e della sua crescita diceva che innanzitutto vengono fuori tanti rami diversi, poi c'è l'albero. E questa è una regola molto semplice per quanto riguarda l'albero. Però se ci sono mille alberi, ognuno ha il suo modo diverso di crescita. Perché ogni forma è diversa. Questo è dovuto sia alla caratteristica interna dell'albero, sia alle influenze esterne.

Qualunque cosa che deve crescere potrà assumere caratteristiche diverse a secondo dell'ambiente circostante. Ad esempio, i pomodori che crescono in Italia e quelli che crescono in Giappone hanno forma e gusto diversi. Dunque, io vorrei realizzare un tipo di architettura che possa cambiare forma a secondo del tipo di ambientazione.

Bene. Soffermandoci, allora, un attimo su questi ultimi aspetti, il concetto di "superficie strutturale" espresso ultimamente nei suoi progetti, a partire dalla Serpentine Gallery, ha una relazione con quello che lei sta dicendo? Cioè, con la creazione di una architettura più in sintonia con l'ambiente circostante e quindi in grado di essere più attiva nei confronti del pubblico e del sociale. C'è un collegamento?

Sì, una possibilità potrebbe esserci. Nel senso che essa rappresenta il contrario della globalizzazione. Noi adesso pensiamo molto più locale, regionale. Siccome è diventato tutto uguale vogliamo fare vedere ciò che di caratteristico ha un'area, una regione. Se si pensa a qualcosa che è legato al luogo, si pensa subito a qualcosa di "tradizionale". Ad esempio, se si tratta del Giappone, si pensa subito ad un'architettura fatta di legno. Pensiamo che "regionale" equivalga a dire "tradizionale". Io, invece, vorrei esplorare un'altra possibilità per un'altra forma di regionalismo. Sicuramente si può lavorare ad un nuovo concetto di "regionale" utilizzando le nuove tecnologie. La domanda da farsi è questa: che tipo di persone saranno coinvolte nel mio progetto e che genere di cambiamenti potranno scaturire? Un'architettura ispirata al concetto di "regionale" sarà frutto della comunicazione a questi diversi livelli. Creare un'architettura deve diventare una operazione in comune con tante persone che devono collaborare. Così nasce il nuovo regionalismo.

Vorrei capire meglio quanto questo concetto di "regionale" sia legato anche alle tecniche di realizzazione dell'edificio.

Ad esempio. Se dovessi costruire qualcosa a Parigi, poiché i parigini conoscono la città meglio di me, allora cercherei di parlare con loro sul da farsi, quindi innescherei un processo di comunicazione. In questo modo può succedere di arrivare a scoprire una nuova faccia di Parigi. Ritengo che questo scambio di comunicazioni possa essere molto importante per avere nuova architettura.

Anche con riferimento allo studio approfondito del luogo?

Potrebbe variare molto. Potrebbe essere qualcosa con caratteristiche di una certa zona, regione o luogo. Ma potrebbe essere tante altre cose. Da lì potrebbe emergere la sensibilità dei parigini...

Allora si tratta di un processo che non riguarda molto le tecniche di realizzazione dell'edificio...

No, anche quelle sono incluse.

Si tratterebbe, dunque, del concetto di "superficie strutturale"?

Sì, certamente.

Vorrei ora chiederle come ha espresso questo concetto di nuovo regionalismo nel progetto di condominio in mostra nel padiglione di Singapore. (3) Ho notato una composizione molto particolare di questo complesso abitativo...

Singapore è una città realizzata secondo gli ideali di Le Corbusier: con grandi grattacieli e parchi verdi. Però io non sono d'accordo con questa impostazione. Penso che sia più interessante avere un po' di confusione, di caos... Sarebbe più bello. Volevo rompere con questa idea che aveva Le Corbusier... Quindi, se si eliminassero tutti questi grattacieli cosa succederebbe? Allora ho cercato di fare edifici più bassi. In questo modo l'architettura si può avvicinare alla natura, e anche le strade possono avere un aspetto più vicino alla natura. Ho cercato di rompere con gli ideali di Le Corbusier, facendo adattare il progetto alle caratteristiche geografiche del luogo.

Ritornando al concetto di "nuovo reale", diciamo che le tecnologie elettroniche rimandano all'immaterialità, a qualcosa di immateriale. Dal mio punto di vista queste comportano in certi casi un maggiore grado di trascendenza, fino all'assenza. Alla mancanza di materia. Insomma, l'immaterialità può essere un aspetto non negativo. Vorrei conoscere il suo pensiero a questo proposito partendo dalla mostra The New "Real" in Architecture.

Sono d'accordo con quello che lei dice sul concetto di immateriale. Il fatto è che se tutte le cose diventassero immateriali, allora cosa avremmo? Dopo la Mediateca di Sendai ho cominciato a pensare in termini diversi e a concentrarmi invece sulla volontà di esprimere la forza della materia. Perché se continuiamo così ho l'impressione che noi umani perdiamo la nostra forza di vivere. Per esempio, vedendo tante persone che lavorano negli uffici dentro i grattacieli, si percepisce che non hanno nessun contatto con le cose ma solo con le informazioni. Stanno tutto il giorno davanti al monitor, a contatto con le informazioni, ma non con le cose. Quindi dovremmo tornare a recuperare questa comunicazione più umana, diciamo così. Altrimenti rischiamo di perdere tutta la nostra sensibilità di uomini. E quindi sicuramente anche in questo caso l'architettura può fare qualcosa. Invece di essere tutta uguale, omogenea, dovrebbe avere qualcosa di diverso che stimoli la nostra sensibilità. È per questo che sto lavorando sul concetto di "superficie strutturale" da lei citato. Sicuramente con l'architettura possiamo anche esprimere qualcosa di diverso.
[07apr2007]
NOTE:

1. Intervista rilasciata a Venezia il 9 settembre 2006.
2. La mostra Toyo Ito: The New "Real" in Architecture si è svolta presso la Tokyo Opera City Art Gallery. Inaugurata il 7 ottobre, ha chiuso il 24 dicembre 2006. Cfr. www.operacity.jp/ag.
3. Sono varie le proposte di condomini da realizzare nella zona nord di Singapore, presentate in Biennale. Vi hanno partecipato, tra gli altri, Kisho Kurokawa, Kohn, Pedersen, Fox Associati, Markus Cheng con ADDP Architects e Principal Architects. Nelle note esplicative, Ito, così descrive la sua proposta: "Noi proponiamo un volume che, piuttosto che tagliare gli spazi fluttuanti del paesaggio circostante, si snodi nello spazio in corrispondenza dei diversi angoli, e generi un paesaggio cangiante ed eccitante da vivere. La finitura esterna, che ricorda i microchip, senza dubbio rimanda a un'idea di vita futura dove la natura e la tecnologia saranno una cosa sola".

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