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Complexity and Contradiction. The Italian Architectural Landscape

Luigi Prestinenza Puglisi



È appena uscito il numero monografico di "Architectural Design" dedicato all'architettura italiana: Italy, a New Architectural Landscape. Al numero, curato da Luigi Prestinenza Puglisi, hanno contribuito con i loro scritti i critici Anna Baldini, Sebastiano Brandolini, Diego Caramma, Stefano Casciani, Valentina Croci, Anna Giorgi, Hans Ibelings, Fulvio Irace, Massimo Locci, Valerio Paolo Mosco, Bill Menking, Luca Molinari, Pino Scaglione. Anticipiamo ai lettori di ARCH'IT l'introduzione del curatore.



 
Esiste una nuova architettura italiana? E, se esiste, è sufficientemente valorizzata dai critici d'architettura, dai mezzi di comunicazione di massa, dalle università, dai committenti pubblici? Rispondere a queste due domande non è semplice come ci testimoniano queste cinque storie.

STORIA NUMERO UNO. Nel 2006 il sindaco di Bologna, Sergio Cofferati, uno degli esponenti di spicco della sinistra italiana, decide di rimuovere le Gocce disegnate da Mario Cucinella, una struttura espositiva voluta dalla precedente giunta comunale per ospitare l'infobox del Comune. Le Gocce sono due padiglioni ovali realizzati con tubi trasparenti di metacrilato, di disegno piacevolmente moderno, disegnate per coprire l'accesso di un ex sottopasso che prima versava in un disastroso stato di abbandono e di degrado e che, dopo l'intervento, ospita installazioni video e pannelli esplicativi sui lavori di rinnovamento urbano promossi dall'amministrazione comunale. Installate il 15 luglio del 2003, le Gocce diventano oggetto di una violentissima campagna di stampa: sono accusate di profanare la purezza delle linee architettoniche del centro storico e di disturbare, con la loro altezza di 4 metri e il diametro di 15, la vista del Palazzo di Re Enzo, un edificio medioevale rifatto in tempi relativamente recenti in base a una fantasiosa ricostruzione. A favore delle Gocce di Cucinella si mobilitano pochi critici di architettura. Fanno notare la contraddizione che ad abbatterle sia proprio una giunta progressista nonché il fatto inoppugnabile che prima della realizzazione del progetto il sottopasso abbandonato era una delle vergogne cittadine.

STORIA NUMERO DUE. Con la recente mostra internazionale del cinema si è celebrato a Roma il successo dell'Auditorium disegnato da Renzo Piano e completato nel dicembre 2002 a otto anni dalla data di aggiudicazione del concorso avvenuta il 26 luglio 1994. Nonostante non si tratti di una delle migliori opere dell'architetto genovese, l'auditorium è presto diventato uno dei punti di riferimento della città, facendo così dimenticare gli immensi problemi che la sua realizzazione aveva comportato. Tra questi il prolungarsi oltre ogni ragionevole data dei tempi di realizzazione, il vertiginoso aumento dei costi, la causa con l'impresa costruttrice, il fermo dei lavori imposto dalla Soprintendenza per il ritrovamento di alcuni resti di una villa romana, il minacciato blocco del cantiere da parte del ministero dei lavori pubblici a causa dell'utilizzo da parte di Piano del legno lamellare, una tecnologia giudicata inidonea per la costruzione di un'opera pubblica.

STORIA NUMERO TRE. Massimiliano Fuksas con tempi brucianti -circa due anni- riesce a realizzare l'imponente complesso della Fiera di Milano, inaugurandola il 31 marzo del 2005. Situata nell'area di Rho-Pero, nelle immediate vicinanze di Milano, la Fiera, con una superficie lorda di 530 mila metri quadrati su un'area complessiva di 2 milioni di metri quadrati, è una imponente opera di architettura contemporanea che si caratterizza per un percorso centrale vetrato dalle forme vagamente bloboidali. Unanime il giudizio della critica, dell'opinione pubblica e della stampa: è uno degli edifici maggiormente significativi realizzati negli ultimi anni. L'anno dopo, lo stesso Fuksas, assurto oramai a pieno titolo nel firmamento dello Star System, riceve per gli edifici della Ferrari a Maranello l'importante premio in/arch-Ance (Istituto Nazionale di Architettura e Associazione Nazionale Costruttori Edili). A consegnarglielo è Vittorio Gregotti, uno degli esponenti di maggior spicco della corrente tradizionalista da sempre avversa a Fuksas, che non riesce a nascondere un certo imbarazzo.

STORIA NUMERO QUATTRO. Nel gennaio 2004 Stefano Boeri diventa il nuovo direttore della rivista "Domus". Boeri ha lavorato con Koolhaas alla mostra Mutations ed è da sempre schierato con le ricerche d'avanguardia. Il precedente direttore, Dejan Sudjic, aveva prodotto una buona rivista ma eccessivamente appiattita sullo Star System. Con La nuova direzione, "Domus" torna ad occuparsi dei problemi sociali, riscopre architetti caduti nel dimenticatoio quali Giancarlo De Carlo e Ettore Sottsass, pubblica qualche giovane promettente. Ma dopo i primi numeri, monta lo scontento dei lettori. La rivista si perde in chiacchiere e mostra poche realizzazioni. Conseguentemente l'editore decide di cambiare direzione (secondo alcune voci la ragione è che c'è stata una diminuzione di profitti per un calo di vendite e di pubblicità, tuttavia, non si hanno dati ufficiali e Boeri con forza smentisce). Così il suo mandato finisce in marzo, dopo tre anni. Mentre "Domus" soffre, "Casabella", l'altra storica rivista italiana è in crisi non meno profonda. Sono molti a pensare (anche in questo caso i dati non sono disponibili) che la rivista si venda sempre di meno e che la direzione tradizionalista di Francesco Dal Co la stia portando verso il baratro. Per riacquistare lettori, Dal Co decide di presentare con sempre maggior frequenza quegli architetti che fino a poco tempo prima erano guardati con sospetto: Zaha Hadid, Coop Himmelb(l)au, Thom Mayne, Rem Koolhaas. Ma, alla fine, il restyling dei contenuti non convince e ad acquistare nuovi lettori sono le concorrenti "Area", un bimestrale tematico culturalmente eclettico, ma sensibile al nuovo, diretto da Marco Casamonti, e "The Plan", un trimestrale che punta all'architettura di qualità illustrandola con numerosi particolari costruttivi.

STORIA NUMERO CINQUE. A Venezia il gruppo 5+1AA in partnership con Rudy Ricciotti vince nel giugno del 2005 il concorso per il nuovo Palazzo del Cinema bandito dalla Biennale di Venezia. Di tutte le città, Venezia è per gli architetti la più difficile. Lo scoprirono a loro spese Wright a cui non fu permesso di realizzare uno dei suoi edifici più belli sul Canal Grande e Le Corbusier a cui fu bocciato il progetto per un ospedale. 5+1AA e Ricciotti prevedono una costruzione in gran parte interrata, onde evitare veti e polemiche. A tutt'oggi però nulla si muove e sono in molti che credono che questo progetto farà la fine di quello, anch'esso bandito dalla Biennale di Venezia, rimasto lettera morta, vinto quasi venti anni addietro dall'allora giovane e promettente Francesco Cellini per la ricostruzione del Padiglione Italia ai Giardini della Biennale.

Ritorniamo alla nostra domanda: l'architettura contemporanea è oggi apprezzata in Italia? La risposta, come abbiamo visto, non è facile. Da un lato sono sempre più numerose le città che stanno investendo in architettura contemporanea anche perché hanno scoperto che un'accorta politica edilizia unita alla fama di una archistar può giovare ad aumentare il consenso elettorale. Dall'altro, l'opinione pubblica supportata da una cultura architettonica in gran parte conservatrice (in Italia la figura di Aldo Rossi è ancora, da parte di molti, oggetto di venerazione) fa da freno agli interventi più coraggiosi. Per non parlare, infine, degli innumerevoli ostacoli che impediscono la realizzazione degli edifici più coraggiosi provenienti da una delle burocrazie e una delle legislazioni peggiori d'Europa. E così due tra le più importanti opere previste per Roma ancora segnano il passo: il nuovo centro congressi di Fuksas e il museo MAXXI a Roma disegnato da Zaha Hadid. Il primo è ancora in fase di progetto mentre il secondo è in corso di costruzione ma con forti ritardi e un costante problema di reperimento delle risorse per completarlo. Mentre il museo dell'Ara Pacis disegnato da Richard Meier è stato completato solo nel 2006 con un forte ritardo e non senza polemiche (non pochi osservatori hanno fatto notare che a Roma il più veloce e meno criticato realizzatore di architetture contemporanee è uno stato straniero, e cioè il Vaticano con un intenso programma di chiese, molte delle quali affidate ai migliori architetti, italiani e stranieri, in circolazione).

All'interno di un panorama così complesso e contraddittorio, ma comunque in evoluzione, si assiste anche al fiorire di una nuova generazione di architetti. È stata battezzata la Generazione Erasmus per sottolineare il fatto che parte della loro formazione è avvenuta all'estero, lontana dall'opprimente ambiente delle università italiane dove ancora dominano incontrastati personaggi della vecchia guardia che si era formata nel clima della versione più intellettualistica e tradizionalista del Post Modern, cioè della cosiddetta Tendenza (che poi altri non sono che gli eredi di quell'approccio neo-storicista che già nel 1959 era stato stigmatizzata da Reyner Banham, in un celebre articolo dal titolo "Neoliberty: the Italian Retreat from Modern Architecture").

È nella seconda metà degli anni Novanta che la Generazione Erasmus comincia a venire alla ribalta. A stimolarla provvede una stagione di capolavori che si costruiscono dappertutto, tranne che in Italia. Solo per citare alcune delle opere più importanti: nel 1996 Koolhaas lavora ad Euralille, nel 1997 Gehry inaugura il Museo Guggenheim di Bilbao, nel 1998 è il turno del centro culturale di Jean Nouvel a Lucerna, nel 1999 si inaugura il museo ebraico di Libeskind a Berlino. Sono soprattutto questi giovani, che hanno studiato all'Architectural Association, al Berlage, alla Columbia o in altre università straniere, a decretare il successo -con vendite prossime alle 10.000 copie- delle monografie sulla Hadid, Koolhaas, Gehry, Eisenman, Libeskind della agile ed economica collana della Universale di architettura, rilanciata con grande tempismo da Bruno Zevi, il quale capisce che attraverso il decostruttivismo può riaffermare la propria leadership culturale e uscire da un sordo ostracismo decretatogli da una cultura antiquata e rigorista che, almeno dal 1978, lo ha relegato ai margini del dibattito italiano. Nel luglio del 1997 esce il primo numero della rivista "Il Progetto", con una redazione composta, tra gli altri, da Maurizio Bradaschia, Livio Sacchi, Antonino Saggio, Maurizio Unali e il sottoscritto. In copertina la redazione decide di mettere Peter Eisenman che in quel momento sta vivendo una nuova stagione creativa. Il numero sarà distribuito anche nel convegno Paesaggistica e linguaggio grado zero dell'architettura, organizzato nel settembre del 1997 da Bruno Zevi a Modena, un evento che si deve leggere come il rilancio delle ragioni della sperimentazione in Italia sia perché apre alle tematiche ambientali sia perché dichiara esaurite le ricerche centrate esclusivamente sul linguaggio tipiche degli anni Ottanta. Nel secondo numero della rivista, uscito nel gennaio del 1998, la redazione de "Il Progetto" stabilisce, dopo non poche discussioni, di dare la copertina a Massimiliano Fuksas, un personaggio ancora poco apprezzato perchè ostracizzato dalla cultura accademica. È proprio in questi anni, aiutata sicuramente dalla funzione catalizzatrice dei libri della Universale di architettura nonché dai siti Web, tra i quali il frequentatissimo "ARCH'IT", nato nel marzo del 1995 e diretto da Marco Brizzi, che nasce una nuova critica in gran parte indipendente dai circuiti universitari.

Nel 1998 esce il libro HyperArchitettura in una nuova sezione della Universale, dal titolo emblematico "La rivoluzione informatica", coordinata da Antonino Saggio (la collana, che oggi vanta una quarantina di titoli tradotti in più lingue, è tuttora operativa). Si delinea un atteggiamento che cerca nella rivoluzione digitale in atto strumenti aggiornati per confrontarsi con una realtà in continua trasformazione: anche a costo di perdersi nei blob e in complesse geometrie dominabili solo attraverso l'aiuto del computer e dell'algebra booleiana (a fare il punto sullo stato dell'arte provvederà nel 2003 il libro Architettura e cultura digitale, curato da Livio Sacchi e Maurizio Unali, edito da Skira). La cesura con il passato diventa sempre più netta. Ad una presunta continuità della tradizione italiana -rilanciata dagli architetti conservatori con inquietanti convegni sul tema dell'identità dell'architettura italiana- si contrappone la discontinuità delle ricerche d'avanguardia. All'autonomia di un linguaggio autoreferenziale, che si esaurisce nei temi della bella composizione, si preferisce l'eteronomia, lo sporcarsi le mani con la realtà circostante e con i suoi portati tecnologici.

Sono anche rivisti i giudizi storiografici. E a venire rivalutati sono soprattutto i movimenti radicali degli anni Sessanta e Settanta e gli architetti creativi che la precedente storiografia tafuriana (Manfredo Tafuri, Giorgio Ciucci, Francesco Dal Co, la scuola di Venezia in genere) aveva di fatto cancellato, da Leonardo Ricci a Vittorio Giorgini, da Luigi Pellegrin a Maurizio Sacripanti, senza dimenticare alcuni protagonisti, meno ostracizzati, ma ora letti in una luce diversa: Franco Albini, Luigi Moretti, Carlo Mollino, Giovanni Michelucci. Vi è poi, da segnalare, la funzione innovatrice di "Domus", dal febbraio 1996 guidata da François Burkhardt, un direttore attento all'innovazione, che sul finire del secolo lancia alcuni numeri dedicati al rapporto tra nuove tecnologie e forme architettoniche. A segnare la definitiva vittoria del fronte innovatore e sperimentale è la settima Mostra Internazionale di Architettura di Venezia, del 2000, diretta da Massimiliano Fuksas che sotto l'accattivante titolo Less Aestethics, More Ethics celebra il fascino delle realizzazioni che si confrontano con le estetiche del caos e della complessità. Personaggi come Massimiliano Fuksas e Renzo Piano che sino alla prima metà degli anni Novanta in Italia erano stati tenuti al margine (si pensi che -caso più unico che raro nella tradizione italiana- i due architetti, pur così noti all'estero, non hanno una cattedra all'università e a quell'epoca non hanno ancora realizzato opere significative in territorio nazionale) cominciano a godere di una crescente notorietà tra gli studenti e sui mezzi di comunicazione di massa.

A un certo punto, però, l'ondata innovativa comincia a segnare il passo. Lo testimonia il cambiamento di direzione di "Domus" che nel settembre del 2000 passa a Deyan Sudjic, il quale trasforma la testata in un bellissimo ma patinato magazine. La data che, tuttavia, simbolicamente segna un momento di ripensamento nella sperimentazione coincide con l'abbattimento delle Twin Towers, l'11 settembre del 2001. Lo Star System, consolidatosi durante gli anni Novanta, sembra ogni giorno di più girare a vuoto rincorrendo un modello globalizzante sui quali i più cominciano a nutrirsi seri dubbi (un modello che, sia detto per inciso, emerge in tutta la sua debolezza negli stessi progetti di ricostruzione di Ground Zero a New York). Anche i giovani architetti italiani sentono che qualcosa è cambiato, che un ciclo si è chiuso. Del resto, da sempre ad una fase espansiva della ricerca architettonica ne subentra una di riflessione e riassestamento; e la crisi dello Star System può diventare l'occasione per passare ad altre sperimentazioni, per esempio sul delicato tema del landscape, della consapevolezza ambientale ed energetica, del low tech. Nel frattempo numerosi progetti, alcuni dei quali sono presentati in questo numero, vengono completati rinnovando profondamente il panorama architettonico italiano.

Quali saranno i passi successivi? Cosa succederà in un prossimo futuro? A questa domanda francamente non saprei cosa rispondere anche perché non è dato ai critici prevedere ciò che avverrà. Certo sarà difficile tornare indietro. Oramai un nuovo conceptual landscape è stato creato. Ed è proprio questo nuovo conceptual landscape che abbiamo provato a delineare in questo numero di AD dedicato alla situazione italiana. Lo abbiamo pensato diviso in tre sezioni. Nella prima ci sono i tre architetti che in questo momento sono più noti e che sono diventati dei modelli di riferimento per molti loro colleghi: Renzo Piano per l'uso umanizzato della tecnologia, Massimiliano Fuksas per l'energia del gesto progettuale, Antonio Citterio per l'eleganza proveniente da una lunga esperienza di designer. Nella seconda sezione vi sono cinque architetti della generazione di mezzo che si caratterizzano per la capacità di declinare ricerche originali: Stefano Boeri per l'attenzione all'architettura come suscitatrice di eventi; Mario Cucinella per la dimensione ecologica, ABDR per l'attenzione al tema della complessità, Maria Giuseppina Grasso Cannizzo per la capacità di reinventare poeticamente temi legati al contesto, Italo Rota per l'approccio duchampiano e post pop. Nella terza area vi sono infine architetti ancora giovani (in Italia un architetto è giovane sin oltre i quaranta anni) e di sicuro avvenire. Come vedranno i lettori ve ne sono molti. Segno che la situazione è promettente e ci consente di nutrire un certo ottimismo per il futuro.

Luigi Prestinenza Puglisi
l.prestinenza@libero.it
[15may2007]

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