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Luigi Coccia
(fotografie di Peppe Maisto)



 
Nella scorsa primavera, nell'ambito del festival Saggi Paesaggi, il sito industriale della Carbon di Ascoli Piceno è stato protagonista della mostra Paesaggio Carbon. Visioni parziali, curata da Luigi Coccia, Marco D'Annuntiis e Elena Ippoliti. Nella mostra, promossa dalla Provincia di Ascoli Piceno e dalla Facoltà di Architettura dell'Università di Camerino e realizzata con Arteria Community, l'area industriale è stata presentata attraverso un lavoro di rilievo che ha restituito il disegno d'impianto della fabbrica e dei suoi manufatti. Una ricognizione fotografica, Accumuli di tracce in superficie, affidata per l'occasione a Peppe Maisto, ha focalizzato qualità e suggestioni del paesaggio "Carbon" alla ricerca di indizi in questo luogo del lavoro.



 
"Accumuli di Tracce in Superficie" è il titolo delle tre sequenze fotografiche che descrivono l'area Carbon di Ascoli Piceno, un lavoro di Peppe Maisto che tende ad interpretare criticamente uno spazio prima e oltre il progetto. La fotografia non è in questo caso un esercizio di tipo documentario, ma uno strumento capace di sollevare temi, di evidenziare istanze progettuali ed estetiche.

[22aug2007]
La grande dimensione del sito industriale e il suo rapporto problematico con la città non costituiscono oggetto d'indagine. L'attenzione è rivolta alla scoperta dello spazio interno della fabbrica, alla esplorazione di luoghi da sempre preclusi a sguardi estranei, alla ricerca di indizi su cui costruire possibili narrazioni. L'esercizio dello sguardo si traduce dunque nella capacità di rilevare tracce, impronte che affiorano sulla superficie delle cose rivelando una loro vita intrinseca. Ogni taglio fotografico diventa un esercizio analitico teso al disvelamento di segni trascurati, accumulati nel tempo e stratificati; ogni taglio fotografico rallenta in modo brusco, quasi drammatico, i tempi della visione reale, opponendo al flusso inarrestabile di immagini che scorrono davanti ai nostri occhi l'atemporalità della riflessione.





 








Rinunciando a priori a misurarsi con la grande dimensione del sito industriale, le inquadrature obbligando l'osservatore a soffermare l'attenzione su pochi elementi per volta indirizzano lo sguardo su ambiti circoscritti, offrono visioni parziali. Cumuli di materia prima, tappeti di carbone in forma cilindrica, ammassi di scarti si succedono in una sequenza di immagini che indagano sui processi di lavorazione della fabbrica, volti a trasformare carbone, antracite e grafite in prodotti finiti, in pasta elettrodica ed elettrodi di carbone amorfo. L'intensità del nero associato alle forme in primo piano si contrappone ai colori sbiaditi dello sfondo, su cui si intravedono capannoni, silos, ciminiere.

 






Le inquadrature definiscono tagli visivi in successione, in una ossessiva ricerca di angolazioni visuali inedite, atte ad esplorare frammenti di realtà sempre diversi e sempre incompiuti, che mostrano i limiti inevitabili dell'azione del circoscrivere. Ancora scatti in sequenza ritraggono i luoghi del lavoro all'interno dei capannoni industriali: attrezzi e macchinari in primo piano si stagliano su superfici in cemento e laterizio o su grandi superfici vetrate scandite dal disegno degli infissi. La costruzione delle immagini induce l'occhio a soffermarsi su alcuni dettagli, sui materiali, sugli effetti delle reazioni chimiche, sui processi di ossidazione più o meno accelerati che intaccano le strutture architettoniche o sui congegni meccanici azionati dall'uomo.

L'identità di questi luoghi e delle cose rappresentate è sempre in stretto rapporto con l'uomo, mai presente fisicamente ma grande dispensatore di tracce: ogni inquadratura misura uno spazio "umano", ordinario, coincidente con un vissuto quotidiano fatto di gesti minimi e ripetitivi, in contrapposizione allo spazio "sovrumano" della fabbrica. Le fotografie individuano luoghi segnati da azioni quotidiane che rischiano di passare inosservati nella percezione estesa dello spazio smisurato circostante, luoghi formalmente deboli, carichi di significati destinati ad essere cancellati, a scomparire per sempre.

Il tempo vissuto della fabbrica è impresso su alcune superfici che si mostrano logore e imbrattate dall'iterazione di eventi che hanno alterato o modificato la materia, che hanno sovrapposto strati multiformi. Le immagini assumono allora una valenza pittorica, diventano testimonianza di esperimenti inconsapevoli sui valori tattili e visivi delle superfici, azioni artistiche involontarie, esperienze d'arte informale; protagonista è ancora la materia, che con i suoi toni cromatici e la sua consistenza variabile si fa forma espressiva.

Circoscrivere il campo visivo all'interno di una inquadratura fotografica significa allora scandagliare le tracce di chi ha abitato la fabbrica, apprezzare l'operato dell'uomo, indagare il rapporto tra l'uomo e lo spazio. Anche in assenza di figure umane, le fotografie alludono alla vita, alle ore di lavoro trascorse in quel luogo, e costituiscono un tentativo di decifrare i segni rimasti per raccontare storie vere o immaginate. Ogni sequenza fotografica definisce il palinsesto di molteplici narrazioni in cui realtà e immaginazione si confondono, racconti di processi produttivi, di gesti ripetitivi scanditi dal ritmo del lavoro, di vite vissute all'interno della fabbrica che nell'arco di un secolo hanno fatto la vera storia della Carbon ad Ascoli Piceno.

Luigi Coccia
arch.luigicoccia@libero.it






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