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Lanterna Magica

[urbanistica parallela 1]
Saltruria, città dell'ascolto









Questo quadro del pittore americano Elihu Vedder (1836-1923), che rappresenta un uomo inginocchiato, in ascolto, con l'orecchio appoggiato alla bocca di una sfinge affiorante dalla sabbia, ci fornisce meglio di ogni foto o planimetria un'immagine di Saltruria. Città silenziosa ed acustica.

Due saltruriani che parlano tra loro danno luogo ad un evento esclusivamente vocale: i gesti delle mani o i movimenti del corpo, contrariamente a quanto avviene altrove, non vi prendono parte. Per un saltruriano il gesto, quasi sempre preciso ed essenziale, è esclusivamente diretto all'azione e non possiede connotati comunicativi.
Gli abitanti di questa città non indicano, non mostrano con mano, non additano, non si sbracciano. A meno che non siano impegnati in una qualche attività manuale le loro braccia giacciono appese alle spalle, ciondolanti e inerti, oppure se ne stanno incrociate e immobili.
Nessuno, a Saltruria, muove le mani se non per spostare, afferrare, maneggiare qualcosa. Questo fornisce ai dialoganti una figura solenne e un poco ieratica, che li accomuna ad antiche pitture egizie.

[10jul2002]
Quando il tempo è buono le donne siedono davanti alle case a discutere anche animatamente, a volte, ma sempre con le mani delicatamente intrecciate tra loro e poggiate sul grembo.
Se devono chiamare un bambino che si è allontanato o rivolgere la parola ad un passante lo fanno semplicemente volgendo la testa, con la sola voce, senza scomporsi e senza agitare le braccia.
La strabiliante quantità di allitterazioni che affolla la parlata dei saltruriani, cadenzata come una nenia, fa sì che essa acquisti risonanze armoniche la cui eco permane nell'aria e la riempie, come l'acqua un otre.

Nella sua intricata evoluzione la mappa di Saltruria sembra avere del tutto disatteso la puntigliosa teoria del percorso più breve tra due punti a favore di altre, più articolate, motivazioni.
Gli spazi della città, così, sembrano creati apposta per ospitare queste liquide sonorità che rimbalzano da muro a muro, mescolandosi agli incroci, confondendosi negli imprevedibili cortili, scivolando sulle irregolarità delle pareti.
La topografia saltruriana è, del resto, caratterizzata dall'agglutinazione di piccole parti, in sé perfettamente finite ma tra loro eterogenee e trova riscontro nel rapporto quotidiano che intercorre tra gli abitanti della città e le cose.

Gli artigiani del luogo, infatti, producono oggetti estremamente riconoscibili per la grande attenzione posta alle parti che li compongono e per l'assoluto disinteresse nei riguardi dell'insieme.
Un tavolo, ad esempio, non è considerato come un oggetto unico, bensì come la composizione di un piano e quattro gambe, di cui ciascuna può, a sua volta, avere forma, materiale e trattamento diverso.
Questo atteggiamento si riflette anche nel dialetto locale, in cui la parola "tavolo" non esiste. Per definirlo si usano, a seconda del contesto semantico, due parole diverse: il termine "planìjo", che vuol dire "piano di lavoro" o, più generalmente, "superficie piana" e il termine "stèscie", che significa "gambe".

Così, per indicare una tavola apparecchiata per il pranzo, si dice "l'alsudad sé ndel su planìjio", mentre per significare "sposta quel tavolo" si dice "spesc'ì stescie" che, detto per inciso, vuol dire anche "muoviti, sbrigati".
Ma, più in generale, per indicare un qualsiasi oggetto si usa la definizione di una sola delle sue parti, scelta di volta in volta in base all'uso che se ne vuol fare all'interno della frase.
"Pìlia-jach-enfilia nde l'iùsio" vuol dire, per fare un ultimo esempio, "prendi la giacca e riponila nell'armadio", e per definire quest'ultimo si usa in tal caso la parola "iùsio" che vuol dire "uscio, porta" (ma nell'accezione di "soglia"), mentre si dice "Ammusc'in-busc da-casc" per riferirsi a qualcosa che si trova già dentro l'armadio (la frase, letteralmente, significa "nascosto nel buco della cassa"). 

Vi è un luogo, nella vecchia Saltruria, in cui la sommersa attitudine auricolare della città affiora e si manifesta fisicamente. È il ghetto. In questo punto Saltruria s'addensa e lo spazio tra gli edifici diviene tanto esiguo che gli spigoli quasi si toccano; sottostanno, infatti, ad un'antica disposizione rabbinica che imponeva, tra le pareti esterne delle abitazioni, una distanza non superiore al passo di un uomo. Con questa norma, mai formalizzata ma sempre rispettata, i capi religiosi della comunità volevano rendere difficoltose le irruzioni e riservare una possibilità di fuga nella eventualità di un pogrom.
Eventualità che però non si concretizzò mai, data la tradizionale tolleranza Saltruriana.

Il ghetto si trova su un crinale particolarmente ventoso ed il vento, incanalandosi attraverso quelle labirintiche strettoie crea delicatissimi effetti sonori cosicché il quartiere risuona come una gigantesca arpa eolica.
È comprensibile che tutti i musicisti di Saltruria siano nati in questa parte della città o, comunque, vi abbiano abitato; lo è meno, forse, che anche i boia siano tradizionalmente reclutati qui.

Ma, a pensarci, non è poi così sorprendente che, costretti alla promiscuità di un quartiere in cui si può passare da una casa all'altra attraverso le finestre, taluni si scoprano irresistibilmente portati allo sfoltimento del genere umano.
Il ghetto di Saltruria è universalmente noto perché vi si verifica uno dei più straordinari fenomeni di cui orecchio umano possa avere esperienza: l'eco di Razar.
Ma di questo, magari, vi parlerò un' altra volta.

  Ugo Rosa
u.rosa@awn.it
 
> LANTERNA MAGICA

la sezione Lanterna Magica
è curata da Ugo Rosa


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