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Lanterna Magica

Fisiognomica pratica e natura puttana









Che la natura imiti l'arte una massima troppo prudente. La natura un prodotto dell'arte e del discorso
Nelson Goodman





In questi giorni di caldo insopportabile penso, cercando un po' di refrigerio, alla neve.
Città ricoperte di candida neve attraversano in fila indiana la mia immaginazione.
Mi accontento di qualunque cosa. Banalissime cartoline natalizie vanno già benone. Abeti, montagne, slitte, renne e piccoli villaggi montani sullo sfondo. Ma anche città di mare. Venezia sotto la neve. Che meraviglia.
Però ci sono città refrattarie.
Palermo, per esempio.

[05sep2002]

In una città come Palermo la neve sarebbe un evento insensato. Non solo per fortuite questioni climatiche. Il mangiatore di "stigghiole" e il degustatore di "pani c'a meuza", qualora l'evento si verificasse, scioglierebbero il manto nevoso con l'imposizione di una sola occhiata. Per quanti sforzi faccia, nella mia mente gli strati superficiali della nevosità, a Palermo, assumono immediatamente coloriture giallastre, come d'orina, mentre la fantasia provvede subito a trasformarli in rivoli nauseabondi che spontaneamente convogliano verso quel che rimane del fiume Oreto, che di Palermo è il pisciatoio.

Ma è inutile indugiare in questo pensiero abominevole. Non può nevicare a Palermo (e non vi fate prendere in giro, le due o tre volte che è successo la neve era finta, fornita in bidoni da trecento litri dal laboratorio scenografico del Teatro Massimo e finanziata dal Comune come evento culturale). Palermo è una città troppo untuosa perché la neve vi possa attecchire. Si scivola attraverso le sue strade come su longarine bene ingrassate mentre la neve ha bisogno, per far presa, di città secche, asciutte. Se invece si radesse al suolo il capoluogo siculo e poi si scavasse, si troverebbero strati geologici intrisi d'unto fino a profondità inimmaginabili. Insediamenti paleolitici nei quali veneri di Willendorf dalla natiche debordanti friggevano panelle senza requie, grotte con le pareti affumicate dalle esalazioni dell'olio rifritto.

Nell'era glaciale, tra Bagheria e Punta Raisi, dovevano essersi stabilite condizioni microclimatiche tropicali. Perché l'aplomb dell'odierno indigeno panormita che (canottierino Dolce e Gabbana arrotolato sopra l'ombelico per abbronzarsi la panza sporgente, occhiale da sole marchiato Armani, sandalo con calzino alla caviglia e pantaloncino cachi Calvin Klein) attraversa, tutto firmato, il delirio barocco di via Maqueda per spostarsi da un mandamento all'altro a fare una colazione leggera a base d'insalata di lumache, aglio e prezzemolo è un raggio di sole in grado di liquefare i ghiacciai. E, siccome il sangue non è acqua, mostra ascendenze aristocratiche ed un albero genealogico che non può certo risalire all'altro ieri.

Il clima, dunque, non fa che attestare rassegnatamente quello che la città è e "l'ambiente naturale" che la circonda risulta, infine, ciò che la cultura della città ha prodotto, produce e produrrà. Lo so che il solito intelligentone mi dirà che non è vero, che le cose stanno proprio all'opposto e che io racconto balle. Ma il fatto è, pensatela un po' come vi pare, che la natura in fondo conosce una sua misteriosa giustizia.

Per esempio, è profondamente giusto che uno come il tizio che vedo in televisione e che ha la spudoratezza di affermare che "la canzone napoletana si ascolta col cuore" abbia poi la faccia da culo che ha. Eppure io, che sono un uomo di scarsa fede, per anni mi sono chiesto, vedendolo sul teleschermo o fotografato sopra le riviste (infatti si tratta, l'avrete capito, di una celebrità) perché mai avesse proprio quella faccia.

Non avevo capito nulla.

Bisogna avere più fiducia nella natura perché lei, da magnifica puttana qual è, si adegua al cliente con perfetta imparzialità. Gli si disegna sopra, a immagine e somiglianza. Esiste, insomma, perché esiste l'avventore.

Sarà per questo che alla fine della consumazione si paga?

Ugo Rosa
u.rosa@awn.it

la sezione Lanterna Magica
curata da Ugo Rosa


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