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Lanterna Magica

Als ich can








Erik Satie amava dire: "Per favore, lasciamo la parola "Artista" ai parrucchieri e ai pedicure". Non ho nulla contro i parrucchieri e i pedicure, ma non credo che Satie avesse torto. Del resto perfino Hegel, nella prefazione alla sua monumentale "Estetica", proponeva di definire "Callistica" la scienza del bello, e nella lingua d'Italia (che è da sempre la terra promessa dei cantanti d'opera, dei barbieri e dei mandolinisti) questa definizione assume connotati addirittura profetici. Il fatto è che le parole si usurano, e qualche volta forse bisognerebbe sostituirle con altre meno consumate, più fresche e odorose di lavanda, perché, detto fra noi, la semplice parolina "Arte" puzza oramai di morto lontano un miglio, tant'è che su di essa già da un pezzo roteano gli avvoltoi e caracollano gli sciacalli.

[16oct2002]
Osservate il consumo che ne fanno giornali, riviste e televisioni. Quando si parla d'arte il naso dell'annunciatore comincia a gocciolare dalla commozione e subito rinasce l'amor patrio; non che lui ne capisca qualcosa, ma il rispetto s'impone cosicché pure il porco s'indigna quando intravede la possibilità che il cosiddetto patrimonio artistico sia intaccato. L'extracomunitario ammazzato a botte o il barbone bruciato vivo oramai interessano poco ma se per caso va a fuoco la cupola, allora la marea dell'indignazione popolare, almeno per un po' (il tempo per un paio di prime pagine) sale alle stelle, non c'è impiegato di concetto che non ne approfitti per attestare il suo sviscerato amore per il lascito del passato e che non proclami, gonfiando il petto, che bisogna rimettere le cose a posto e che "le Istituzioni sono tenute a rifar tutto com'era e dov'era". Se la parola Arte, dati i tempi, mette gia in imbarazzo, la parola Società, come vedete, non è da meno. Se ne potrà gustare il sapore solo dopo aver compreso le procedure degli exit poll, le magagne giuste per far crescere l'indice d'ascolto e soprattutto lo stupefacente meccanismo per cui le medesime migliaia di persone scelgono, di volta in volta, di partecipare ai Karaoke televisivi facendo ciao alla telecamera, oppure di mettersi in fila come vacche al macello per scannerizzare con lo sguardo (mentre altri cyborg spingono e si accalcano) i reperti cadaverici del museo degli Uffizi (che Istituzioni premurose si affretteranno a rendere disponibili anche nei festivi). "Società" indica oggi l'insieme di coloro che consumano, tra le altre cose, anche Arte (con la maiuscola).

Perciò non sembra oramai neppure un paradosso che l'unico vero rapporto attuale tra Arte e Società si identifichi esattamente in tale consumo. Una spola impazzita tra due termini oramai del tutto incapaci di imbastire alcunché ma apparentemente solidi, affermativi, perentori. Se qualcuno tira fuori l'Arte mai come oggi si è disposti a dargli credito, se qualcuno si proclama o è proclamato Artista dalle persone giuste nessuno più lo prende a pedate nel sedere, anche se se lo merita, diventa un impunito, ma se per giunta si proclama "all'avanguardia" ed è sufficientemente (nello stesso tempo) furbo ed idiota da mostrarsi "a la page" rasenta l'onnipotenza. Se infine si parla anche di Società il gioco è fatto, non resta che sedersi e dibattere. Ma temo, scusatemi, che il gioco non valga la candela.

Che il rapporto tra Artista e Società, infatti, possa divenire "questione", occasione di dibattito, argomento di discussione e d'auspicio non è forse il primo ed il più eclatante sintomo della sua dissoluzione?

In una bella pagina sul ritratto dei coniugi Arnolfini di Jan Van Eyck, Aby Warburg nota che l'autografo del pittore recita "Jan Van Eyck fuit hic" e non "fecit". Scrive: "è come se il pittore volesse dire: - vi ho ritratti meglio che potevo perché mi fu consentito di essere testimone oculare della vostra intimità domestica -". Ma a me sembra che quel "fuit hic" testimoni anche qualcosa d'altro, narrandoci una presenza, ma adombrando anche un'assenza. La presenza è quella dell'artigiano: egli fu qui per fare questo e lo fece meglio che poteva (als ich can, come posso, era il motto di Van Eyck). Ma l'assenza, per me assai più importante, è quella dell'Artista che la retorica monumentale viceversa pone sempre a capotavola. Quando Van Eyck, quest'uomo la cui data di nascita e le origini ci sono ignote e che non ha firmato se non pochissime tele, dice "fui qui" certo sottintende "ad assistere a ciò"; ma a cosa infine? davvero solo all'intimità di una coppia qualsiasi? No, non basta: Van Eyck assiste invece, qui, ad una epifania, al venire alla luce di un evento. Van Eyck, da artigiano, non si accredita alcuna creazione egli afferma solo "fui qui", come e non diversamente da coloro che sulla tela sono ritratti, i coniugi Arnolfini. Ed in quelle due parole emerge, senza minimamente venire affermata, l'appartenenza dell'artigiano Van Eyck ad una comunità nel cui recinto egli è inscritto da sempre insieme a Giovanni e Giovanna Arnolfini.

Nessuno Stato, nessuna Istituzione, nessun Artista e nessuna Società, possono sancire d'ufficio tale appartenenza essa deve provenire dal nocciolo stesso dell'esistenza. O succede quel che già sta succedendo: Arte diventa una parola che puzza di morte, Società una gracchiante emissione vocale o uno scarabocchio buono per riempire le pagine dei giornali. E la parola Artista finisce per definire, come accade, uno spostato catatonico e imbecille, gonfio di vento e, letteralmente, senza arte né parte. E tanto più egli è una nullità, quanto più cerca legami con il suo tempo. Lo zeitgeist sarà l'ampio, candido, lenzuolo con cui coprire a perfezione le proprie miserie.

Naturalmente non ho alcuna simpatia per la Turris Eburnea e, anzi, credo che non esista cornice migliore per mettere in risalto la totale assenza di spina dorsale dell'artista attualmente in circolazione, ma un po' di riservatezza è sempre meglio di quegli assembramenti che, in occasione di bi e triennali con relativi vernissages, mi restituiscono l'istinto del predatore che aspetta la mandria all'abbeveratoio. In questi casi, credetemi, mi dolgo di essere nato privo di zanne ed artigli, perché naturalmente è lì che si manifesta al meglio lo spirito di branco dell'artista medio, il suo "istinto di socialità", come si usa dire. Sarebbe perciò quello, ritengo, il luogo artisticamente più adatto allo sterminio.

Mi sembra che l'unico modo che ha oggi chi un tempo veniva definito artista per rendere un servizio a se stesso e dunque alla sua comunità, necessariamente infima, necessariamente povera, necessariamente muta (se da qualche parte ancora esiste qualcosa del genere...) sia quello di tenere disperatamente le distanze da chi oggi viene definito Artista dall'assembramento societario o, meglio ancora, acquattarsi per sparare nascostamente agli Artisti come si spara ai piccioni. Quanto a questo assembramento societario, che tollera senza batter ciglio sera dopo sera i telegiornali ed i talk show sul morticino di Cogne, sulle corna del principe Carlo e su Taricone, esso si estinguerà da solo. Anzi, a occhio e croce, è già estinto e muove convulsamente le zampette solo per via delle scariche elettriche che le trasmettono i media.

Il rapporto tra Artista e Società è dunque, come si vede, un rapporto tra carogne.
Tenersi alla larga è pura profilassi, un'elementare precauzione igienica.

  Ugo Rosa
u.rosa@awn.it
 

la sezione Lanterna Magica
curata da Ugo Rosa


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