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Lanterna Magica

La scoperta di un trattato inedito di autore ignoto - 1




René Magritte. "Chiaroveggenza (autoritratto)", 1936.




Anch'io ho scoperto qualcosa.
Succede, a volte.
C'è chi scopre che a dire stronzate con decisione si sembra intelligenti, chi scopre le virtù taumaturgiche della guerra preventiva, chi scopre che si stava meglio quando si stava peggio... io ho scoperto, noblesse oblige, un manoscritto d'architettura.

[19apr2003]

Si tratta di un piccolo trattato di architettura, in versi endecasillabi, che ho reperito per caso, qualche tempo fa, nella bancarella di un venditore ambulante di libri.
Non so a quando lo scritto risalga, so solo che esso si presenta sotto forma di fogli sparsi e ingialliti (di uno strano formato: quindici per trenta centimetri).
È scritto a mano, con un inchiostro verde leggermente annacquato, una grafia chiara, piuttosto rotonda ma inclinata verso destra.
Non saprei neppure dire quando sia stato compilato.
I fogli, non rilegati, sono raccolti dentro una carpetta nera legata con un elastico a fettuccina, anch'esso nero, e non riportano alcuna data.
Sul risvolto interno della carpetta (giallo ocra, con macchie di inchiostro nero e di umidità) sono siglate, con il medesimo inchiostro verde, le iniziali A.B. ma, a parte questo, non c'è altro che ne identifichi l'autore.
L'ambulante non mi ha saputo dir nulla circa la sua provenienza, mi ha solo detto di averlo trovato in mezzo ad una partita di vecchi libri che aveva acquistato un paio di mesi prima per rivenderli al minuto.
Ho pensato di utilizzare questo spazio che ARCH'IT mi mette, gentilmente e con infinita pazienza, a disposizione, per pubblicarne alcuni estratti.
Io non li trovo privi di interesse e mi auguro che anche i miei pochi lettori siano dello stesso parere.
Naturalmente, se l'autore fosse ancora tra noi e volesse farsi sentire ne sarei lieto; sarei anzi felicissimo di conoscerlo e, qualora me lo richiedesse, di restituirgli personalmente il manoscritto.
Accompagnerò la pubblicazione del testo ad alcuni brevi commenti. Nient'altro che note di lettura.

***

Inizio subito proponendovi quelli che, a mio avviso, sono i versi d'apertura della raccolta (ma si tratta di una semplice supposizione, dal momento che i fogli non sono numerati):

Gradus ad Parnassum

Le porte accosteremo, e le finestre
fino a tenere solo un interstizio.
Osserveremo il dove, il come e il quando
del sole mattutino e della sera,
(riducendo la vista all'essenziale
e a nulla l'utilizzo delle scale)...
Finché, inesperto e giovane architetto
ligio al dovere della mattonella,
ti sarà chiaro, infine, ed evidente
che la tegola, ahimè, non serve a niente.

Già il titolo di questa velocissima introduzione appare come una dichiarazione d'intenti: "Gradus ad Parnassum".
Il richiamo didattico (è questo, com'è noto, il titolo del più celebre corpus di esercizi per lo studio del pianoforte, redatto da Muzio Clementi) è, insieme, esplicativo e ingannevole.
Esplicativo, perché, come ogni trattato di architettura, anche questo, in fondo, sembra proporsi di accompagnare il lettore attraverso un percorso che dovrebbe condurlo alla edificazione. Ingannevole perché, in realtà, esso non si occupa in nessuna porzione del percorso (e lo dichiara subito) né di calce, né di mattoni. Così come non si occupa di tutto quello di cui, nel corso dei secoli, si sono occupati gli altri trattati di architettura.
L'edificazione non lo riguarda.
Parla d'altro: chiaramente e sin dal principio.
L'intento didattico, dunque, se c'è, non appare rivolto a confermare il lettore (l'allievo, il discepolo, il complice) in quella "disciplina" nel cui "specifico" egli, il più delle volte, già si voltola come un maiale.
Al contrario l'autore addita con discreta precisione quell'attimo, forse non conclusivo ma sicuramente decisivo, in cui all'inesperto e giovane architetto (cui l'indicazione è rivolta, essendo gli altri, evidentemente, più incalliti nella procedura e perciò del tutto irrecuperabili) "...sarà chiaro, infine, ed evidente / che la tegola, ahimè, non serve a niente"; dove la tegola è, evidentemente, sineddoche per l'edificazione nel suo complesso.

In altre parole la propensione didattica del trattato è, insieme, richiamata e immediatamente rigirata su se stessa attraverso la sprezzatura di ciò che il discepolo suppone edificante e immagina di dovere, per questo, apprendere in fretta e diligentemente.
In fondo ciò di cui si tratta è null'altro che la messa in questione dello stesso discepolo.
Il che, tra l'altro, risulta delicatamente sottolineato dal modo, diretto e colloquiale con cui B si rivolge appunto, nei versi settimo e ottavo al presunto discepolo... definendolo, non senza ironia "ligio al dovere della mattonella".
Il carattere sottilmente paradossale di questa introduzione affiora, per altro, nel gesto di chiusura con cui il testo, paradossalmente, si apre:
"Le porte accosteremo, e le finestre".
Non siamo ancora entrati che già ci si propone di accostare porte e finestre e di accomodarci nella penombra!

Il fatto è che per B (da ora in poi mi riferirò all'autore con quella che presumo essere l'iniziale del suo cognome) accostarsi all'architettura non implica l'apertura o, peggio ancora, il disvelamento di quest'ultima ma, al contrario, il semplice rilevamento del suo mistero, accolto e praticato in quanto tale. B non ha, così sembra, alcun mistero da svelarci perché si trova, sin dal principio, dentro quel mistero e non vuole uscirne, anzi neppure lo può.
Il suo punto di vista è dunque tutto interno all'architettura stessa.
B non si pone "davanti" all'architettura, non inizia il suo trattato attraverso una esegesi o una descrizione dell'architettura, piuttosto vi si ritira "fino a tenere solo un interstizio" ed è da quest'unico interstizio che osserva.
Ma non contempla l'architettura (e come potrebbe, essendone parte...) bensì percepisce, da dentro l'architettura, il vasto mondo là fuori. L'osservare attraverso un interstizio, inoltre, pone immediatamente fuori questione l'ansia totalizzante del contemplatore, che tutto comprende sotto il suo sguardo e dispone invece alla pratica sottile e parziale della vastità del poco.

È vero, dunque, che B ci propone un trattato ma è un trattato che non appare scritto da un teoros.
Qui non c'è alcuno spettatore contemplante l'architettura, che la analizza, la viviseziona, la interpreta, sempre arrogantemente persuaso di doverla "comprendere" e mai di lasciarsene comprendere. C'è un abitatore compreso dall'architettura e immerso in essa...
Ma come questo viaggio (che ad occhi superficiali sembrerebbe concluso ancor prima di cominciare) prosegua, lo scopriremo insieme in un'altra occasione.

Ugo Rosa
u.rosa@awn.it

la sezione Lanterna Magica
curata da Ugo Rosa


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