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Lanterna Magica

La sostanza delle nuvole
(contributo minimo ad una preistoria del concetto di realtà virtuale)




Maxfield Parrish, Air castles, 1904, olio su tela.


L'uomo, lo sappiamo, è capace di una fede sconfinata. È sorprendente che non sia mai stato descritto come homo credens
Jerome Bruner

...mio buon amico,
sai, tutto è così misterioso e strano e insieme così significativo...sono seduta alla mia scrivania, la camera è così silenziosa, rimarrò ancora per diverse ore accanto alla mia piccola lampada...
E devo trovare un genere tutto nuovo di pazienza per far fronte a questa situazione inaspettata
Etty Hillesum





Per riuscire ad esistere dobbiamo, a me così sembra, coltivare con tenacia la fede incrollabile nell'esistenza di cose che evidentemente non esistono.
Pensate quale orrore se, chiudendoci quotidianamente al gabinetto, si fosse colti dal dubbio che tutto il resto della casa, là fuori del cesso, abbia (perdonate l'allitterazione) cessato d'esistere.
Eppure è così: noi vediamo il lavabo, la vasca da bagno, il bidet e il gabinetto. Certi oggetti (neppure tutti in una volta) una finestra. Ma la cucina? Dov'è la cucina? E i miei amici? La figlia? La moglie? L'amante? E, per la miseria, mi accorgo adesso che non ho neppure le scarpe! Come farò? Dove sono i miei calzoni, e la camicia?
Niente.
Allo stato attuale siamo in mutande.
Tutto il resto manca, non risponde all'appello.
Confidiamo, certo, che l'acqua, ad un nostro cenno scorrerà.
E tuttavia non scorre ancora.
Quando scorre confidiamo che ad un certo punto essa smetterà, se lo vorremo, di scorrere. Ma intanto scorre.
L'idraulico del resto, anche lui, manca.
Non ci sfiora neppure l'idea che, allo stato dell'arte (non esistendo, cioè, l'idraulico) una manopola incastrata sarebbe l'inizio di una catastrofe biblica, nella quale però io, nuovo Noè, non disporrei neppure dell'arca per salvarmi (non esisterebbe arca, né famigliola al seguito, né bestie da diporto).

Dobbiamo insomma, assennatamente, espletare le nostre giornaliere faccende coltivando la tranquilla certezza che oltre quella porta, di là dal tramezzo, e ancora più in là, dove nessuno dei nostri sensi può sindacare (chessò: in quei luoghi favolosi che chiamano Napoli, Firenze, addirittura Milano) continuino, effettivamente, a srotolarsi il tempo e lo spazio, continuino ad esistere un idraulico e un'arca, mentre noi, muti ciechi e sordi nei loro confronti, non possiamo, in verità, minimamente attestarlo.
Qui i fatti non contano nulla.
Quei bei fatti che solo i nostri sensi, adesso, sarebbero in grado, baldanzosamente, di confermare.
Conta invece la fede.
Che non sia più fede in un dio, ma in qualcos'altro di non bene identificato (la scienza, che mi permette di...la tecnologia che mi consente... l'imbecille che mi assicura dal video che...) non è, ammettiamolo pur restando mangiapreti, necessariamente un guadagno.
Succedeva lo stesso (forse succede ancora) con gli spettri, come ha scritto, mi pare, Panikkar.
Perché mai i fantasmi fanno paura?
Forse perché esistono sul serio?

Ma, scusatemi, se un fantasma esistesse alla stessa stregua del coniglietto di peluche con cui gioca mio figlio, se il suo amichetto di sei anni gli potesse dire "vieni, o Ciccio, ti presento un fantasma" e glielo mostrasse, così, su due piedi, in carne ed ossa, per così dire, a chi, la cosa, farebbe paura?
Potremmo addirittura classificarli questi simpatici lemuri: ci sarebbero i leoni, le biciclette, i rubinetti, gli idraulici e ci sarebbero i fantasmi e sarebbero emaciati o robusti, pallidi o di svariati colori, a luminosità continua o intermittente, ciarlieri oppure di poche parole, gesticolanti o ieratici, serafici o nervosi. Graziose e variegate presenze, compagni di merende, talvolta conversatori amabili, talaltra ascoltatori comprensivi.
Non è così, invece.
I fantasmi fanno paura proprio perché, lo sappiamo benissimo, essi non esistono.
Sono come noi non siamo, irrimediabilmente altro da noi e, pensate, con noi non condividono neppure l'esistenza.
O esistiamo noi, oppure esistono loro.
E siccome loro non esistono ne siamo terrorizzati.
È così strana la vita...
Un poco di fiducia nella loro esistenza, invece, ci rassicurerebbe, potremmo confidare in loro e, chissà, trovarvi un lenitivo per la nostra pendolare percezione del reale: il nostro cesso esiste e non esiste (lo vedo, non lo vedo, lo tocco, non lo tocco, tutto strambamente correlato alla regolarità delle mie funzioni intestinali e al funzionamento della porta della stanza da bagno) ma il fantasma, perdinci, esiste.
Proprio perché non esiste?
Sia pure!
Ma vivaddio non bascula tra una cosa e l'altra, s'è deciso ad esserci non essendoci.
Un plauso al fantasma.

[23sep2003]
Ma non divaghiamo.
Quel che volevo dire, invece, riguardava proprio, rassicuratevi, l'architettura.
L'elevazione di un muro c'introduce (surrettiziamente, è vero...) nel modo più rapido possibile a questa dimensione fluttuante ed imprecisa; e quando nel muro ricaviamo una porta ecco che ci mancherebbe il terreno sotto i piedi se, a quel punto, non potessimo, ogni volta che la chiudiamo, continuare a credere con ragionevole fermezza all'esistenza di ciò che resta fuori. Ma per questo, dicevo, bisogna avere fede. Fede in qualche cosa che confida in noi per esistere e non ci s'impone con la protervia dei "Fatti" o di ciò che l'individuo pratico così definisce.
A me pare (e detto questo mi abbandonerò nuovamente alla mia inesistenza e di me potrete dimenticarvi fino alla prossima volta) che, con la nascita dell'architettura trovi conferma e attestato qualcosa che altrimenti, rimarrebbe meno concretamente percepibile: la nostra fede in quell'eterea nube che chiamiamo realtà, nonostante, momentaneamente, nessuno dei cinque sensi ne sia interessato.
L'architettura, insomma, è il quotidiano banco di prova della nostra fede nell'esistenza di ciò che non esiste. Forse la muta testimone, da ben prima che nascesse Bill Gates, di quella che adesso si ama definire "realtà virtuale" e la cui esistenza tendiamo ad accreditare al computer. Non so... quello che so (per certo?) è invece che tra un minuto spegnerò questo computer su cui scrivo, mi alzerò da questa sedia e uscirò da questa stanza chiudendomi la porta alle spalle.
E tutto questo esistere qui, che adesso sembra solido e duro, nitido e definito, legno e roccia, avrà fra pochissimo (proprio come l'architettura secondo Lafcadio Hearn): "L'identica sostanza delle nuvole".

    Ugo Rosa
u.rosa@awn.it

la sezione Lanterna Magica
curata da Ugo Rosa


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