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Lanterna Magica

La scoperta di un trattato inedito d'autore ignoto - 3

Choréia
Il moscone, la danzatrice e l'architetto.
Divagazioni su spazio e architettura.







Disegno e rilievo dei monumenti

 
Nella moschea di Mosca, un bel moscone,
ronzando attraversava il cupolone.
Trenta metri più in basso, l'architetto
faceva scarabocchi su un foglietto.

Valutava con l'occhio ogni misura
e schizzava, solerte e con gran cura,
annotando ogni cosa, il nostro amico.
Del moscone non gli importava un fico.

Ma s'era fatto tardi: una falena
portò la sera e il segno della cena.
Attratto dall'odore di minestra,
verde, il moscone uscì dalla finestra.

Però Matita non ci fece caso;
sul foglio continuò a tenere il naso.
Fu così che l'artista diligente
disegnò tutto.
E non capì un bel niente.



[12dec2003]
Moscone che plana da un punto all'altro nel concavo silenzio della cupola.
Ronzio di moscone che vola tracciando linee invisibili che misurano lo spazio. L'architettura, di tali linee, è colma. Paolo Uccello le vedeva, quelle linee, e ci giocò tutta la vita, fino a restarci catturato. Me lo ha raccontato Marcel Schwob, se adesso non ricordo male: di questo vecchio impigliato in una ragnatela incantata che nessun altro, neppure la sua donna, vedeva.
Noi ci muoviamo in mezzo a quei fili. I più (ed io, ahimè, sono tra questi) goffamente e a fatica come gabbiani che non riescono a volare. Ma per altri, pochissimi, questa ragnatela dorata è una magnifica scacchiera sulla quale scivolare con eleganza superba. Se guardiamo loro ci è dato immaginare quale incanto sottile strutturi l'universo, e che la felicità esiste, per quanto poca ce ne sia concessa, e talvolta si riflette in un gesto, in un semplice movimento. Sono donne e uomini che danzano. Non sempre lo fanno per professione. Talvolta è una donna, non particolarmente bella né particolarmente elegante che, per strada, si gira perché una voce o un rumore ha attirato la sua attenzione, o si ferma a frugare nella borsa. Da come ruota su se stessa tu comprendi che sta danzando tra l'ordito e la trama del mondo. Oppure è un ragazzino ossuto e straccione, fermo al semaforo a vendere cianfrusaglie. Alza il braccio, saluta qualcuno dall'altra parte della strada, va verso di lui, lo raggiunge, poggia una mano sulla sua spalla. E il tappeto del mondo si flette ai suoi passi come la schiena di un delfino.

Pensate adesso a Degas, al suo ombroso orientarsi tentoni tra danza e disegno, la garza lieve con cui il francese ricopre il busto delle sue ballerine, dipinte o scolpite, il gesto con cui il movimento della gamba che arretra incrocia e misteriosamente sfiora, nello spazio ideale dello sguardo, quello dell'avambraccio che avanza. In un silenzio che neppure la musica riesce a scalfire. Ditemi, adesso, se non è qui che ha luogo, se ha luogo, l'evento che nominiamo "architettura".
Tra questi sottili filamenti di luce invisibile.

Sempre trenta metri più in basso, invece, sta l'architetto. Scarabocchia. È questo il suo destino. ll disegno, per l'architetto, è il punto cieco, quello in cui la realtà è inghiottita in un buco nero di densità tale da non lasciare emergere alcun bagliore. L'architetto non prende nota del moscone, non ha strumenti che gli consentano di rilevare quel ronzio. Ciò che non riesce a proiettare la sua ombra fin sul foglio da disegno non conquista, per lui, lo status necessario all'esistenza. Un doloroso destino, perché ho il sospetto che ronzii, filamenti pulviscolari, riflessi, ombre, echi, odori s'intessano alla concretezza degli edifici e, infine, siano loro a cucirla insieme.

Quando vidi la foto che sta in cima alla pagina non avevo ancora diciotto anni e, naturalmente, rimasi incantato dalla donna che essa raffigurava. Mi dicevo: "Vorrei incontrare almeno una volta nella mia vita una donna in grado di fare il gesto raffigurato in questa foto. Se capitasse la riconoscerei subito, anche se la vedessi di sfuggita: per strada, al supermercato o in un autogrill mentre prende un caffè". L'avrei riconosciuta in un letto d'ospedale, ne ero persuaso, e l'avrei riconosciuta persino se l'avessi vista stecchita su un tavolo d'obitorio.
La tengo con me da anni e mi sono rassegnato ad accettare questa minuscola verità: la fotografia è la meno realistica di tutte le arti, la meno adatta a descrivere quello che qualcuno definisce "il puro fatto", la più assolutamente lontana dal giornalismo, che magari apparirebbe meno becero di quello che è se fosse accompagnato dagli schizzi di un disegnatore appena decente, piuttosto che dai miserabili prodotti di paparazzi ignoranti, spocchiosi ed imbecilli. D'altra parte potrebbero benissimo essere le foto ad illustrare i libri di fantascienza e il romance.

Le prove testimoniali, personalmente, non mi hanno mai impressionato e non credo, per esempio, che la fede delle persone sagge in un qualche dio debba fondarsi sulla parola di qualcuno che asserisca d'averlo visto e d'avergli parlato o esibisca con aria soddisfatta la sua foto. Perciò non sono persuaso che la donna di quest'immagine sia mai esistita. D'altra parte, se essa fosse, com'è possibile, puro frutto dell'immaginazione, rimane la gratitudine e l'ammirazione nei confronti di chi se l'è inventata. Chiunque sia, fosse pure un dannato fotografo.
Ammesso, in ogni modo, che questa donna sia o sia stata qualcuno, allora, di quel qualcuno vorrei darvi notizia.
Doris Humphrey nacque nel 1895 ad Oak Park: North Grove Avenue, 315.
Aveva quattro anni, quando un giovane architetto andò ad abitare e aprì il suo studio a qualche isolato da lì, sulla Chicago Avenue.
Una decina d'anni dopo un'adolescente sottile ed elegante deve avere transitato un numero imprecisato di volte davanti alla finestra presso la quale Frank Lloyd Wright sedeva a disegnare. È probabile che lui ne abbia sentito la voce mentre scherzava con un'amica o, ridendo, si voltava a chiamarla, per strada. Che l'abbia vista chinarsi a raccogliere un quaderno o, in autunno, una foglia da metterci dentro. O, ancora, che l'abbia intravista camminare, in un terso mattino di dicembre, sulla neve, una sciarpa rossa intorno al collo come tutte, solo lasciando tracce un po' meno profonde delle altre.

Ciò non prova nulla. Non è nulla. Né vi saprei dire con assoluta certezza del perché lo scrivo.
Tatarkiewicz, però, mi ha assicurato che molto tempo fa (ancora prima che arrivasse Socrate a spiegare a tutti noi, con ipocrisia melliflua, ciò che "dovevamo" pensare) in Grecia si usava una parola sola per indicare ogni tipo d'arte, e questa parola era Póiesis, da poiéin-fare. Mousiké, d'altra parte, non era solo l'arte dei suoni: ogni uomo colto era definito mousikós. Póiesis e Mousiké erano fittamente intessute con Choréia, la danza. Choréuein aveva il duplice significato di gruppo che danza e di gruppo che canta ed è infatti dalla parola órchesis, danza, che proviene la parola orchestra.
Come se tutto prendesse origine dalla danza. Come se ogni arte, anche quella che apparentemente ha a che fare con quanto di più concreto esista (legno, pietra, metallo) prendesse forma in quell'impalpabile aurora di stelle filanti.

Il nostro autore ignoto racconta, in calce ai versi dedicati al disegno e rilievo, anche la breve nota autobiografica che vorrei farvi leggere. Da alcuni indizi che ho trovato in altre pagine del manoscritto (e che sarebbe troppo lungo, oltre che inutile, descrivere) credo di poter dire con ragionevole sicurezza che la città in cui è avvenuto l'episodio è Roma, la piazzetta è quella che racchiude come in uno scrigno la chiesa di Santa Maria della Pace e "lo scalino" cui si fa riferimento è precisamente uno di quelli che raccordano il pronao della chiesetta con la piazza. L'epoca non saprei precisarla altrettanto bene.

"Doveva avere otto o nove anni: un ragazzino secco e sparuto, con i calzoni corti e un paltò, anche quello troppo corto... roba d'altri tempi. Io avevo appena compiuto diciassette anni, ed era la vigilia di natale... sì il pomeriggio di un ventiquattro dicembre. Aria fredda e limpida, spigoli perfetti.
Niente, assolutamente niente, di confuso o d'impastato.
Ogni cosa era chiara e si tagliava il suo posto nello spazio in silenzio, con inequivocabile durezza.
Me ne stavo seduto sullo scalino a mangiare un panino, quando vedo questo ragazzetto che si avvicina, saltellando, lungo la strada. Così mi diverto a scommettere con me stesso; una volta arrivato sulla piazzetta e dopo avermi oltrepassato, da quale delle due stradine che affiancano la chiesa se ne andrà via? Da quella di sinistra o dall'altra, a destra?
Mi decido per quella di destra.
Il bambino è sulla piazza, non mi guarda neppure: costeggia il portico semicircolare sulla destra. Non cammina, piuttosto veleggia, usando il cappotto per catturare la brezza. Dunque ho indovinato, è andato a destra.
Festeggio dando un morso al panino.
Ma ad un tratto lo sento attraversare il portico alle mie spalle e andarsene via per la stradina di sinistra. Mi volto e lo guardo, mentre si allontana.
Non l'ho mai più rivisto, ma credo di dovergli qualcosa.
Quella mattina, infatti, ho ascoltato il suono dell'architettura... una specie di ronzio che accompagnava i passi del bambino: un ronzio quieto e penetrante come quello di un calabrone, dall'orecchio destro a quello sinistro, dietro la mia testa".

L'autore non dice nulla dell'architettura, che rimane alle sue spalle, in pratica invisibile.
Non ce la descrive. Ma non ci parla d'altro. Suono e danza.
Pensate per un momento a Cole Porter, zoppo da anni e oramai quasi incapace di muoversi senza aiuto. Si sedeva al pianoforte a suonare "I get kick out of you" ed erano le cose, solitamente immobili, che cominciavano a danzare per lui attraverso la stanza; mentre un qualche dio, forse in forma di gatto, si accucciava ai suoi piedi.
Nello stesso momento Fred Astaire, sulla Fifth Avenue, si fermava in ascolto e poi provava un passo di danza per strada sotto gli occhi esterrefatti dei passanti.
Pensate al piccolo estintore rosso che intravediamo, mentre Gene Kelly danza sotto la pioggia. Potreste anche arrivare alla conclusione che la città di New York, con tutti i suoi grattacieli e il suo vetro, i mattoni e l'acciaio, forse ha preso forma a partire da Broadway.
Cosa non nuova.

Non fu forse Anfione che, suonando la lira, costruì le mura della città di Tebe? Le pietre spontaneamente si disponevano una sull'altra, danzando.
Perciò, mi auguro, non dovrebbe neppure apparirvi troppo strano se vi confesso che, quando penso sul serio all'architettura, non mi vengono in mente pietre e mattoni, monumenti e colonne. Né Le Corbusier o Borromini, Kahn o Michelangelo.
Penso piuttosto a quel pulviscolo dorato che penetrava attraverso l'imposta nelle mattine d'estate. Al gradino della chiesa sul quale sedevo, dopo avere giocato al pallone nel sagrato, a guardare gli altri che continuavano a giocare. A come uno di loro, una volta, si sia mosso, per un breve e interminabile momento, in perfetta armonia col volo delle rondini attorno al campanile.
A come in quel momento quell'alto cumulo di pietre divenne architettura.

Ugo Rosa
u.rosa@awn.it



P.S.
I lettori di Saba non mancheranno certo di notare che la rima minestra-finestra contende a buon diritto a quella fiore-amore il privilegio d'essere la più antica, e difficile, del mondo. Né che l'apertura delle quattro quartine di endecasillabi a rima baciata sembra ricalcare (non attraverso una dichiarazione d'intenti, bensì, come sempre in B, nella pratica "costruttiva", nella poièsi) l'incipit dei celebri versi del poeta triestino:
"Amai le trite parole che non uno/osava, amai la rima fiore/amore,/la più antica, difficile del mondo".
Qui il gioco sulle "trite parole" diventa, in effetti, costruzione: Mosca, moschea, moscone, minestra, finestra ecc.

la sezione Lanterna Magica
curata da Ugo Rosa


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