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Lanterna Magica

La scoperta di un trattato inedito d'autore ignoto – 4

Tecnologia dei materiali
(Sonetti alchemici)




William Perth, La scoperta del fosforo.


Brand scopre il fosforo
(introduzione alla tecnologia dei materiali)

Splende nel buio l'ampolla opalina
versando il suo chiarore polveroso
sugli alambicchi già colmi d'urina
e sopra l'athanòr caliginoso.

Sfiora la fronte al vecchio, che s'inchina
sopra la fonte e il volto rugoso
gli si riveste di un'ombra turchina
e si confonde nel grigio vaporoso.

Qui sta racchiuso il mondo e non sconfina
dal margine preciso e doloroso
che lo esaurisce, in questa cantina
le cui pareti il silenzio ha corroso.



Nel trattato del nostro autore ignoto questi dodici versi, suddivisi in tre quartine a rima alternata, introducono ad un capitolo sulla tecnologia dei materiali.
A ciascun materiale è dedicato un sonetto (due quartine e due terzine, dunque) e la serie, oltre al titolo, porta anche un sottotitolo (Sonetti alchemici).

B. accosta qui due termini apparentemente dissonanti: tecnologia e alchimia.
La dizione "Tecnologia dei materiali" è didascalica e ricorda, a chi ha praticato le facoltà d'architettura, esaminatori occhialuti ed ottusi intenti a firmare libretti e convalidare statini.
La definizione "sonetto alchemico", invece, ci trasporta da tutt'altra parte, anche se non sappiamo di preciso dove e ci dice tutt'altra cosa, anche se non sappiamo di preciso cosa.
Il sonetto alchemico è, infatti, un articolo che, per la precisione, non esiste. Mescola metrica e alchimia in un ibrido non meno curioso di un satiro o di un centauro. Più bizzarro, anzi, giacché l'uomo e il caprone condividono ambedue l'essere bestie, e all'asino molti uomini mentalmente s'apparentano con reciproca, completa (il più delle volte beata perché inconsapevole) soddisfazione. Anche se è vero, a pensarci, che poeta ed alchimista non praticano, tutto sommato, artigianati molto differenti.
Comunque sia l'immagine introduttiva richiama il lavoro dell'alchimista e, in particolare, si riferisce all'uomo che è considerato lo scopritore del fosforo, Henning Brand.
Nel 1669 quest'alchimista amburghese, si dedicava alla ricerca della pietra filosofale distillando litri d'urina di cavallo. Una notte, dal prodotto delle sue manipolazioni, emanò un chiarore sbalorditivo che inondò di luce la piccola cantina nella quale il valoroso vegliardo conduceva i suoi esperimenti. Per puro caso dunque (se questa dizione ha un senso) egli scoprì il fosforo, così denominato da phos (luce) e phoros (portatore). È proprio quest'elemento luciferino, dunque, che B. pone in epigrafe al capitolo del suo trattato dedicato ai materiali.
Lo fa, credo, proprio per illuminarci il percorso.

Devo precisare a questo punto che egli usa il termine "materiale" in un senso che non è esattamente quello dei trattatisti classici. Tratta infatti, nei suoi sonetti, del ferro, del legno, della gomma, del vetro ma anche della luce e dell'acqua, della stella, della foglia e della nuvola.
Il primo "materiale" di cui si occupa, anzi, è proprio la luce: lo fa, come vediamo, nell'introduzione, attraverso il fosforo, elemento che "fa luce", ma lo farà anche, come vedremo, nel primo dei sonetti della serie che proprio alla luce è dedicato.
Chiediamoci intanto come mai sia un vecchio alchimista inondato da un bagliore fosforescente, ad accoglierci sulla soglia di questo viaggio attraverso la materia. Perché mai, insomma, i materiali, così afferrabili e concreti, siano posti sotto l'egida eterea e inconsistente della luce che, in effetti, è quanto di meno "materiale" possa darsi.

Molti anni fa uno scrittore francese, Louis Pauwels, ed un fisico nucleare, Jacques Bergier, scrissero insieme un libro oggi quasi dimenticato, ma che allora fece epoca, il suo titolo era Il mattino dei Maghi. Libro bizzarro e notevole che tutti potrebbero leggere con profitto e che una volta, ricordo, adottai perfino come libro di testo in un corso di formazione per "catalogatori di beni culturali" (cosa non si fa per sopravvivere...). Non so che fine abbiano fatto i miei "catalogatori" e cosa mai stiano catalogando oggi, ma suppongo che qualcuno di loro si ricordi ancora delle ore, spero piacevoli, dedicate a commentare bizzarrie incantevoli come la teoria dell'universo cavo o la rabelaisiana esuberanza di Charles Fort, catalogatore (appunto) di imprecisioni dell'essere.

Bene.
Una sera del 1953, al caffè Procope, Louis Pauwels incontra uno degli ultimi alchimisti. Nel suo libro, infatti, più di un capitolo è dedicato all'alchimia e, nel corso delle sue ricerche, egli è venuto a sapere dell'esistenza, a Parigi e in pieno ventesimo secolo, di un alchimista. Non di un folle isolato, si badi, bensì di uno degli ultimi rampolli di una tradizione disciplinata e cadenzata con precisione fino ai giorni nostri dai testi di Fulcanelli (Il mistero delle cattedrali è del 1922) o da quelli del suo allievo e discepolo Eugene Canseliet (morto nel 1982, poco più di venti anni fa).
I due parlano fino a notte fonda, di Gurdjieff (che l'alchimista disprezza) di Fulcanelli (che l'alchimista sostiene essere ancora vivo) ma soprattutto dell'alchimia:
"Se non avete la fede abbiate un fuoco: è tutta l'alchimia. Un vero fuoco. Un fuoco materiale. Tutto comincia, tutto avviene attraverso il contatto con la materia... Niente altro che materia, niente altro che contatto con la materia, lavoro sulla materia, lavoro con le mani –l'alchimista, nota Pauwels, insiste molto su questo– lavoro da donna e gioco da bambini..." lo ripete due volte "...lavoro da donna e gioco da bambini... pazienza, speranza, lavoro".

Lavoro da donne e gioco da bambini. Perché mai?
Lavoro da donne perché esige mitezza e pazienza e speranza, perché l'ermetista degno di questo nome sa di non essere riconosciuto dal mondo e di non potere aspirare a premi che il mondo riconosca come tali. Gioco da bambini perché, pago di se stesso, questo lavoro non persegue in realtà altro fine che la propria realizzazione. Una volta compiuto (sempreché possa essere mai compiuto...) esso lascia le cose esattamente come stanno, ma le trasporta in un altro universo. Io non so se B. fosse a conoscenza di queste parole o del pensiero che sta alla base della filosofia ermetica, tuttavia mi pare evidente che attraverso l'immagine del vecchio alchimista egli voglia introdurci a quel particolare gioco di manipolazione della materia del mondo cui, pure, si dedica l'architetto: gioco che solo la luce rende possibile.

I miei amici storici potranno, qui, venirmi in aiuto: Le Corbusier non lo disse, forse, con tutta la chiarezza di cui era capace?
Cos'è mai l'architettura?
Gioco di volumi sotto la luce.
E gioco della luce sopra e intorno ai volumi.
Quando appare la luce non lo sappiamo, pensare la pura tenebra è impossibile come pensare il nulla, sappiamo però che la materia viene alla luce. Mi pare certo che la luce non sia l'opalescente e non sia il bianco: luce sono gli occhi e il mondo che danzano insieme perché la luce e la materia sono una cosa sola. Né luce senza materia, né materia senza luce.
La materia viene alla luce, l'artefice v'immerge le mani. Oro o urina non importa, conta il lavoro delle sue mani, il contatto con la materia, nella luce che lo rende possibile.

C'è un attimo, dunque, in cui la materia viene alla luce: quest'attimo è quello in cui l'artefice stesso vede la luce. Luce, materia e artefice sono, in quell'attimo, una cosa sola.
L'aurora della materia è, insieme, quella dell'artefice e la luce appare con essi: lasciandoli apparire. Sembrerebbe dunque davvero, come dice il mistico, che "Dio ha bisogno di me": egli, l'artefice supremo, ha in effetti bisogno di me, del fango e dell'albero per venire, assieme a me, al fango e all'albero, alla luce.

Ora, pare proprio che, per il nostro caro B., l'architetto si muova in quest'anello luminoso e rotante come quelli di Saturno. Nel manoscritto in mio possesso, infatti, proprio in calce alla pagina con i versi dedicati a Brand, è schizzato il pianeta Saturno con, a fianco, il suo simbolo astrologico e la seguente definizione, in inglese, "bringer of old age". La definizione si rifà, evidentemente, al titolo che Gustav Holst, nella sua celebre composizione "The Planets" (del 1916), diede alla sezione dedicata al pianeta Saturno che è comunemente associato alla vecchiaia (il mito di Crono) alla pesantezza, alla solitudine, alla concentrazione e, soprattutto, alla materia. Nei versi del nostro autore ignoto, insomma, antichità, materia, vecchiaia e apparizione della luce sembrano darsi la mano. Per concludere osservate, vi prego, come, nella mezzatinta di William Perth dedicata a Brand i tre personaggi sembrino mimare le tre età dell'uomo, laddove solo il fanciullo ed il vecchio sono al cospetto della luce, l'adulto è in ombra, come se la luce fosse colta all'aurora e al tramonto, nel punto del suo manifestarsi e del suo scomparire.

Ma non è solo l'architetto a muoversi in questa luminescenza circolare. Come ci spiega il primo verso della quartina di chiusa: qui sta racchiuso il mondo e non sconfina.
L'architetto (l'alchimista, l'artefice) è, nel pensiero di B., lontano mille miglia (anni–luce, direi...) dal grazioso e fatuo cicisbeo cui ci ha abituato lo star system contemporaneo. È vecchio: ontologicamente, più che anagraficamente. Vecchio come le montagne, vecchio come la materia e come la luce. Come tutti i vecchi pratica il limite, circoscrive e confina.
Lavora con poco, ma con molta pazienza, nella sua cantina, dove il mondo sta racchiuso e (scusate la rima) non sconfina.
Non sa neppure dove andrà a parare, questo è vero, tuttavia, talvolta accade che, da quel che fa, emani uno strano lucore...

Ugo Rosa
u.rosa@awn.it 
[20may2004]

la sezione Lanterna Magica
è curata da Ugo Rosa


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