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Lanterna Magica

Bewitched




Audrey Hepburn fotografata da Cecil Beaton nel 1954.



He's a fool and don't I know it
But a fool can have his charms...
Rodgers & Hart

And wisdom is a butterfly
And not a gloomy of prey
William Butler Yeats



Chi legge dovrà, temo, scusarmi.
Non credo di aver voglia di parlare subito d'architettura e, ancora una volta, vi sembrerà che parli d'altro.
Sto pensando a tre donne che camminano nel centro di una città, Milano per esempio, in una mattinata di novembre, fredda ma con il sole. Posso intuire qualcosa di loro, ma la verità è che non ne so nulla. Le guardo solamente. Le vedo che costeggiano il Duomo e girano a destra in Galleria. Non le seguo, non sta bene. E poi non conosco Milano e mi perderei.
Quello che m'interessa, invece (oltre al fatto che sono donne, e anche belle) è il numero.
Sono tre. Prima erano due per la verità. Le avevo viste entrare in un portone e uscirne, dopo qualche minuto, appunto, in tre.
Tre donne, allora.

Forse mi chiederete: ma cosa c'è di strano in tre donne, per strada? Di donne, per strada, ce ne sono a centinaia.
Sì è vero, ma quando io ne incontro tre che camminano insieme, le cose, per me, cambiano.
Perché in tre donne che camminano insieme c'è sempre un paio d'occhi che si guarda intorno.
È matematico.
Due persone che camminano si guardano e parlano tra loro, e allora il resto non conta. O magari sono talmente impegnate ad isolarsi a vicenda, così testardamente lontane e ostili l'una all'altra che, nonostante tutte le apparenze, si isolano anche da tutto ciò che le circonda.
Una persona che cammina da sola, d'altra parte, deve badare a dove mette i piedi, non può lasciarsi andare con fiducia ai passi di un altro, deve stare attenta. Così, in fondo, non ha occhi che per il suo stesso passo.
Una persona sola è sempre in sé, per quanto sembri immersa nel mondo.
Fa eccezione, in effetti, qualcuno di quelli che amiamo definire matti: quei tipi che se ne vanno in giro stralunati, talvolta conciati in maniera che a noi appare bizzarra, e guardano tutto e vedono anche quello che non si vede, eppure a noi sembra che non vedano nulla. Per quanto tuttavia (non so se l'avete notato) in giro ce n'è sempre meno, perché quel tipo è stato sostituito dal folle a norma di legge, in marsina e ghette firmate, quello dall'occhio non più febbricitante ma opaco, quello che non c'è per nessuno che non sia il suo telefonino, il quale ad ogni squillo lo fa resuscitare da un coma apparentemente irreversibile. A noi, così, sembra che questo poveruomo veda tutto e in realtà non vede neppure quel che tutti vedono, o dovrebbero vedere: l'odiosa bruttezza d'ogni suo gesto, anche di quello insignificante con cui prende il caffè oppure mette una firma.

Di tre persone che camminano insieme, invece, succede spesso che una (non necessariamente sempre la medesima perché il gioco degli occhi è mutevole e la conversazione si posa come un'ape ora sull'una ora sull'altra) segua per inerzia le altre due senza preoccuparsi dei suoi passi. Perché può abbandonarsi con fiducia ai loro, e lo fa. Allora accade che si guardi intorno. Con naturalezza, come se non avesse altro da fare. Guardate, vi prego, la donna a sinistra, e guardatela adesso, prima che giri l'angolo e non si veda più: avrà più o meno trent'anni, i capelli lunghi, gli occhi di un colore autunnale (caldo e selvatico appena ambrato) bella quanto può esserlo una donna che non si sa perché sorrida e che anche se sorride non sembra mai che abbia un motivo vero per farlo. Bella, ancora, quanto può esserlo una donna che sorride così e cammina quasi soprappensiero, inclinando leggermente il volto per guardare tutto il mondo che scorre alla sua destra (e può esserlo, credetemi, tantissimo).

Si ferma un attimo di fronte ad una vetrina.
Le altre due, che parlano, la staccano di tre passi. Poi si fermano anche loro.
È strano, sembrava non si fossero accorte di nulla, parlavano fitto, tra loro, e tuttavia tornano sui propri passi.
Adesso la donna dagli occhi ambrati indica un oggetto esposto in vetrina. Le altre ridono e continuano a parlare, una delle due la prende per un braccio e quasi la trascina via. Hanno fretta? Non lo so, ma forse no, forse stanno solo danzando. Lei riprende a camminare, ma continua, per un poco, a guardare verso la vetrina, poi il suo sguardo si leva e, di nuovo, comincia a volare su altre cose: una finestra, il piede di un passante, la multa sopra il parabrezza, il fischietto della vigilessa, il sorriso di un cialtrone stampato sopra il manifesto.
Che a catturarlo per un attimo sia stata una banale vetrina non è, dunque, essenziale, ciò che è essenziale è che quello sguardo si muova e continui a danzare tra le cose.
Perché le cose, e la città, vivono di sguardi come quello.
Vivono di uno sguardo che chiamerò "terzo".
Non primo com'è lo sguardo di chi afferra e conduce in sé ogni cosa.
Non secondo com'è lo sguardo di chi interpreta e si spegne nell'oscurità di un altro io.
Terzo.
Sguardo che, semplicemente, lascia affiorare ciò che sfiora. Sguardo che non copre ciò che accade in strada, nei vicoli, nei cortili, sotto i portici e nelle piazze, con la cappa di piombo della "comprensione". Non afferra e non violenta, che non pretende il possesso. Sguardo che si posa, accarezza e, alla fine, se ne vola via da qualche altra parte. E che tuttavia non è solo una gettata d'occhi.

Ma è proprio questa assorta superficialità che, infine, lascia affiorare la figura della città autentica, che prende forma e appare proprio (e solo) in questo sguardo lieve.
Gli architetti se ne dolgono spesso, lamentandosi della scarsa consapevolezza e della poca attenzione che generalmente si pone all'architettura, all'urbanistica, al gioco magnifico dei volumi sotto la luce... e, a mio avviso, sbagliano clamorosamente.
La bellezza dello sguardo terzo consiste in questo suo esserci non essendoci, in quest'esistenza che non si afferma ma che lascia emergere l'esistenza d'altri.
Io credo che occorra essere grati a questa donna e al suo sguardo.
Io le sono grato. Non perché sia bella, questo, in fondo, è secondario. E le sarei grato anche a prescindere dalla sua gentilezza, qualora fosse gentile e nonostante la sua crudeltà, qualora fosse crudele. Perché è grazie a questo sguardo terzo che le città che gli architetti costruiscono, in realtà, cominciano a vivere e ad esistere, perché è da quello sguardo che ogni cosa acquista la sua luce.
E anche se quella luce è effimera noi architetti dovremmo rassegnarci ed accettarla, così come si accetta la vita. Come un dono.

Gli architetti, però, sembrano avere dimenticato tutto questo.
S'immaginano così un'architettura che impone la sua presenza a ognuno perché di quel singolo sguardo, in realtà, hanno paura. Mentre, al contrario, sempre, da millenni, l'architettura è stata in grado di accoglierlo, quello sguardo, con gratitudine e affetto e di lasciarlo, poi, volare via come una farfalla.
Lo ha sempre accolto, l'architettura, perché sapeva, un tempo, che esso non gli appartiene e non può appartenergli, come non gli appartiene e non può appartenergli lo stormo che muovendosi regala ai tetti il loro respiro, come non gli appartengono né possono appartenergli i passi del bambino che si sofferma per un momento ad allacciarsi le scarpe.
La pretesa di imprigionare quello sguardo dentro la corazza della consapevolezza, di tarpargli le ali e ficcarlo nella gabbia dorata dello stupore idiota, questa è la peggiore delle violenze.
Violenza che l'architetto pratica oramai con un cinismo che rasenta la criminalità.

E purtroppo è proprio questa violenza che sta uccidendo l'architettura sotto i nostri occhi miopi e appannati. Occhi offuscati e stupidi, occhi di architetti imbambolati nel loro egocentrismo, ipnotizzati dalla loro immagine allo specchio e incapaci di guardare altrove, di guardarsi intorno.
La grazia dello sguardo terzo è la stessa che lascia vivere l'architettura ed è la grazia stessa della lontananza, quello sguardo, infatti, non ne conosce altre, e già a chiamarlo ci si perde. Così bisogna lasciarlo: tra la veglia e il sonno, in quella condizione aurorale, di fascinoso incantamento, in cui devono trovarsi gli angeli; qualora mai agli angeli capitasse di trovarsi e, a noi, di trovar loro.


Ugo Rosa
u.rosa@awn.it
[27nov2004]

la sezione Lanterna Magica
curata da Ugo Rosa


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