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Lanterna Magica

Del quasi nulla




Robert Doisneau, Parigi 1950.



Se ricordi chi sei non sei nessuno:
ti serve dunque praticar l'oblio
e comprendere quanto sia opportuno
dimenticare, dell'essere, il brusio.
Spegni la Storia, cedi all'avventura
di smettere, d'un colpo e senza appello,
l'abito liso dell'Architettura,
questo tuo miserabile fardello.
Tieni soltanto il poco che rimane
quando abolisci il bell'Edificare,
quello che peschi in fondo al tascapane
che nessuno si sogna di mostrare.
Non fiatare, non muoverti d'un passo…
non ci sono città né Architettura…
c'è solo questa scarpa, c'è quel sasso,
tra l'una e l'altro devi aver paura,
saltar di gioia o morire d'amore.
Il tuo mare ed il cielo stanno lì.
I chilometri lascia al viaggiatore
Tu diminuisci e fatti colibrì.

Cornelius Lathbury



Ho attraversato, come tutti, un cortile. Ho camminato, come tutti, al fianco di una donna o di un amico senza badare a dove mettevo i piedi. Mi sono fermato, come tutti, a frugarmi nelle tasche perché, come tutti, dimentico e ricordo. Sono, come tutti, salito sopra un'auto e andato via senza pensare che quella sarebbe stata l'ultima volta che avrei visto una certa finestra, una tenda, l'angolo di un palazzo, l'insegna di un negozio. Mi sono svegliato, come tutti, in un posto che non era il mio ed ho sentito abbaiare un cane da qualche parte. Poi, come tutti, mi sono riaddormentato perché era ancora notte. E a quella notte non ho più pensato. Né a quel letto.

Come tutti sono stato in posti da non ricordare e non dimenticare: posti che ti sfiorano solamente e lo fanno senza che te ne accorgi. Posti che, se ci pensi, sembrano svanire in una specie di attenuato viraggio che sfoca progressivamente in opalescente lontananza. E se non ci pensi, invece, sono lì, ma non lo puoi sapere.
Quanti vicoli abbiamo percorso e quante scale, quante porte abbiamo aperto e chiuso, quante finestre. Ma di certe strade non sappiamo più nulla. Ho visto una porta verde, una volta, ed una donna chinata davanti ad un braciere, ed era febbraio. Dov'è stata per tutto questo tempo. Ma se provo a definirla, adesso, non ne scorgo più i contorni. C'era. C'è, io credo. In un pomeriggio livido, e in un profumo di bucce d'arancia che bruciano. Ma il suo posto qual è?
Questa costellazione di luci che brillano appena, questi fruscii sommessi, questo tocco di seta. Tutto questo sfiorarci e passarci accanto senza che noi si sappia, si senta, si veda.
Questo ritornare, poi, come sospeso sopra la nuvola del tempo.

È materia tutto questo? Lo è stata? È stata pietra e legno? Era un selciato? Era un muro intonacato? Erano case? Erano cose che abbiamo toccato, cose che ci hanno accarezzato e che ci si sono donate... e perché, allora, tutta questa tristezza? Perché questo senso di perdita ad ogni piccola luce lontana di cui non sai nulla e nulla potrai mai sapere se non che qualcuno l'ha accesa.
Della città sappiamo i porti e gli ancoraggi. Ascoltiamo, quando va bene, quello che vuole dirci, ciò che ci concede di ascoltare, la sua declamazione, la sua conversazione e, talvolta, perfino i suoi silenzi (se vuole farceli sentire). Ma ci sono anche luoghi in cui essa si dimentica di sé e sembra perdersi. Balconi in cui qualcuno va a fumare una sigaretta, minuscoli cortili, misteriosamente silenziosi, sul retro di alti caseggiati dove un'aiuola spelacchiata ospita un abete o una palma, finestre affacciate su un vicolo da cui non passa mai nessuno. Non sembrano avere alcuna relazione tra loro né con il resto della città, irraggiungibili per il passante e per il turista, non toccati dalla frenesia giornaliera che rimbalza tra il bar e l'edicola per intasare poi i parcheggi e gli uffici. Strane gore perdute tra le rapide, dove l'acqua è così immobile che puoi specchiarti. Qui la vita urbana sembra, paradossalmente, allontanarsi da se stessa pur concentrandosi in un'intimità silenziosa e assorta come chi, ad un passo dal sonno, attraversa quelle soglie concentriche che sembrano condurlo più vicino a se stesso e, nello stesso tempo, lontanissimo, dove non può più raggiungersi. In questi anfratti la città si rintana e sembra in dormiveglia. C'è un bambino che batte con qualcosa sopra una ringhiera, c'è una donna che stende la biancheria e ne saluta un'altra affacciata al balcone di sotto, c'è qualcuno che tossisce e c'è una radio accesa. Questi suoni non si mescolano tra loro e di ognuno puoi distinguere, nettissimo, il contorno e il colore. Eppure li percepisci ovattati, come se arrivassero da un punto indefinibile del tempo e dello spazio.

L'essere, in questi posti, sembra addensarsi e svanire nello stesso tempo. Riflesso di vernice su una panca, l'alluminio dell'infisso, canzone, rumore di tacchi sull'asfalto e cos'altro?
Mentre a due passi la città si agita freneticamente, come in preda alle convulsioni.
In queste gore non dimenticate, e neppure ricordate, non frequentate, ma neanche abbandonate non si penetra se non surrettiziamente e all'insaputa perfino di se stessi. L'esperienza dell'abitare ci sfiora lì nell'unico modo possibile: inconsistente e spessa come nebbia, perentoria ma impalpabile come il vento. Che se ne può fare, uno, di questo muto affacciarsi ad una finestra, di questi passi che si perdono e ritornano, di questo strusciare di sedie, di questo tintinnare di stoviglie? Che se ne può fare un architetto?

Ugo Rosa
u.rosa@awn.it
 
[10apr2005]

la sezione Lanterna Magica
curata da Ugo Rosa


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