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Lanterna Magica

Arte dei giardini: fedeli alla linea




Piante aromatiche
(Chanson nostalgique)

Fu l'ancora del tempo, il rosmarino:
ci s'aggrappava all'orlo del maglione
quando, nella penombra dell'androne,
ci fermavamo ad accendere un cerino.

Una luna sul mare, la lavanda.
Fu l'avventura in fondo ad un cassetto
che ci decise per il fazzoletto
o dirottò la mano alla mutanda.

L'origano. Sole di mezzogiorno
che rattrappiva il rosso pomodoro
cantando svelto, stonato ma sonoro
(e quasi sempre l'aspettava il forno).

Basilico, dal nome principesco,
ci recitò la fiaba dei balconi;
dalle altane cantò le sue canzoni
con un sorriso furbo e canagliesco.

L'alloro, dottorale ed occhialuto,
noioso, e tuttavia benefattore,
contro l'artista fu di grande aiuto
laureandolo in fretta professore.

Ora, ammucchiate in una rotatoria,
neppure il cane le annusa per pisciarci.
L'hanno chiamato "Parco della Storia"
e, di questo, dovremmo rallegrarci?

Cornelius Lathbury



"Il segreto per fare risaltare il paesaggio di un giardino sta nel tracciarne i contorni... nei tempi antichi, la costruzione dei giardini iniziava dalle architetture... era di regola costruire prima la raffinata sala principale e in seguito disporre le rocce e gli alberi... tradizionalmente, le architetture venivano considerate la parte principale del giardino, mentre gli alberi e le rocce ne formavano la parte ausiliaria..."
Chen Congzhou



Giorni fa, in un laboratorio di progettazione nel corso del quale si parlava del parco "e" del giardino come di cose essenzialmente diverse, invitai chi faceva tale distinzione a definire sinteticamente e con precisione l'uno e l'altro. Nessuna risposta. Ma alla mia affermazione che, in assenza di definizioni che ne delineassero le differenze essenziali mi sarei attenuto alla semplice considerazione che non esistono parchi ma solo giardini, fui immediatamente redarguito con la scandalizzata accusa di "stare dicendo eresie".

Capita. Ci sono pure abituato.
Lo scandalo però, in questo caso, mi sorprese un poco.
Affermando che il parco in fondo non è altro che un giardino io immaginavo, infatti, di dire una banalità. Però le banalità oggi sono diventate, evidentemente, scandalose. Anzi ho addirittura l'impressione che in questo vortice elettrificante di affermazioni sorprendenti, nuove, originali e, praticamente, geniali nulla, oramai, scandalizza più delle banalità. Per questo credo che dovremmo forse ricominciare a maneggiare le povere banalità affettuosamente e con più rispetto, lasciandoci guidare, in questo, da Umberto Saba: "Amai trite parole che non uno osava / m'incantò la rima fiore-amore, / la più antica, difficile del mondo...".
Ora, se parliamo di giardini, a me pare che l'essenziale consista nel definire (tracciando una linea, non importa se fisica o puramente ideale) una porzione di universo e nel decidere che quello sarà un paradiso. E mi pare, ancora, che proprio questo stia all'origine di ogni architettura.

Si traccia un confine e si decide che tutto quello che rimane al suo interno dovrà attenersi alla banalissima triade vitruviana ed essere "utile, solido e bello", quello che ne sta fuori, invece, non sarà tenuto ad esserlo: non, comunque, per nostra decisione.
All'origine delle architetture c'è il Paradeisos, luogo della separazione. L'architetto è proprio colui che definisce il paradiso. Dentro quel confine, però, tutto sarà artefatto, perché nulla che sia puramente naturale si attiene alla triade. La natura, infatti, non è solida, né utile né bella se non per puro caso; in genere è terrificante (perciò sostengo che le "naturalistiche" architetture iperattuali imitanti flussi, vapori, nuvole e miasmi sono assai più scenografiche di quelle Piacentiniane: esse mettono, letteralmente, in scena la più inautentica di tutte le finzioni, quella che si pretende natura).

Creare un giardino è un atto di violenza estrema.
Niente meno che uno stupro.
Costruire un giardino è razziare: la natura (puttana?) è afferrata per i capelli, trascinata dentro un recinto e stuprata. Non una volta sola, ma in modo continuo e regolare, fino a perdere del tutto la sua identità originaria. Per paradosso, inoltre, la vittima è indotta con la forza a recitare proprio il ruolo della "natura", ad assumere, per pura finzione, quella parte che non è in alcun modo più libera di "essere". Del tutto artificializzata, è indotta con ogni mezzo di coercizione (forbici, cesoie, picconi, rastrelli, filo spinato, veleni ecc.) a rappresentarsi, scenograficamente, proprio come natura. È esattamente quello che succede nell'ambito dello sfruttamento della prostituzione e non è diverso, d'altronde, da ciò che deve essere accaduto a molte donne, forse con minore brutalità ma con modalità non meno coercitive, negli harem. Stuprate continuativamente e costrette nondimeno a "rappresentarsi" come femmine e, per di più, nello splendore della loro femminilità più seducente. Neppure la miserabile libertà di assumere l'aspetto orribile delle violentate.

In effetti il giardino è un harem.
Al-haram: ciò che è sacro e proibito.
Solo che è proprio la natura che non vi ha accesso.
Il giardino è il luogo proibito alla natura, quel recinto in cui l'uomo tiene in schiavitù una natura ridotta a feticcio, a maschera che "rappresenta" se stessa. Nel giardino trova luogo il dominio assoluto dell'uomo, esso è la scena della sua totale (ma sempre solo presunta) vittoria sulla natura.
Ciò, naturalmente, prescinde dalle sue dimensioni e caratteristiche. Si tratti di un giardino in vasca oppure del parco di Yellowstone, la sostanza non cambia. Il giardino rimane, sempre, paradeisos ed harem: luogo separato e proibito. In ogni caso si è deciso un recinto ed istituito un sistema coercitivo.
Del resto il giardino dell'eden funzionava così. L'architetto che lo decise sottomise alle sue regole l'ospite il quale, violandole, fu espulso nella natura e ne subì il destino di morte e di dolore.
Nulla di più lontano da una fusione con la natura. Si tratta semmai, e al contrario, proprio di una "separazione" totale dalla natura.

Se la mistica terra di Hurqalya, quel mundus imaginalis di cui ci ha splendidamente raccontato Corbin, è un barzakh, un limite, uno schermo, un intermondo, essa dovrà pur essere un giardino!
Perché qui la natura non può "aver luogo", se è vero che vi si ribalta il dato naturale, se è vero che vi "si spiritualizzano i corpi e si corporizzano gli spiriti".
Terra mistica, certo: cos'altro indica myein se non proprio chiusura e separazione?
Proprio come orto e giardino: da ghar- e orh-, che è cingere. Proprio come, di conseguenza (ma solo in seconda istanza) parco: da parcere che è impedire l'accesso, risparmiare, cioè, appunto, tenere in serbo, chiuso e protetto.

Niente a che vedere, insomma, con le effusioni sentimentali di cui pullula il catalogo new age.
Si dà il caso che questa separazione (e la linea che la attua) sia la spina dorsale dell'occidente.
Ciò che ci ha fatti quello che siamo, nel bene e nel male.
La linea che separa e contorna, in altre parole, è la civiltà occidentale.
Apollo che tiene a distanza il centauro nel frontone occidentale del tempio di Zeus a Olimpia traccia una linea e segna una distanza. La linea è quella stessa che Oswald Spengler, nel "Tramonto dell'occidente" definisce la linea d'orizzonte della nostra civiltà. La distanza è presa per sempre dal centauro, creatura metà uomo e metà cavallo, essere indiviso. Nei secoli successivi, che videro Roma ricevere il testimone da Atene, quella linea corre ancora, rigorosa e continua: leggo in Gibbon che il dio Termine, protettore dei confini, fu l'unica tra le antiche divinità romane a prendere posto accanto ai nuovi dei venuti dalla Grecia...
Ma, ancora, nella Genesi è proprio la linea che decide, contorna e separa.
Il gesto d'inizio è un gesto di separazione: in principio Dio crea (dividendo l'uno dall'altra) il cielo e la terra. Poi dice "Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque" (Genesi 1:6).
Infine definisce un giardino (oggi, coerentemente, il professore lo definirebbe piuttosto un "parco"...) e, all'interno di questo giardino, pone un'altra linea invisibile che separa un albero da ogni altro e lo rende inaccostabile: un giardino dentro un giardino.

La linea che definisce e separa attraversa poi il Vecchio Testamento per arrivare, rigorosa e diritta, fino ai Vangeli: "Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera" (Matteo, 10:35); "Pensate forse che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione" (Luca, 12:51) e al gesto del giudizio finale, ugualmente definitivo e separante: "E saranno riunite davanti a lui tutte le genti ed egli separerà gli uni dagli altri come il pastore separa le pecore dai capri" (Matteo 25:32).
Ma forse che la storia d'occidente non ebbe inizio con un giardino?
E questo giardino non fu, in sé, una linea, quasi senza spessore: una riga sottile tirata da nord a sud, che si chiamava Egitto? Da un lato e dall'altro deserto, nel mezzo un solco d'acqua, il Nilo.
La stessa arte Egiziana, cui dobbiamo tutto, consiste unicamente in quella linea che contorna e divide.
La cultura e l'arte dell'occidente hanno origine in questa tensione lineare, in questa pulsione a rigorosamente definire, a contornare. Separare, dividere, contornare è, per noi, pensare.
Una decisione dolorosa, tutt'altro che facile, tutt'altro che banale.
Forse non riusciamo più a farla nostra, non riusciamo più a guardare negli occhi la bestia che, certo, ci ha allattati ma da cui pure, tuttavia, è nostro destino, sempre, prendere ragionevole distanza.
Non riuscendo più a guardarla negli occhi, non riuscendo più a tracciare quella linea, credendo di salvarcene, potremmo però esserne annientati.
È così che mi spiego quella stramba reazione alle mie banalità sul giardino.

Nella neolingua che dal cespite della burocrazia, della politica e del giornalismo si protende follemente in ogni direzione, il giardino si dissolve in parole prive di sostanza e perfino di significato.
Come il negro (che ovviamente resta tale quando, dati alla mano, andiamo a verificare lo stato effettivo della sua emancipazione su scala planetaria) diventa nei convegni progressisti un "coloured" e la bagascia (che, pure, allo stato attuale, è messa anche peggio della vecchia baldracca che tolse la verginità ai nostri nonni) si trasforma in una professionale "operatrice del sesso", così il giardino (parola che, pure, non sembra avere mai assunto, tradizionalmente, tonalità spregiative...) ha oramai, correntemente assunto il grazioso travestimento che lo rende "verde attrezzato".
Idiotismi che assolvono allegramente l'intelligenza dal compito di provarsi a scorgere quel piccolo nucleo luminoso e segreto che sempre brilla dentro le cose.
Il medesimo, irridente, cinismo che fa definire lo zoppo, il cieco, il sordo e il mentecatto come "diversamente abili" consegnandoli in tutù al rosa confetto di un balletto in costume ed immergendoci tutti nel lavacro di melassa della buona coscienza.

Dal momento che il bambino che ogni mattina si trascina penosamente lungo il corridoio della scuola di mio figlio e si aggrappa spasmodicamente a se stesso per alzare la sua stessa mano è appena "diversamente abile" noi siamo esentati dal guardare in fondo agli occhi l'atrocità e il cinismo della natura, la sua glaciale indifferenza al dolore. Possiamo continuare a bearci al canto dei passeri e digerire, insomma, la fortuna che abbiamo avuto nel non essere, noi e i nostri figli, "diversamente" abili come lui.
La natura però sa benissimo essere puttana anche senza neppure reclamare le tariffe minime previste dal sindacato ufficiale delle operatrici sessuali.
Ciò che oramai amiamo definire "parco (urbano, extra-urbano ecc.)" o che indichiamo con circonlocuzioni ancora più insulse (verde attrezzato) è nella sostanza un giardino con le mutande: un giardino in cui l'ineliminabile, tesissimo, conflitto che segna il rapporto dell'uomo con la natura è mediato discorsivamente e trasferito alla repressione poliziesca, silenziosa e inapparente, esercitata dietro il paravento della chiacchiera "culturalmente adeguata".
Io credo che prima o poi pagheremo questo genere di ottuse ipocrisie. Anzi, che le stiamo già pagando.

La natura dell'uomo è di essere in conflitto con la natura. Non c'è altro modo d'essere uomini. Accettare questo è forse il primo passo per rendere ragionevole tale, inevitabile, conflitto. Ragionevole e, perciò, umanamente gestibile. Imbrattarlo con tinte pastello è il modo per perderlo di vista e perderci di vista.

Se non saremo più capaci di tracciare contorni, linee, separazioni, se non continueremo a tenere almeno un braccio di distanza dal centauro, sarà la nostra stessa definizione, temo, ad andar persa.

Ugo Rosa
u.rosa@awn.it 
[26mar2006]

la sezione Lanterna Magica
curata da Ugo Rosa


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