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Lanterna Magica

It could be worse...
Nota sul tempo e la bellezza







"I've looked at love from both sides now
From give and take, and still somehow
it's love's illusions I recall
I really don't know love at all..."
Joni Mitchell



Non parlo certo di ieri. L'Inghilterra, a quel tempo, la vedevamo in fuga prospettica attraverso Carnaby Street, le tappezzerie di Laura Ashley e le minigonne di Mary Quant. Ma in un periodo in cui perfino Schoenberg era considerato passé io ho imparato a portare il dovuto rispetto a Delius ed Elgar e ad ammirarne il talento (com'era giusto e come solo uno sciocco snobismo, qui da noi, ha impedito per anni). I Beatles, poi, li ho visti come prodotto composito e spontaneo di una cultura secolare: inconcepibili senza Beardsley, Lewis Carroll, James Matthew Barry, Kipling e Gilbert & Sullivan e anche senza Tolkien, C.S. Lewis, Woodhouse e Bertrand Russel.

La loro Liverpool, in fondo, non l'ho mai immaginata molto dissimile dalla Londra di Dickens, di Chesterton e di Conan Doyle: nebbia, fumo e ovatta impregnata di carbone.
Da Baker street a Soho c'era un universo opalescente, un mondo in toni di grigio, silenzioso e civile ma capace di ospitare incantevoli aporie: Jack the Ripper e Florence Nightingale, Mr. Hide e John Henry Newman. Un Paese che ospita da secoli, con anticonformismo sommesso, talvolta irridente, più spesso irriso, ma comunque irriducibile, quella piccola cosa (mai tanto rara e preziosa come ai giorni nostri) che si chiama "intelligenza" e che in Italia non ha corso perchè non si manifesta, mai, se non nel gesto di ritrarsi, perfino da se stessa.

L'impressionante diversità di questi luoghi da quelli, assolati e brutali, nei quali fortuitamente sono nato e vivo mi teneva in una sorta di costante imprecisione esistenziale. Era come se non mi trovassi al mio posto. Ciò accade, suppongo, a molti ragazzi, e spesso li spinge ad immaginare d'essere vocati a cambiar aria (allora si fanno mozzi, partono militari, scappano da casa, scrivono penose e sgrammaticate lettere d'addio o, più spesso, orribili poesie) ma nel mio caso questa sensazione non fu disgiunta dalla stramba persuasione che, per quanto potessi essere fuori posto qui, non sarei, probabilmente, stato a posto neanche altrove. Perciò rimasi e mi risparmiai la redazione di quello spaventoso bildungsroman che molti altri, più volenterosi e meno schizzinosi, compilarono al mio posto traendone vantaggi mica da ridere (in primis quattrini).

Adesso che l'Inghilterra è ridotta a terra di concime per le fioriture bibliografiche di Beppe Severgnini, certo, mi viene da piangere. Devo anche convenire, per onestà, che negli ultimi decenni, questa notevole nazione, ci ha messo del suo: ci ha messo Lady Diana e la Thatcher, ci ha messo Tony Blair e le Spice Girls, per non parlare dei Duran Duran, di Paul Mc Cartney, la cui faccia mi piace sempre meno, e del missile urbano di Sir Norman Foster il quale, lasciatemelo dire, con quella supposta l'ha messa in culo a un'epoca intera, per puro accanimento terapeutico.

L'altra sera ho visto un film che s'intitola Love actually un film, per l'appunto, inglese.
Un film di un paio d'anni fa.
Sentimentale e caramelloso diranno gli intenditori.
Può darsi, dico io. Ma, intanto, in questo film c'era Emma Thompson e, davanti a lei, le mie capacità critiche vengono meno.
Poi, per di più, il personaggio che lei interpreta in quel film condivide con me un amore assolutamente privo di dignità e di senso della misura per una musicista e, in particolare, per una sua canzone. La musicista si chiama Joni Mitchell e la canzone Both sides now.
Perciò, se permettete, me ne infischierei del critico che ponza e del suo nasino all'insù.
Ora, nel film accade questo.
Emma Thompson (il personaggio che lei interpreta, voglio dire... per quanto queste distinzioni non riguardano il cinema: qui Katherine Hepburne è Katherine Hepburne, Fred Astaire è Fred Astaire e Anna Magnani, Anna Magnani) riceve, la notte di Natale, un piccolo regalo da suo marito: è sicura che si tratti di una collana, perché ha visto, per caso, il pacchetto e, incuriosita, l'ha aperto all'insaputa di lui. Adesso, sotto l'albero e insieme ai bambini, prende la piccola scatola, la apre e non ci trova dentro la sua collana ma un cd: Both sides now, di Joni Mitchell. La collana che aveva visto il giorno precedente non era dunque destinata a lei, evidentemente era per un'altra donna.

Ora, il coup de genie di Richard Curtis (il regista del film) è, secondo me, degno di Truffaut: alla faccia di quei cinefili che, se il film non rompe le palle per più di un'ora, non ne prendono in considerazione neppure sei secondi.
Noi sappiamo che la donna adora la musica di Joni Mitchell perché il marito, all'inizio del film, l'ha anche presa in giro per questo. Sappiamo bene che quel regalo poteva essere un dono amabile e che, normalmente, l'avrebbe forse perfino commossa.
La musica che ami in dono, a Natale, dalla persona che ami.
Lei, infatti, ringrazia il marito, lo abbraccia e poi, con una scusa, se ne va nella sua camera, si chiude dentro, e, accanto al letto, si mette a piangere.
Ciò che ascoltiamo, mentre lei piange, è proprio Both sides now: ma l'ultima versione, quella del disco che le è stato appena donato e che è completamente diversa dall'originale, inciso molto tempo prima, nel 1969.

Ed è questo il colpo di genio di Richard Curtis. Con una sola mossa, in una inquadratura, ci mostra questa donna che piange e ci lascia ascoltare, senza dirlo, il perché di quel pianto. Che non è solo l'eventuale, banale, adulterio di un marito. È, invece, l'ombra del tempo e la sua carezza struggente.
A più di trent'anni di distanza, la canzone è cambiata, com'è cambiata lei e come siamo cambiati anche noi che adesso stiamo vedendo il film. Se conoscete la canzone, se l'amate e se, per inciso, siete anche innamorati di Emma Thompson tutto questo non rimane senza conseguenze.
Ciò che v'invito a misurare (se non le conoscete vi prego di ascoltare ambedue le versioni del brano, in successione... e giacché ci siete, se v'interessa assistere all'epifania della forma-canzone nel suo puro splendore di zaffiro, sempre da Both sides now, ascoltate quello che Joni Mitchell fa con At last...) è proprio questa distanza e quel cambiamento.

L'ultima versione di Both sides now è sontuosa: non credo vi sia un altro aggettivo che le si adatti meglio.
Era, una volta, un cucciolo agile e sfrontato.
Guardatela adesso.
La voce della donna che canta oggi, le si accosta come se scivolasse sul velluto. È una voce che gli anni hanno imbrunito e che non sembra neppure essere lì per cantare una canzone.
Non un'ombra di declamazione: la pura negazione del canto impostato.
Anzi, siamo precisi, non è la negazione di niente.
È solo com'è.
Per cantare così devi passare dall'altra parte del canto, come faceva qualche volta, alla fine della sua vita, Billie Holiday e come solo a pochi altri è riuscito, di tanto in tanto.
Una voce che lo sfiora appena, il canto, come per caso.
Sembra corrucciata al principio, quando gli archi tessono l'ordito sul quale dopo qualche battuta splenderà la trama degli ottoni e, verso la fine, come un sottile filo dorato che quasi non si vede, s'intrecceranno le brevissime note di un assolo del sax contralto.

[25mar2007]
La bellezza delle due donne che ci regalano questa minuscola scheggia di cinema (una ha quasi cinquant'anni e l'altra ne ha più di sessanta) non è resa minore dal tempo che, anzi, la decide e l'attesta al di là d'ogni ragionevole dubbio.
La bellezza della donna che piange, intrecciata alla bellezza della voce che ascoltiamo e delle parole che questa voce disegna sopra la musica come su un vetro appannato.
Tutto questo diventa cinema. Non dura molto. Non ricordo però nessun film che sia cinema per più di qualche secondo. Il resto è sempre e solo lavoro di taglio e di cucito e se pretendi (come certi acclamatissimi registi di terzo e quarto ordine) di tenere la nota per tre quarti d'ora, allora sei finito ancora prima di cominciare.
Non so se di questo film, tra vent'anni, si ricorderà qualcuno. Forse no, forse non verrà neppure citato nelle Storie del Cinema.
Io però mi ricorderò di quei pochi fotogrammi. E anche se la cosa non interessa nessuno, ciò non la rende meno curiosa.
Insomma, non è strano tutto questo?
Sì che lo è. Ma dato che il tempo s'infrange giorno dopo giorno sulla nostra esistenza e la spiaggia si assottiglia, dato che non ci abbandona mai e dato che solo questo tempo abbiamo, né più e né meno (ma lo abbiamo con certezza, almeno finché lo abbiamo)... a me piacerebbe poter dire a quelle due donne che questa bellezza il tempo neppure la sfiora e che, anzi, se ne fa complice.
E mi piacerebbe anche che loro mi rispondessero, ridendo, dopo essersi guardate un attimo negli occhi, quello che ripetono sempre i vecchi irlandesi:
"... really... after all, it could be worse...": davvero... dopotutto, poteva andar peggio.


Ugo Rosa
u.rosa@awn.it

la sezione Lanterna Magica
curata da Ugo Rosa


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