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Lanterna Magica

Esprimersi al meglio





"I didn't come to architecture in a conventional way, and I'm not a conventional architect"
Daniel Libeskind

L'altro giorno ricevo una telefonata:
"Buongiorno, rappresento una società di sondaggi: lei è stato selezionato come esemplare tipico di "uomo qualunque" vuole rispondere al questionario che le sottoporremo?"
"Diamine! -faccio io– ma con chi crede di parlare? Io non sono per niente un tipico uomo qualunque. Sono un uomo non convenzionale che pensa in modo non convenzionale!"
Un attimo di silenzio, come se la signorina, dall'altra parte, stesse scartabellando, poi la risposta: "Complimenti! Questa in realtà era la prima domanda del questionario e la sua risulta essere la tipica risposta del tipico uomo qualunque... possiamo procedere?"
Sam Walker



Di tante e mirabili cose il buon Dio ha voluto gratificare la nostra epoca ed una di queste è la presenza di geni dell'architettura in una quantità impensabile per quelle che l'hanno preceduta.
Nel corso degli ultimi dieci anni abbiamo avuto più architetti geniali di quanti l'umanità possa vantarne a partire dall'antico Egitto e decisamente più di quanti possa sopportarne senza estinguersi per cretinismo di ritorno.

Oggi mi accade di leggere una bella intervista ad uno che, tra i geni, si distingue per genialità (New York Magazine): il meraviglioso, sorridente, iperdentato Daniel Libeskind. Questo tipo d'intervista si qualifica, in genere, per l'allegria con cui è condotto. Sembra sempre che intervistati ed intervistatori se la spassino. Va tutto a gonfie vele e quando non si ride si sorride, mai a nessuno girano i coglioni, tutti sanno sempre da dove vengono e dove vogliono arrivare. Si parla d'ogni cosa, ma si sa benissimo quello che conta davvero, e quello che conta, per gli uni come per gli altri, è vendere: giornali o architettura non fa differenza, sempre mercato è. Anche quest'articolo si presenta allegramente: "You remember Daniel Libeskind: the architect with the perpetual smile" ed è da queste altezze che l'intervistatore si lascia cadere come nel parapendio: "Libeskind's buildings are never just buildings; they are metaphors." Meglio di così non si poteva dirlo e, che se ne sia accorto pure lui, depone proprio a favore dell'efficienza metaforica di quelle cose che, pure, non si ha parola per definire meglio che "building".

L'uomo che ride rilancia immediatamente: "I'm not an architect who's into architecture".
Into architecture, infatti, lui ci ha già trovato celebrità e milioni, ("Studio Daniel Libeskind employs 120 staffers in New York, Zurich, and Milan and has 45 projects on the boards" scrive l'intervistatore, mentre la mano corre alla calcolatrice e la mente alle meravigliose possibilità di triangolazioni sui conti offshore) dunque tanto vale passare ad altro e bussare a quattrini "into literature" (vuoi vedere che ci scappa un altro yacht per la West Coast?). Per arrivarci il Genio s'incammina attraverso la finanza "...there's an intelligence about money, because it's very concrete. It's not abstract or theoretical" mentre la moglie (che invece è liberal e voterà di certo, in nome del femminismo, per un'altra moglie: quella di Bill Clinton) sorride incantata e sussurra: "Libeskind, you're my favorite capitalist" poi, con grazia, "she offers him a noodle dish to try". È dopo avere assaggiato le tagliatelle che quest'esilarato apologeta della carta moneta e del libero mercato è veramente pronto ad una sortita nel campo dell'analisi letteraria dove esordisce con una rivelazione che, se Nabokov non fosse, per sua fortuna, già defunto, lo farebbe tramortire: "A writer's not interested in writing, he just wants to tell a story."
Avevamo bisogno di sentirlo dire: Joyce, Proust, Pessoa, Robert Walser e, con loro, secoli di storia della letteratura vengono, in quattordici parole e una virgola, passati al setaccio e liquidati. Qualcuno doveva pur fare pulizia e non poteva essere che un Genio.
È solo una stupidaggine, mi ha detto un ottimista.

Ma che le quattordici parole e la virgola configurino una stupidaggine che, oramai, neppure Corrado Guzzanti nei panni del liceale rimminchionito potrebbe pronunciare senza spaventarsi, non ha nessun'importanza: né per lo Stregatto, né per l'intervistatore, e neppure per le caterve di critici d'architettura che, ammirati, si passano la voce.
Perciò si tratta di una di quelle stupidaggini che sembrano indolore ma che, alla fine, fanno più danni della guerra biologica.
Se qualcuno nutre dubbi su come si fa a pronunciare una scemenza del genere e sopravvivere a se stessi ecco che l'intervistatore li risolve: "He's drawing as he talks, doing both at high speed". La velocità del Nostro è tale da sopravanzare, e di molto, quella del pensiero.
Ma noi che siamo mortali e, perciò, costretti a far funzionare il cervello con i suoi ritmi?
Ma noi lenti a disegnare come a scrivere e ancora più lenti a parlare?

Se una cosa così ce l'avesse detta, tra le tagliatelle e la trippa, il cummenda che vuole la bella villa "come la sa fare lei", avremmo potuto sempre cambiare argomento e metterci a parlare di calcio, qui invece non resta che farsi rigirare il coltello nella piaga: "Architecture is a medium to communicate the beauty of a place, of light and shadows". Purtroppo il Genio, poco prima, stava solo scherzando e l'architettura, in realtà, non è affatto al sicuro dalle sue incursioni: magari è vero che egli non sta "into architecture", però, di certo, si aggira nei paraggi ed è pronto a colpire. Perciò eccolo lì, ancora care of beauty e, a tenergli bordone, the light and the shadows. Perché se è vero che lo Stregatto interpreta se stesso ("black T-shirt, black pants, black jacket, black cowboy boots, and heavy black-framed glasses, a costume so consistent that he can sometimes seem less like the real Daniel Libeskind than like an actor playing the role") è anche vero che gli occhiali alla Elvis Costello non gli impediscono di parlare come Claude Nicolas Ledoux quando s'arrampicava sullo sgabellino alle saline di Chaux per concionare quei piagnoni del terzo stato: che andassero, insomma, a sgobbare senza rompere le palle al re, in nome e per conto del quale egli, L'architecte des ombres, si apprestava a donar loro, ingrati, così tanta Beauté e una architecture parlante.

Luce, ombra, bellezza, luogo (place): di nuovo, per la verità, non c'è nulla fuorché le pretese che, come sempre, sono tantissime. Io non sono certo il tipo da scandalizzarmi per questo: anzi. La cosa mi andrebbe benissimo se non fosse per la prima parte della frase: "Architecture is a medium to comunicate...".
Dunque ombra, luce e bellezza non sono rimesse a se stesse e l'architettura non si accompagna ad esse per ospitarne l'effimero passaggio, né, esse, sfiorano l'architettura con la loro carezza, incantevole perché gratuita e donata. L'architettura monta in cattedra e comincia a "comunicare" al pubblico (pagante, perché, smettiamola con la chiacchiera theoretical, qui ci vuole "concrete intelligence about money"). E a chi si distrae? Bacchettate sulle dita? E, attenzione, non è neppure lei, propriamente, a parlare. Lei apre solo le mandibole a comando, è soltanto "a medium". Qualcun altro, dunque, "comunicate" attraverso questo feticcio.
Apollo?
Jahvè?
Il Fato?
Il Tao?
La Dea Bianca?
No: lo Stregatto li ha fatti fuori tutti. Ora comunica solo lui.

L'enormità di questa rivelazione è tale che dovrebbe fare saltare sulla sedia chiunque fosse dotato di una spina dorsale ancora in efficienza e di un cervelletto in grado di spedirle i suoi impulsi. Invece non accade nulla: è come se nessuno avesse detto niente.
Quest'uomo, fateci caso, si Esprime (ed è già più di quanto sarei disposto a sopportare) ma in più lo fa with architecture!
Comincio dunque a fischiettare ed anch'io divento "a medium": perché altrimenti mi sentirei risuonare nelle orecchie il Ça Ira... (è grave in quest'epoca di moderatismo che s'ingozza in punta di baionetta? Forse rischio l'arresto... anche se perfino la Piaf ne ha cantata una versione e, che io sappia, l'ha fatta franca...).
Ad ogni modo il pensiero corre spontaneamente ad Alfred Hitchcock: "Comunicare? Un messaggio? In tal caso lo darei al postino: mi sembrerebbe più pratico, un film costa troppo, in fin dei conti.".

Non è, intendiamoci, che lui, il Genio, non ci abbia tutte le sue cosine a posto: "I have a repertoire of forms" ci tiene a dire (cosa, del resto, di cui solo un cieco non si accorgerebbe) "but I don't think about them. I think of the meaning of the project" in modo che "in the end, the public will see the symbolism of the site". Perché sia chiaro a tutti: "He arrived on the scene... well equipped to present himself as an architect of meaning".

Dunque il punto sarebbe questo: trasmettere "the meaning", comunicare il messaggio. Ciò che conta, per gli appartenenti alla tribù degli espressivi, è, infatti "esprimersi" ed il presupposto è sempre lo stesso: quello che la loro specie ha da esprimere è fondamentale, straordinario, imprescindibile. Altrimenti basterebbero molto meno che svariate centinaia di milioni di dollari per esprimerlo (visto che dobbiamo pensare "about money" e non perderci in chiacchiere). Il fatto è che quando si tratta di alimentare il proprio ego, la cultura del narcisismo non bada a spese e, del resto, c'è chi paga. Ciò che invece m'interessa notare è come questo spostamento dell'attenzione dalla concretezza irriducibile dell'architettura (questa cosa qui, pietra, legno e ferro, volumi sotto la luce o comunque vogliate definirla) al "significato" che veicola equivalga ancora una volta a trasporre la realtà sul piano della sua rappresentazione.
Quel che conta, in quest'ottica, non è mai questa pietra e quel cristallo ma sempre e soltanto ciò che essi "rappresentano".

È un passaggio che oggi possiede la potenza di fuoco dell'insopportabile retorica sul "virtuale" (per cui "la realtà" è sempre "altrove", non più definibile né identificabile in quanto tale ma solo perché "significa" e "comunica" qualcosa).
Si opera così in senso conforme all'altro passaggio epocale che si è attuato sotto i crismi di quella "cultura del piagnisteo" di cui ha scritto Robert Hughes: dal sostegno alla propria madre (cui del resto, in ospizio, non manca nulla) o al vicino di casa, si passa ai panegirici dolenti nei confronti della "Umanità" e dei bimbi del terzo mondo, sempre bisognosi d'aiuto ma che hanno il vantaggio di non rompere il cazzo a ora di cena.

***

Su Internet (MSN Video): "Corea del sud: casa a forma di gabinetto".
C'è il video e la colonna sonora è, si capisce, "Mi scappa la pipì papà".
La villa è un bel pezzo da toilette, raffinato e, insieme, edificante: potrebbe essere stata progettata dalla Hadid o da Koolhaas. Se l'avessi vista su una rivista d'architettura, sinceramente, non avrei neppure fatto caso alla somiglianza con un cesso perché lì si sarebbe trovata, per così dire, nel suo ambiente. Qui è diverso, salta all'occhio. Da sopra ci si entra proprio come gli stronzi ("un'apertura simbolica sul soffitto" dice la commentatrice che se ne intende) solo che quelli non escono più mentre questi riemergono dopo avere pagato un dollaro per una visitina o cinquantamila dollari per passarci la notte. Un vero peccato per l'ecocompatibilità: si poteva dotare questo cesso di un trituratore e, con poco, contribuire alla pulizia del pianeta. Sarà per la prossima volta: bisogna sempre pensare positivo e migliorarsi continuamente, né, del resto, mancherà occasione. Vedrete: non smetteremo più di sorprenderci finché un bel giorno ci sorprenderà la fine. Infatti, come sostiene il Genio che ride: "If a building is good, then surprise is part of the building, even if you walk into it hundreds of times."

Ugo Rosa
u.rosa@awn.it

[27oct2007]

la sezione Lanterna Magica
curata da Ugo Rosa


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