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Lanterna Magica

La Magna Carta dei Parioli





Questo pezzo, che alcuni troveranno fuori posto sulla mia Lanterna, è stato in realtà concepito come lettera aperta. Fa riferimento a una discussione (avvenuta sulla presS/Tletter n. 36, 2007 a cui rimando i volenterosi) tra il professor Aldo Aymonino e l'architetto Luca Guido intorno al risultato di un concorso d'architettura della cui giuria il primo dei due faceva parte e che il secondo trovava, per così dire, singolare. Il professor Aymonino rispondeva dicendo che il risultato non era affatto singolare. Personalmente, come si vedrà leggendo il pezzo, tendo a dare senz'altro ragione a quest'ultimo. Ad ogni modo Luigi Prestinenza Puglisi si è rifiutato di pubblicarlo, per quanto fosse scritto, ovviamente, in forma di lettera e, ovviamente, firmato: a mio nome, per giunta, e non a nome di Prestinenza. Anche questo è molto interessante e sono senz'altro propenso a dare ragione anche a Luigi: perché mai pubblicarlo? Perciò l'ho proposto a me stesso in quanto persona abituata a stare dalla parte del torto e lui, a sorpresa, ha accettato (la sua biografia del resto giocava a mio favore...). Così eccolo qui. [UR]




Ogni giorno, da molti mesi, mi arrivano misteriose mail che mettono in discussione l'efficienza del mio uccello, sebbene io, per quanto mi ricordi, della cosa non mi sia mai lamentato con nessuno né abbia mai ricevuto, a mia volta, recriminazioni ufficiali da parte di chi, magari, avrebbe potuto nutrire interesse diretto nella questione.
Direte: e a noi che ce ne fotte? Aspettate.
Le mail sono in inglese e così strutturate: c'è un mittente sempre diverso che recita ogni volta un pistolotto il cui senso resta il medesimo.
Ve ne trascrivo uno a caso.
L'inizio è professorale ed affermativo "With people ladies may declare that man's skill as a lover is of much greater importance than the size of his love stick -(qui c'è, di solito, un punto e a capo oppure dei puntini di reticenza) dopo di che si va sul confidenziale e il tono diventa ammiccante– ...but we all know that privately, they acknowledge the contrary!"
Segue dunque l'invito a provvedere perché altrimenti si rimane tagliati fuori.
Per quanto mi riguarda, a 52 anni, potrei anche dichiarare che il mio uccello è oramai questione che compete più l'urologo che il pornografo e, di conseguenza, farmi due risate.

Ma non è questo il punto.
Il punto è che di queste mail, mi hanno detto, ne riceve chiunque. Perciò un po' mi preoccupo delle giovani generazioni (...e poi qualcuno mi scrive e dice che ce l'ho con loro...).
Arrivo addirittura a pensare che un giovane di belle speranze potrebbe essere traumatizzato dal sospetto che il suo uccello lo metta fuori causa.
Non solo. La vera verità è che neanche a me e al mio urologo piace ricevere queste mail.
Che volete che vi dica: orgoglio di maschio sciovinista, fallocrazia annidata nel cervello, non lo so... fatto sta che io mi sento preso per il culo e un po' mi girano le palle.
Giusto?
Bene, se mi avete seguito fin qui, vorrei approfittare degli uccelli e planare sulla questione che mi sta a cuore; agli uccelli, non temete, tornerò alla fine d'ogni giro.
La questione è quella dei concorsi, affrontata e, diciamo pure, definitivamente risolta sotto le feste dal professor Aymonino che, prima di partire per la settimana bianca, ma "dopo ventennale riserbo", finalmente s'è tirato su i calzoni e col gesto che fu di Mickey Rooney (pure lui ex fanciullo prodigio) e del mai dimenticato James Cagney (quando faceva il nemico pubblico) ci "ha imparato a vivere" sputazzando di fianco.
Ora sì che si ragiona, mi sono detto, finalmente vedremo come stanno le cose: se mi va bene approfitto delle feste per ragionare su questa cosa e chissà che non capisca finalmente com'è che funziona.
Perciò, intimidito ma interessato, mi sono letto tutto il coccodrillo per scoprire chi era il morto.
Nessun morto.
Feriti?
Niente.
Solo sirene, ma però lontanissime, e un persistente suono di trombetta elastica. Come ai veglioni di carnevale (quelli antichi, dei film di Pietro Germi e dei Vitelloni di Fellini).

Allora mi sono sentito come l'appuntato delle barzellette, la cui sorte è di essere sempre quello che non capisce mai da che parte arrivano le sberle.
Da buon appuntato ho presentato domanda al superiore in carica per fare rispettosamente notare il mio, per così dire, disappunto:
"Minchia, signor tenente... ma non è che il professore Aymonino Aldo, di anni 54, prima studente presso licei e università di Roma, quindi residente in Ravenna, Pescara, Milano, Venezia e Roma, docente universitario da alcuni lustri, partecipante a concorsi nazionali e internazionali (circa 120 di cui nove vinti e realizzati sei) ci volesse prendere per il culo?"
Perché, detto tra noi, l'impressione è quella.
Insomma, basta farsi due conti per scoprire che il professor Aymonino tace (più o meno) da quand'era studente, prima d'allora no, io credo, perché ai tempi se volevi cuccare dovevi imbottirle di chiacchiere (mica come ora che, mano morta, puntano direttamente al bersaglio grosso e subito subito "...they acknowledge the contrary").
E dopo questo ventennale riserbo tutto quello che riesce a stilare a beneficio dei posteri, allo scadere dell'A.D. 2007, è questa Magna Carta dei Parioli dove si elencano i diritti inalienabili di chi è nato "comme il faut"?
Perciò la domanda che faccio agli ottimisti è la seguente: come cazzo è il bicchiere, mezzo pieno o mezzo vuoto?

Che viene a dire se ora un professore rompe il suo ventennale riserbo fatto di feste di compleanno, statistiche che non lo mettono di buonumore, amici di famiglia, figli degli amici di famiglia e amici degli amici di famiglia, per stilarci questo bel proclama dei diritti dell'uomo di mondo?
Viene a dire che ci meritiamo anche questo?
A me pare proprio di sì: What else? Of course: no Martini? No party!
Chi è fuori del giro, per cortesia, ci resti, perché loro, ad ogni concorso, si contano.
Facciamo l'appello e vediamo.
C'è Carlo che faceva il DJ alla festa di compleanno e che s'è dottorato con la sua (del professore) signora, "de cui ha presentato er libro de lei" (traduco in latino per scrupolo filologico, l'originale suonerebbe così: "...si è dottorato insieme a mia moglie di cui ha presentato il libro da lei scritto"); c'è la compagna di scuola, quella del primo banco (...la più carina, la più cretina, cretino tu... come scrive il poeta) c'è Pippo, ma ci sono anche Franco, Laura, Eugenio, Spartaco e Valerio, in un modo o nell'altro fa capolino perfino Walter. C'è tanta bella gente, dai vieni anche tu: no io mi guardo il film. Allora ciao. Poi ci sono quelli con cui si sono trascorse le vacanze a Itaca e gli altri con cui siamo andati a sciare due anni fa a capodanno, c'è Cino che è come un fratello, Gabriella e Luca perché si andava insieme a lezioni d'inglese (e le partite di tennis che ci siamo fatte!)... insomma ci sono tutti: dal puliziere dello studio al raccattapalle, dal parrucchiere di fiducia per arrivare al caddy che ci porta le mazze, quando si vanno a fare due buche.

Ma il fatto è che puoi allargare il cerchio delle conoscenze solo fino ad un certo punto.
Se non sei Pippo, non sei Efisio, non sei Cecilia oppure non fai il furbo come il conte Max che s'inserisce nella comitiva surrettiziamente?
Ecco in tutti i belli concorsi c'è sempre un giro di bellissime persone. Stelle filanti, coriandoli, canti goliardici e canzoni d'antan, una rimpatriata che allarga il cuore.
Oltre a Pippo e Gabriella a Carlo e Luca ad Efisio e Laura, oltre al raccattapalle, al caddy e al conte Max che s'è infilato di straforo, ci sarebbero, tuttavia, pure un centinaio di sfigati come il sottoscritto che, tra un call center e un cappuccino al bar sotto casa, ad ogni concorso ci provano però: "we all know that privately, they acknowledge the contrary!"
Quello che colpisce in questa lettera è la lunare inconsapevolezza di chi scrive.
L'uomo sembra appena uscito dalla sauna finlandese: è nuovo nuovo, tutto bianco e rosa. Egli non sembra neppure cosciente di starci prendendo per il culo: lo fa con una naturalezza che, veramente, può riempire d'orgoglio chi appartiene alla categoria.
Vi si può leggere tra le righe, senza particolari raffinatezze ermeneutiche e senza che nessuno lo affermi, che non c'è alcuna speranza per chi non fa parte della comitiva ma la cosa è degustata come il succo d'arancia, quando si fa colazione a letto, tra uno sbadiglio e un'occhiata alle previsioni del tempo: "troppo buono, Guido, troppo buono!".

Pippo, ci viene assicurato con il tono e la fermezza dell'antico romano, sarà giudicato con giustizia e perfino con severità.
Pippo.
Ma noi non ne dubitavamo, professor Aymonino: perché avremmo dovuto?
Però mi scusi professore: e io che cazzo c'entro? Non sono mica Pippo.
Perciò chiedo rispettosamente ancora una volta: a quelle centinaia di minchioni come me che non erano ad Itaca, né a Cortina, che non sono pratici di consigli di facoltà, né mai sono stati invitati alle sue feste di compleanno e non hanno, perciò, fraternizzato con Cino, Efisio, Cecilia, Melchiorre, Baldassarre e il conte Max, che cosa propone di fare?
Niente problemi, ci sono i call center (il professore non l'ha scritto ma, se ci riflette, vedrà che la conclusione è obbligatoria).
Oppure, bontà sua, ci concede il dibattito come si fa sempre in questa democrazia usa e getta: "Vogliamo discuterne? Discutiamone". E subito dopo mette i paletti come fa Bruno Vespa, quando arrivano quelli che contano davvero. Perché non è che quattro coglioni, mai invitati al festino né da lui né dai suoi amici, possono permettersi di dire quello che gli pare. Perciò se ne discuta pure "ampiamente, democraticamente, serenamente, francamente, propriamente e tranquillamente" ma, attenzione, solo se la proposta è "non ideologico/utopistica e ammantata di rettitudini inesistenti e impraticabili".

Si dà il caso, mio capitano, che questo modo d'esprimersi lo conosciamo a memoria.
Sembra di leggere Panebianco, Mieli o qualche altro piergigio impomatato di moderatismo da gazzetta. Eppure è biascicando questo bolo gommoso da cronista di un'Italia al sanbittèr che il nostro s'immagina d'aver chiuso la questione.
E forse ha perfino ragione.
Da noi le cose oramai vanno così: il gioco e il più semplice del mondo. Ti beccano con le mani sul culo della velina mentre telefoni all'amico dirigente della Rai per piazzare nel servizio pubblico quella medesima sgallettata che ti ha appena fatto un servizio privato? Niente paura: "È tutta una montatura ideologico/utopistica ammantata di rettitudini inesistenti e impraticabili perché, cari i miei moralisti, è così che vanno e che sempre sono andate le cose nel mondo reale: e che volete che si cambi Paese? Che si offra no-profit la nostra capacità manageriale? Che ci si chiuda a casa a meditare su una biografia troppo agitata e a cantare col chitarrista Apicella?".
Il bello è che in Italia funziona sempre.
Perché, allora, i professori d'architettura dovrebbero essere da meno?
Ah! I vecchi cari ordinari di una volta! Loro non l'avrebbero mica rotto il riserbo... invece l'ordinario d'oggi abbandona la rodata tecnica der mejo romano de li romani (er senatore Julius) e non solo lo rompe ma non lo fa mica a chiacchiere: così, tra un caffè e una pasterella per gradire.
Macché, prende carta e penna, si concentra e in un lampo ti mette nero su bianco come stanno le cose.

In sintesi (correggetemi se sbaglio):
"Io ci ho gli amici e gli amici degli amici, che è tutta na piramide a rovescio, embè? Ecché vordì? Ecché me devo ritirà a li castelli a fa er burino? Li mortacci... ma saranno cazzi tua! Ecché volete fa'? Jo dimo a Wartere? O famo strano? E famolo strano! Basta solo che nun ce state a rompe li cojoni co sta moralità e co sta rettitudine che nun c'azzeccheno pè gnente!"
Ed io, che faccio l'appuntato tra la scorrimento veloce per Agrigento e la mulattiera per Racalmuto, io che quando mi voglio prendere il fresco mi piazzo sotto i fichidindia, mi aiuto con l'indice per non sberciare, sillabo le righe di questa missiva che è un capolavoro di modernità accademica e penso a quelle email che mi arrivano ogni giorno. Sei bravo pure tu? E chi se ne frega, tanto "...we all know that privately, they acknowledge the contrary...".
Alla fine, comunque, il nostro bel guadagno ce l'abbiamo avuto (il plurale non è maiestatis è solo per far gruppo con gli sfigati come me). Ci è spiegato a chiare lettere il motivo per cui i concorsi d'architettura sono oramai una miserabile e ipocrita puttanata (sebbene il professore, per non sapere leggere né scrivere, ne ha vinti nove e realizzati sei...): non perché per vincerli sia necessaria una bustarella o una raccomandazione (in tal caso ci sarebbe sempre la speranza dell'esecrata via giudiziaria...) ma proprio perché non è più necessaria.
L'unico che sembra non capirlo è proprio chi ce lo spiega.

Prendiamo allora atto che aver vinto nove concorsi e averne realizzati sei mette il professore di cattivo umore... se può servire a farlo sorridere gli rivelerò che io non ho mai vinto un concorso eppure (ma non vorrei apparire esagerato... considerati i livelli internazionali...) mi sembra proprio di ricordare (e se fanno mente locale magari se lo ricordano pure loro) di non essere un architetto molto meno bravo di lui, di Pippo, di Cino, di Nicola i quali (tutti) ne hanno vinti più d'uno. Sarò un minchione? Forse no, forse sì, chi può dirlo! Quel che è certo è che "...we all know that privately, they acknowledge the contrary!".
E, guarda un po', sono anche persuaso che Aldo, Cino, Pippo, Luca, Efisio e Nicola leggendo queste righe penseranno (magari fingendo di non confessarlo neppure a se stessi perché è sempre meglio che in queste cose la mano destra non sappia quello che sta facendo la sinistra): "E con questo te lo scordi, caro (...come ti chiami? Ugo La Rosa?) di vincere mai un concorso di qualunque genere e tipo in cui io o un amico o perfino un amico degli amici stia in commissione" e già li vedo mentre si appuntano il mio nome (sbagliandolo, per fortuna) sui polsini. Lo so benissimo. Il fatto è che la ripugnanza che provo per quest'Italia qui sta proprio lì: tra il foglio dei diritti inalienabili del pariolino e l'ipocrisia del filisteo che, per colmo d'ironia, parla chiaro.

Vezzosamente il professor Aymonino cita i complimenti che lo riguardano, vezzosamente si schermisce, vezzosamente si fa i complimenti da solo e sempre vezzosamente ci manda tutti a pijarcela nder culo. Perché lui ha vinto nove concorsi, ne ha realizzati sei, ha assoluto bisogno di infoltire il carniere e a chi tocca tocca.
La cosa meravigliosa non è, però, che lui i suoi concorsi li abbia vinti e che ne voglia vincere altri, questo sarebbe perfino normale, direi. È solo che, invece di insaccare e stare zitto, ha l'ineffabile trovata di far finta di pensare (oppure, e sarebbe anche peggio, di pensare davvero) che i concorsi che ha vinto li ha vinti perché era veramente "er mejo" che c'era sulla piazza. Così si permette perfino di rimbrottare chi gli ricorda che forse le cose non stanno proprio così, che forse di bravi come o magari più di Cino, Pippo, Aldo, Carlo e Cecilia e, vivaddio, lui medesimo, in Italia ce ne sarebbero: eppure a questi non tocca neppure il buono per il cestino della pausa pranzo.
Perciò se lui si lamenta dei pochi concorsi che ha vinto a me non resta altro che essere fiero di non averne mai vinto nessuno: dovrò pur far festa con qualcosa.
"Quanto a quello che succederà la prossima volta che Pippo sarà in commissione e io sarò concorrente non lo so..." conclude il Professor Aymonino.
Non si preoccupi: lei non lo sa perché è appena uscito dalla sauna e deve reidratarsi, ma lo so io e, se permette, glielo spiego. Se tra i concorrenti ci saranno, oltre lei, anche Cino, Cecilia, Carlo, Luca, Efisio, Franco, Laura e il conte Max, quel centinaio di sfigati che avrà fatto la scemenza di partecipare se la prenderà di nuovo nel culo e non perché tra voi corrano accordi innominabili, ma solo perché, ahimé, è così che va il mondo.
Con buona pace delle rettitudini inesistenti perché impraticabili e anche di quelle impraticabili perché inesistenti "we all know that privately, they acknowledge the contrary".
Au revoir.

[3 gennaio 2008]
Ugo Rosa
u.rosa@awn.it



P.S.

Che i concorsi d'architettura sono oramai il fetentissimo alibi con cui perpetuare la spartizione degli incarichi senza che nessuno raccomandi nessuno, senza pagare neppure il dazio del ritegno e per giunta accucciandosi sotto il pannicello "de la curtura" è una cosa che sappiamo tutti (meno quelli che preferiscono non saperlo e cantare ancora le lodi dell'istituto concorsuale perché sperano, una volta o l'altra, di intascare anche loro, grazie agli amici degli amici). Che ci si spiegasse col cuore in mano che le cose, è ora che ci svegliamo, funzionano così, che in fondo non c'è niente di male e che, comunque, diversamente non possono andare ancora non era però, mi sembra, mai successo... però di cose strabilianti, oramai, nel mondo dell'architettura ne succedono più che a Narnia e ad Oz... vengo a sapere, per esempio, che uno come Koolhaas che ha vinto i suoi bei concorsi con progetti che fanno più schifo della sua cacca, ultimamente protesta vibratamente contro i concorsi d'architettura nei quali, sentite un po', "si sprecano energie preziose" (le sue) e "i migliori vincono raramente". Pensate. Davvero non c'è più limite alle meraviglie che uno può pensare, pronunciare e scrivere.
E un'altra cosa... certo che se a me un tizio mi mandasse a dire (dopo avermi ficcato un "troppo buono" tra le scapole...) che il tono di quello che dico è "non troppo delatorio" (e dunque un pochino lo è) credo proprio che, metaforicamente parlando, punterei alla giugulare senza pensarci. Qui, invece, tutti se la sono cavata alla grande, tra un osanna all'istituto del concorso e un'attestazione di stima.
Chissà perché.
Ma questi in fin dei conti non sono affari miei.

la sezione Lanterna Magica
curata da Ugo Rosa


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