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Lanterna Magica

Trattato inedito d'autore ignoto – 7
Materiali dell'architettura: il vento



Ho vissuto, di recente, una disavventura di cui, magari, un giorno vi racconterò gli istruttivi e divertenti dettagli.
Per adesso basti dire che, come sempre capita agli svogliati e agli impenitenti, mi sono imbattuto in un meritorio insegnante di architettura. Costui, memore della sua funzione di salvaguardia della moralità e della dignità dell'Università Italiana, non ha perso la ghiotta occasione che gli si è offerta (a causa dell'imperdonabile leggerezza che mi ha condotto a immaginare che le cose, per una volta, potessero andare diversamente) di cancellare definitivamente la mia brutta faccia dalla fotografia di famiglia dell'Accademia.
Egli ha posto così riparo alla spaventosa possibilità che io potessi contribuire (dio non voglia!) alla formazione di qualche giovane e innocente architetto.
L'ha fatto per porre rimedio alla sua irrimediabile mediocrità?
Oppure perché (assai più lucidamente del sottoscritto...) si è reso perfettamente conto che solo il circondarsi di mediocri consente a un mediocre di sopravvivere?
Non lo so. Certo, bisogna pur capire che, anche solo per stringere la mano a un paria come me, serve la schiena dritta; e invece, di questa "figura di studioso", un comune amico mi disse un giorno in confidenza: "no... le palle, proprio, non ce le ha... però, credimi, ha tante altre belle qualità". Può darsi. Tuttavia senza la spina dorsale le belle qualità non riescono a trasmettersi dalle chiappe al cervello: possono solo effettuare il percorso inverso. Per caduta.
Ma, insomma, non importa... e del resto non è nemmeno escluso che io gli debba per questo, un giorno, dei ringraziamenti: chi può dirlo? Nel dubbio, vinco la mia ripugnanza e dedico la mia piccola lanterna (che, spero, vorrà perdonarmelo) a questo ignobile sepolcro imbiancato (Matteo, 23, 23-27). Che il vento se lo porti via, insieme a tutto ciò che rappresenta e a tutto ciò per cui, ogni giorno, abbassa le sue logore braghe professorali... a M.P. dunque, oppure a X.Y., il nome non importa: è nessuno e, insieme, è ciascuno di quei farabutti che hanno portato l'università al degrado morale e culturale in cui agonizza e che non mancano, poi, di lamentarsene virtuosamente quando occorre. Che il suo dio gliene renda merito e gli preservi il prezioso cadreghino e la feluca, senza i quali la sua maschera di sussiegoso Balanzone si dissolverebbe in polvere. [UR]





St. Peters Church, West Knighton, Dorset, XII sec., restaurata nel 1893 da Thomas Hardy mentre scriveva Jude the Obscure.



Il Vento

Spazzola di Dio, carezza astrale
che porge il fianco all'ala dei gabbiani
sulla laguna e li guida al canale.
Mappa dell'universo, ti dipani

tra le foglie degli alberi sul viale,
fino alle nubi e sopra gli aeroplani.
Fischi le tue canzoni nel pluviale
ed ai bambini sfuggi tra le mani.

Ha scelto la sua rotta, il marinaio
mentre il tuo soffio incalza l'arenile
facendo disperare il lampionaio:

andrà sino alle coste del Brasile
per ritrovarti, un tiepido febbraio,
a spazzare le foglie da un cortile.



Il vento è detto, qui, "Spazzola di Dio, carezza astrale" e, insieme, "Mappa dell'universo".
La spazzola, come la carezza, rileva, sondandola, una superficie, la mappa la descrive (ambedue, notiamolo di passaggio, sono gesti con cui ogni architetto ha, o dovrebbe avere, dimestichezza).
Il vento, dunque, rileva il mondo per narrarlo.
È grazie al vento che il mondo ci si descrive.
Non basta: perché il vento, nell'atto di descriversi e di descriverci il mondo, contribuisce alla sua comprensione, fa sì che noi non ci muoviamo alla cieca.
Perciò "porge il fianco all'ala dei gabbiani" e perciò "li guida al canale" (immagine che sembra rimandare a Venezia o a un'altra città d'acqua, quell'acqua che, come abbiamo visto, il nostro A. pone, nel suo trattato, tra i materiali fondamentali dell'architettura, assieme alla luce).

Ma l'evocazione tattile non esaurisce la descrizione del vento.
Occorre aggiungere, per completarla, l'esperienza sonora ("fischi le tue canzoni nel pluviale") e, inoltre, dare conto della sua particolare fuggevolezza e imprendibilità ("...ai bambini sfuggi tra le mani"). E, con questa fuggevolezza, sottolineare l'imprevedibilità del vento. Per questo le due ultime terzine del sonetto modificano, per così dire, la rotta, in modo abbastanza sorprendente e privo di relazioni con le due quartine che le precedono:
"Ha scelto la sua rotta, il marinaio".
Vi è nel verso un congedo dai precedenti e un incamminarsi, a partire da una decisione, verso una meta.
Vi è l'intenzione finalizzata degli esseri umani, messa a confronto con l'andare, privo di un progetto, del vento.
Il marinaio, infatti "sceglie" con tutto quello che la scelta comporta (decidere, preparare, accumulare energia in vista dell'azione...). A fronte di tale scelta, così calibrata, così razionale, ecco il vento che invece, incurante, "incalza l'arenile / facendo disperare il lampionaio".

Da una parte, allora, un progetto; dall'altra qualcosa d'irriducibile al progetto.
Per quanto il vento non si pieghi al progetto, però, esso sarà sempre là, dove deve essere: immagine perfetta di come, libertà e necessità, appena fuori dal minuscolo cerchio dell'ego, siano facce della stessa medaglia. Così, quando il marinaio avrà attuato i suoi progetti e raggiunto le sue mete, lì troverà, ancora e sempre già ad attenderlo, quello stesso vento che, pure, ha ignorato e sempre ignorerà mete e progetti.

***

Questi versi dedicati al vento (terzo tra i materiali dell'architettura esaminati dal nostro Trattato) sono chiosati da alcune note al margine.
In primo luogo c'è questa sibillina sentenza, scritta in inglese:
"Hey Jude don't make it bad... Ollio's relative, the architect, knew that the city is light and sound and wind...".
Mi sono arrovellato per un po' su queste parole e avevo quasi rinunciato a comprenderle.
La prima frase è una citazione da Hey Jude, dei Beatles che, sospetto, fosse messa lì apposta per portarmi fuori strada.
Sommando i Beatles a Ollio quello che veniva fuori era la copertina di Sgt. Pepper.
La cosa, a prima vista, sembrava promettente.
Sfodero quel glorioso vinile che ancora profuma di swinging London (ci trovo dentro della strana erba secca, ma su questo non indago oltre...) mi armo di lente d'ingrandimento e comincio a girare intorno ad Ollio come un moscone sul miele.
Ci sono Karl Marx e H.G. Wells, un guru e Lewis Carroll, Lawrence d'Arabia e Bob Dylan, poi pittori, scultori, attori... ma di architetti non ne vedo.
Magari, allora, si tratta davvero di un parente di Ollio.

Ollio, vediamo un po'.
La sua famiglia veniva dall'Inghilterra.
Allora: Beatles, Ollio, Inghilterra.
E il vento, maledizione, mi porta di nuovo ai Beatles, in "the wild and windy night / that the rain washed away" che è poi l'incipit della seconda strofa di The long and winding road… ma lungo quella strada, lunga e tortuosa, e in quella notte selvaggia e ventosa, mi perdo come un fesso. Cerchio chiuso, nessuna via d'uscita.
Un bel giorno, allora, scrivo a una cara amica che abita nella ugualmente cara, ma assai più vecchia, Inghilterra. Provo a chiederle se ci capisce qualcosa: che so, una frase idiomatica, un modo di dire, un messaggio cifrato.

Lei, la mia amabile, comprensiva, dolcissima, Mildred (che qui, pubblicamente e umilmente ringrazio) mi risponde che l'età gioca brutti scherzi, che devo essermi (più o meno) rincoglionito ("Ugo! You live in cloud-cuckoo-land..."): "Invece di continuare a pensare a Paul McCartney -mi scrive- faresti bene a dare un'occhiata allo scaffale sul quale tieni i romanzi di Thomas Hardy...".
Oh my God! I was astounded! Ma si può essere più imbecilli?
Qual è il vero nome di Ollio?
Oliver Hardy.
E Thomas Hardy, prima ancora di diventare uno dei più grandi scrittori inglesi faceva o no l'architetto?
Sì. Tant'è vero che, se la memoria non m'inganna, scrisse un libro sull'uso dei mattoni nell'architettura domestica inglese.
E come s'intitola quello che, insieme a Tess of d'Uberville resta il suo romanzo più celebre?
Jude the Obscure.
Gli venisse un colpo.
Non ad Hardy.
E nemmeno alla mia incantevole Mildred.
No: allo stramaledetto Autore Ignoto.
Che, però, essendo ignoto, se ne fotte. Sono i privilegi dell'anonimato.
Così rispolvero "Giuda l'oscuro" e m'imbatto subito (certe volte è il caso, più che il tempo, ad essere galantuomo) nel passo cui, inequivocabilmente, si riferisce l'Autore Ignoto: per colmo d'ironia quando lo lessi (avevo una ventina d'anni, credo) l'avevo sottolineato a matita! E si capisce... già ero contagiato dalla malattia dell'architettura. In quel passo Hardy descrive come la città di Christminster si riveli da lontano, una sera, a Jude Fawley, undicenne che le città, fino ad allora, le ha solo immaginate:
"...ma quel che vide non furono filari di lumi, come si aspettava. Non si riusciva a individuare alcuna luce distinta, infatti, e solo un alone di nebbia scintillante, sovrastando il luogo contro lo sfondo scuro del cielo, faceva apparire città e chiarore come a poche miglia distanti... Aveva sentito dire che i venti viaggiano alla velocità di dieci miglia orarie, e se ne ricordò improvvisamente. Dischiuse le labbra non appena gli arrivò sul viso la brezza di nord-est, e l'aspirò voluttuosamente, quasi fosse una bevanda dolce. – Tu –disse, rivolgendosi amorevolmente al vento- eri a Christminster una o due ore fa, fluttuante per le vie, indaffarato a girare attorno ai galletti di ferro sui tetti delle case... ora invece sei qui, e io respiro te, lo stesso vento. - Improvvisamente l'aria gli portò qualcosa... il suono delle campane, la voce della città...".

[22jun2002]
Molti anni dopo ecco di nuovo Jude: adesso è un artigiano, della razza dei lapicidi medievali, un costruttore di cattedrali proiettato in un'epoca (siamo nella seconda metà dell'Ottocento) che di cattedrali non vuole più saperne. Eppure si mette in cammino e si reca nella città che, tra tutte, è la regina delle cattedrali: Christminster.
Ecco come vi giunge:
"...Scendendo a valle si incamminò tra i salici che si alzavano indistinti nella luce crepuscolare, e presto si trovò di fronte i lampioni accesi, alla periferia della città: erano proprio alcuni di essi ad aver punteggiato il cielo di quei bagliori che avevano rapito il suo sguardo tanti anni prima... Era una notte ventosa, piena di sussurri, senza luna. Per orientarsi egli si mise a studiare al lume di un lampione la carta della città che aveva portato con sé; la brezza la faceva sventolare e la spiegazzava, ma Jude poté vedere quel tanto che gli era necessario per scegliere la via che l'avrebbe condotto nel cuore della città. Dopo molti giri s'imbatté finalmente nel primo grandioso edificio medievale... Una campana cominciò a suonare ed egli si fermò ad ascoltarla... continuò la passeggiata lungo e mura e le porte esterne degli edifici, toccando con le dita le decorazioni e gli intagli. I minuti passavano, la gente si faceva sempre più rada per le strade ed egli scivolava ancora come un serpente tra le ombre... Negli anni di preparazione a questa avventura... non aveva fatto altro che leggere e studiare quanto era possibile nelle sue condizioni sugli uomini che avevano consumato la loro giovinezza tra quelle venerabili mura, ora abitate dalle loro anime... Il soffio del vento contro gli spigoli, i pilastri, gli stipiti delle porte, era per lui il passo di quegli invisibili abitanti.".

"Light, and sound, and wind", allora: così Christminster, la mitica città dell'altrettanto mitica contea del Wessex (che in realtà è il tuo Dorset, vero Mildred?) si rivela al protagonista del libro più duro e struggente di Thomas Hardy.
Vi è certo qualcosa di mitologico in questo contatto perché quando una divinità si dona a un mortale lo fa in forme che, per quanto nascoste, finiscono spesso per rivelarne il carattere.
La città, questa cattedrale di cattedrali, questo luogo la cui linfa vitale scorre tra pareti di pietra e che al cielo tende rami di ferro e di marmo, questo cantico di cristallo, immobile e duro, si rivela a Jude nelle forme dell'impalpabile e dell'imprendibile: luci, vento, suoni.
Proprio quanto c'è di meno concreto e materiale restituisce presenza alle pietre della città e alle sue architetture.

Il vento, che non ha soluzione di continuità perché (come l'acqua) non ha concretezza effettiva, fa da filo narrativo al romanzo della città: corre per i vicoli, i cortili i canali e accarezza ogni cosa, attraversa ogni spazio e di ciascuno conduce con sé qualcosa, foglie e odori.
È il vento a narrare, lontano, che la città esiste.
Grazie al vento la città si racconta.
Il vento dà voce alla città ed è con la sua voce che gli edifici cantano.
Certo non è facile percepire, oggi, quel canto: ed è questa, forse, una delle ragioni per cui l'architettura, sotto i nostri occhi indifferenti e priva del nostro ascolto, muore.
Il vento, così come i due materiali esaminati prima dal Nostro non è, però, "materiale" dell'architettura, in quanto "manipolabile" e sottoposto al dominio dell'artefice.
Al contrario, così come avviene per la luce, è proprio l'architettura che, al contrario, gli appartiene.
E quando il grigio gioca col celeste e non sai mai chi vince, in quelle mattinate che sembrano avere nostalgia della sera e che, ogni tanto, si assopiscono sotto una nuvola, il vento fa affiorare la città e la lascia cantare: in un piccolo vortice di polvere, in un'imposta che sbatte, nel silenzioso movimento con cui una donna si affretta a trattenere il suo vestito.

Ugo Rosa
u.rosa@awn.it
 

la sezione Lanterna Magica
curata da Ugo Rosa


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