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Parole Chiave

Densità



"a+t", rivista spagnola tra le più interessanti in Europa, ha recentemente dedicato una serie di tre numeri intitolata Density/Densidad alla residenza collettiva e ai possibili sviluppi di forme dell'abitare più intelligenti e sostenibili (nn. 19 e 20, 2002, n. 21, 2003). Anche "Lotus" (n. 117, 2003, Densità, infill, assemblage) individua in questo termine una questione sempre centrale: tra le poche in architettura dove un parametro quantitativo, misurabile, ha così vaste conseguenze qualitative e implicazioni nei più diversi aspetti (economici, funzionali, ambientali, sociali, spaziali...) dell'organizzazione complessa di città e territori. Come tale il tema è stato ampiamente e da lungo tempo dibattuto (almeno da La situazione della classe operaia in Inghilterra, di Friedrich Engels, 1845), e risulta tuttora controverso. [18oct2003]
             
 
 
 
"a+t", 19, 2002, density/densidad I.
"a+t", 20, 2002, density/densidad II.
"a+t", 21, 2003, density/densidad III.
 
             
 
 
 
"Lotus" 117, 2003, Densità, infill, assemblage
Friedrich Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra, 1845
 
             
Di fronte alle pazzesche condizioni di affollamento nelle città della rivoluzione industriale gli approcci più avanzati si sono inizialmente orientati verso modelli dispersivi, variamente testimoniati dai movimenti per la città giardino, dai disurbanisti russi, dalla politica degli standard figlia dell'approccio "razionale" dei CIAM ecc. Tuttavia, la diffusione combinata di un maggiore potere d'acquisto, della disponibilità di una serie di prodotti (soprattutto quelli legati alla mobilità individuale) e di modelli di consumo strettamente connessi con quello stesso sistema economico criticato da Engels, ha ben presto intaccato la coesione dei tessuti urbani oltre le più fantasiose previsioni, producendo in forme sempre più diffuse e critiche dal punto di vista funzionale e sociale quei fenomeni di dissoluzione generalmente definiti come sprawl (per una efficace ricostruzione di queste vicende cfr. Rebecca Solnit, La sindrome suburbana, in "Navigator", n. 8, 2003).
             
 
 
 
"Navigator" 8, 2003, Velocità controllate
 
             
Le storture di questo modello insediativo sono chiaramente descritte da Le Corbusier in poche righe dell'introduzione a Manière de penser l'urbanisme, Editions de l'Architecture d'Aujourd'hui, 1946-63 (trad. it. Maniera di pensare l'urbanistica, Laterza, Roma-Bari, 1965), dove l'accento viene posto essenzialmente sullo spreco (di territorio, di denaro, di tempo...). Metà della giornata lavorativa -è l'argomento forte del maestro svizzero- se ne va per pagare la nostra vita suburbana. Ma, nonostante la lucidità dell'analisi, le risposte di Le Corbusier -e degli architetti in genere- sembrano risentire da un lato della fascinazione narcisista per l'oggetto isolato e dall'altro di una diffidenza tutta positivista verso la complessità stratificata dei sistemi urbani, che porta sì a concentrare le abitazioni in grandi edifici collettivi, diluiti però in vaste quantità di vuoto destinate a verde e infrastrutture, dove la densità territoriale risulta paragonabile a quella dei suburbi. Un atteggiamento sospettoso verso la concentrazione che in qualche misura è sostenuto anche dagli esperimenti di "prossemica" condotti da Edward T. Hall, The Hidden Dimension, Doubleday, 1966 (trad. it La dimensione nascosta, Bompiani, Milano, 1968), nei quali gruppi di topi costretti in comunità sempre più affollate mostravano vertiginosi aumenti di aggressività, pratiche sessuali "disordinate" e altri nefandi comportamenti curiosamente simili a quelli registrati nelle aree degradate delle metropoli.
             
 
 
 
Le Corbusier, Maniera di pensare l'urbanistica, 1965 (1946-1963)
Edward T. Hall, The Hidden Dimension, 1966
 
             
In quegli stessi anni Sessanta è Jane Jacobs. The Death and Life of Great American Cities, Random House, 1961 (trad. it Vita e morte delle grandi città. Saggio sulla metropoli americana, Edizioni di Comunità, Torino 2000) a chiarire che la densità in sé (abitanti per ettaro) non risulta un parametro decisivo nell'indicare una condizione di degrado sociale, mentre maggiormente rivelatore di situazioni disagiate è senz'altro il livello di coabitazione all'interno degli alloggi (abitanti per vano). La sociologa americana sottolinea inoltre lo strettissimo, complesso e delicato rapporto tra densità e condizione urbana, mostrando come concentrazioni abitative anche superiori ai mille abitanti per ettaro siano non solo possibili ma necessarie per l'attivazione di sistemi sociali altamente organizzati: dalle reti di solidarietà e controllo nel Village a New York agli estremi di Hong Kong (cfr. Nuala Rooney, At Home With Density, Hong Kong University Press, 2003).
             
 
 
 
Jane Jacobs, Vita e morte delle grandi città. Saggio sulla metropoli americana, 2000 (1961)
Nuala Rooney, At Home With Density, 2003
 
             
A contribuire a una definitiva inversione di valore, da negativo a positivo, del termine densità e delle questioni a essa collegate, esce, nel 1978, Delirious New York, Thames & Hudson (trad. it Delirious New York, Electa, Milano 2000). L'esordio di Rem Koolhaas sulla scena internazionale propone una lettura lucida e radicale di Manhattan come vera e propria icona della modernità. La parola chiave diventa qui "congestione", una sorta di iperdensità raggiunta attraverso edifici resi "mutanti" dall'impatto delle nuove tecnologie: ascensori, strutture in acciaio e aria condizionata rendono possibili insiemi edilizi caratterizzati da incredibili concentrazioni di funzioni, abitanti, lavoratori e utenti. Al raggiungimento di una certa "massa critica" la sovrapposizione dei programmi attiva inaspettati sistemi sinaptici, la mobilità verticale tende a sostituire quella orizzontale, il mezzo privato perde la sua necessità e gli effetti congestivi si tramutano in paradossali incrementi di efficienza.
             
 
 
 
 
Rem Koolhaas, Delirious New York, 2000 (1978)
[Damiani]
 
 
             
Ancora dedicato a una città e al suo rapporto con la modernità è Imparare da Venezia (Officina, 1994), nel quale Francesco Tentori ripercorre le ricerche intorno all'edificio a forte spessore condotte da Giuseppe Samonà e da un nutrito gruppo di collaboratori e allievi all'inizio degli anni sessanta. Qui Venezia è intesa sia come esempio fisico, con la prevalenza del pieno nel suo fitto tessuto edificato, che come scuola nella quale sperimentare nuove vie progettuali. Una analoga direzione sperimentale è stata percorsa anche dagli olandesi MVRDV (FARMAX. Excursions on density, 010 Publishers, 1998). L'acronimo del titolo indica la massimizzazione del rapporto fra la superficie utile e quella del lotto sul quale insiste, una condizione indagata attraverso alcuni esempi reali e diversi progetti, tra i quali emergono i cosiddetti datascapes: grandi masse edilizie di volta in volta conformate da parametri misurabili come luce, visibilità, rumore ecc. L'attenzione di Winy Maas e soci verso gli aspetti quantitativi si spiega con un approccio rivolto alla sostenibilità economica e ambientale degli interventi, testimoniata ad esempio con Metacity Datatown (010 Publishers, 1999) dove viene simulata statisticamente una città isolata e autosufficiente di 400 km di lato nella quale si concentra una popolazione pari a quella degli Usa.
             
 
 
 

Francesco Tentori, Imparare da Venezia, 1994
[Saggio]

MVRDV, FARMAX. Excursions on density, 1998

MVRDV, Metacity Datatown, 1999
[Brizzi]

 
             
Il preponderante carattere di artificialità che si accompagna a questo genere di soluzioni e il massiccio impiego di tecnologie che le rende possibili viene tuttavia visto con diffidenza dai fautori di una architettura più "ecologica", impegnati generalmente a rendere compatibile il modello dispersivo, in tutti i sensi, della casa unifamiliare. Un'ipotesi affrontata dagli stessi MVRDV che (sempre in FARMAX) valutano comparativamente i possibili risparmi di una occupazione del suolo più diffusa e leggera, con piccole unità indipendenti dal punto di vista energetico e delle emissioni. L'ipotesi, in via del tutto teorica, potrebbe reggersi solo presupponendo che la mobilità si riduca drasticamente, anche di fronte a un modello insediativo caratterizzato dall'inevitabile incremento degli spostamenti e dall'impossibilità di organizzare trasporti pubblici economicamente plausibili. Ma, come sottolinea William J. Mitchell (City of Bits, Mit Press, 1995), le forme di telelavoro che potrebbero favorire la dispersione sono legate alla larghezza di banda, soggetta a drastiche riduzioni nelle aree marginali e quindi anch'essa portatrice di nuove necessità aggregative. In realtà, così come i computer non hanno ridotto il consumo di carta (anzi, ne costituiscono un decisivo fattore di moltiplicazione), anche la mobilità di beni e persone aumenta attualmente a un ritmo superiore a quello della crescita economica, nonostante la crescente diffusione dei media elettronici. Una maggiore concentrazione urbana, anche e soprattutto dal punto di vista della sostenibilità ambientale, risulta dunque necessaria, ed è alla base dei ragionamenti di Richard Rogers (Cities for a small planet, a cura di Philip Gumuchdjian, Faber and Faber, 1997) intorno a modelli di sviluppo dall'impatto ridotto, in grado di confrontarsi responsabilmente con il peso di una popolazione mondiale in vertiginoso incremento.
             
 
 
 
William J. Mitchell, City of Bits, 1995

Richard Rogers, Cities for a small planet (edited by Philip Gumuchdjian), 1997
[Parigi]

 
             
Se la razionalità della teoria e della sperimentazione conduce decisamente verso modelli abitativi dotati di una sufficiente densità, la realtà dei fatti e dei desideri risulta viceversa orientata in direzione opposta: il censimento Usa del 1990 ha sancito il sorpasso della popolazione suburbana su quella residente in città e la situazione europea non appare molto lontana. Come nota Andreas Ruby (Transgressing urbanism, in Transurbanism, a cura di Arjen Mulder, V2_Publishing/NAi, 2002) è ormai difficile pensare a questi insediamenti come a qualcosa di totalmente dipendente dai centri urbani. La loro iniziale appetibilità (dovuta a spazio, natura, accessibilità, disponibilità, convenienza, trasformabilità...) si è ormai completata con sistemi di servizi tali da organizzare un modello di vita alternativo e autonomo. Da un lato, questo trasformarsi del suburbio in qualcosa di sempre più somigliante alla città, almeno sotto l'aspetto funzionale, porta a fenomeni di densificazione che sembrano ripercorrere processi formativi seguiti nel tempo dalle strutture urbane consolidate: The Dense-city. After the Sprawl (a cura di Mary-Ann Ray, Roger Sherman, Mirko Zardini, Electa, 1999) rileva il diffondersi di casi di accrescimento, agglomerazione, trasformazione, sostituzione ecc. che, spontaneamente, stanno investendo l'area metropolitana di Los Angeles, e cioè della città simbolo della dispersione.
             
 
 
 
Arjen Mulder, Transurbanism, 2002
Ray, Sherman, Zardini, The Dense-city. After the Sprawl, 1999
Xaveer de Geyter, After-sprawl, 2002
 
             
Dall'altro lato, si moltiplicano gli studi tesi ad approntare strategie di intervento in grado di estrarre qualità urbana dalla cosiddetta città diffusa. Tra i numerosi contributi in questo senso (quasi tutti americani: Amazon.com segnala circa 43 titoli alla voce sprawl editi negli ultimi dieci anni) va segnalata la ricerca diretta da Xaveer de Geyter, After-sprawl (NAi Publishers/De Singel, 2002) diretta allo studio dell'area centrale europea, la cosiddetta "blue banana" compresa tra Londra e il nord Italia, e all'elaborazione di strumenti, soprattutto legati alla valorizzazione dei vuoti, in grado di migliorarne immagine ed efficienza. Almeno fino a quando questi vuoti non verranno completamente riempiti dalla congestione orizzontale della crescita suburbana...

    Giovanni Corbellini
gcorbellini@units.it
post scriptum

sulle case basse ad alta densità vedi:
Antonino Saggio, Un architetto americano. Louis Sauer, Officina, Roma 1988.
un abstract del volume è reperibile qui.

per una comparazione tra densità e configurazioni spaziali in interventi di housing vedi:
Giovanni Corbellini, Uniformità e variazione. Lo spazio urbano nei quartieri contemporanei, Cluva, Venezia 1990.

per una ricerca sulle relazioni tra altezza degli edifici e criminalità vedi:
Oscar Newman, Defensible space crime prevention through urban design, Macmillan, New York 1972.

un testo fondamentale nel campo dell'environmental psychology è:
Jonathan Freedman, Crowding and Behavior, Viking Press, New York 1975.

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è curata da Giovanni Corbellini.
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scrivete a gcorbellini@units.it


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