home > simple tech

Simple tech

Catchwind o del souvenir.
Contributo all'approccio simple-tech

NONOSTANTE (Giancarlo Zucca + Marco Zummo)



IL SOUVENIR. È possibile ripensare il significato e l'espressione formale del souvenir? Assorbito dal processo di livellamento planetario (prodotto in quel di..., per conto di..., per il mercato di...), il souvenir è ormai lontano dal rappresentare l'identità e la peculiarità dei luoghi di provenienza; cosi come la testimonianza di un'esperienza significativa di cui si vuole tenere memoria con un piccolo monumento. Il presente, infatti, sembra essersi ridotto ad un trofeo consumistico, attestando essenzialmente la capacità economica del turista. Dal versante antropologico, inoltre, il ricordino diviene una compensazione affettiva (un risarcimento), conseguente ad un'assenza prolungata, mediante il rito della consegna.

http://www.homoturisticus.com

Ma se il souvenir non si ponesse come una mirabilia o un luogo comune? Se fosse la causa di uno spiazzamento provocato da una spedizione che lo fa ricevere in assenza del mittente, trovando il suo senso nell'uso e non nella contemplazione? L'uso ubiquo di una presenza con la quale interagire e confrontarsi: per svelare il mistero che ci offre, per officiare il rito di cui è parte integrante, per individuare una traccia da seguire nel labirinto globale.
Lasciandosi trascinare dall'enigma del souvenir viaggiante, forse, è possibile accedere alla densità dei luoghi, suscitando un interesse che potrebbe spingere ad indagare sulla sua provenienza. Il souvenir, dunque, come una traccia in grado di innescare un pellegrinaggio, sia realmente intrapreso sia mentale o sedentario.


IL CONCORSO. Il tema verteva sull'ideazione di un souvenir rappresentativo dell'identità della regione del Gyeonggi in Corea del Sud.

http://www.sistemadesignitalia.it/sdi/extranet/CMS/bandi/
file/guideline-eng.pdf



NONOSTANTE ha proposto catchwind: un supporto cartaceo sul quale è possibile scrivere e le cui dimensioni consentono la spedizione mediante una normale busta. Si tratta di una sorta di origami, che si può trasformare in una piccola scultura, in un ventaglio o in una schermatura per le sorgenti luminose.



Il bando richiedeva una libera interpretazione della cultura orientale, ammettendo osservazioni e posizioni concettuali del tutto personali che elenchiamo qui sotto:

SFUMATURA. Un potenziamento dei sensi per il quale la realtà viene percepita come un flusso energetico continuo, nel cui incessante scorrimento le cose si compenetrano l'una nell'altra e gli opposti si armonizzano. Una metamorfosi nei cui passaggi ed attraversamenti si rivela l'unità molteplice e frastagliata dell'esistenza.

OMBRA. Direttamente connessa all'idea di sfumatura, individua un vero e proprio ambito fisico che raccoglie il prolungamento delle cose e presiede alla loro combinazione. Zona di avvicinamento delle distanze e, tuttavia, di protezione: una schermatura in cui la luce, una volta filtrata, rinuncia alle sue distinzioni, consentendo ai riflessi di perdersi o trattenersi dove desideriamo.

PIEGA. La forma delle cose come un sistema di relazioni in cui interno ed esterno non ammettono separazioni. Un ordine esteso, in cui inizio e fine si scambiano continuamente i ruoli: dove gli elementi si dispongono a determinare soglie, aprendosi ad ulteriori connessioni.

VENTO. Insieme all'acqua, il modellatore della terra. Ciò che fissa una forma attraverso il suo scorrimento. Ciò che imprime all'aria quel movimento in grado di spostare la materia e di marcarne i percorsi. Ciò che, penetrando all'interno delle cose, ne rivela gli strati, gli odori, gli umori; e sfiorandone i profili (soffiando contro), manifesta il suono che esse trattengono.

A partire da queste sollecitazioni, tenendo presente la cultura dell'origami e della carta hanji (la cui produzione costituiva un aspetto notevole dell'artigianato coreano), l'oggetto è stato pensato come una scultura di carta, le cui pieghe concorrono ad innervare una forma, consentendole di sostenersi in verticale (ecco lo schermo), ovvero di provocare un movimento d'aria (ecco il ventaglio). Chiudendone la piega centrale, catchwind si trasforma in un supporto per scrivere (per donare un messaggio e lasciare un ricordo) e può essere accolto all'interno di una comune busta (110x230) per spedirlo a chi coincide con i nostri desideri.

Costruzione di catchwind in nove mosse.
1. Piegare il foglio a metà lungo il lato maggiore;
2. Riaprire il foglio e piegare i lembi di una delle sue estremità, determinando un triangolo isoscele (rettangolo sul vertice in alto);
3. Capovolgere il foglio e piegare, mantenendolo verso il basso, il triangolo lungo l'ipotenusa;
4. Inserire il vertice superiore del triangolo nel taglio predisposto;
5. Ripiegare sotto il triangolo i due piccoli lembi laterali, seguendo i tagli predisposti;
6,7,8. Guidati dalla piegatura preliminare in mezzeria, si mantenga ferma la piega sul lato opposto al triangolo, si spinga la piega esistente sulla bisettrice del triangolo e contemporaneamente si ripieghi il tutto verso l'interno;
9. L'insieme di pieghe ottenute si assesta a formare una
nervatura di irrigidimento e connessione delle ali di catchwind.



COSTRUZIONE. Al di là della sua specificità, ci sembra che catchwind declini alcuni temi che potrebbero trovare spazio nel mondo simple-tech.

http://www.architettura.it/simple/20020727
http://www.architettura.it/simple/20021124


EVIDENZA. L'azione manipolativa come un processo mirato a svelare l'immediatezza di quanto prodotto; a dare espressione al senso comune delle cose. Si tratta di un approccio rivolto ad inventare (ritrovare) quello che conosciamo da sempre (potevo farlo io, come ho fatto a non pensarci!), ad un tempo diverso e familiare. Inoltre, esplicitando chiaramente il principio di costituzione, è ammesso il proseguimento della manipolazione: un ciclo d'invenzioni che pone l'oggetto in termini di problema compositivo piuttosto che di soluzione compiuta.







Questa ovvietà consente agli utenti di appropriarsi delle produzioni simple-tech, nel senso che potrebbero riprodurle facilmente con le loro mani; indotti anche da quello spirito con cui certi oggetti vengono riadattati alle proprie convenienze, emergenze ed indigenze. Una riproducibilità manuale che restituirebbe, forse, un tipo di aura a quegli oggetti che passano sotto adattamento, riferendoli a qualche rito/gioco personale. Una coltura di oggetti propri, una rete di entità a reazione empatica che, malgrado la loro presenza effimera e transitoria, possono essere condivise anche con altri; generando un sistema di interessi, complicità ed iconografie fondate su affezioni comuni.

http://www.reanim.fr.st








Ritornando a quanto affermato più sopra, occorre considerare che l'estesa declinabilità della produzione simple-tech, pur svolta ad un livello non ingenuo, riservi un risvolto sfavorevole. Riferendoci, in particolare, alle versioni successive di un prodotto specifico, accade spesso che gli aggiornamenti pianificati (suggeriti da operazioni di mercato) non riescano ad essere più significativi della matrice. Si assiste quasi ad un deterioramento, ad un processo che falsa la nitidezza iniziale: una sorta di taroccamento. Viene da pensare che, in alcuni casi specifici, la produzione simple-tech tenda a porsi come definitiva: che la sua apertura consista in quella appropriazione dei principi strutturali nei termini prima accennati. Posso apprezzare, ad esempio, la declinazione del principio della scocca portante della Vespa nella sua riduzione al tubo Innocenti della Lambretta. Al contrario, le molteplici derivazioni della lampada Eclisse recano come avanzamento soltanto il desiderio di provvedere alla loro eliminazione.

Il rapporto tra compiutezza e proseguimento di un'opera è stato chiarito in modo esemplare da Luigi Pareyson.
[L. Pareyson, Estetica. Teoria della Formatività, Bompiani, Milano, 1996, pp. 141-142]









MATERIA E DISTRUZIONE. È importante evidenziare, inoltre, che le produzioni simple-tech si mostrano, spesso, come gli esiti di un controllo e di un'articolazione che solo secondariamente passano attraverso il disegno. Tali produzioni conseguono ad un'azione diretta sulla materia: mosse per le quali elementi, dotati di una propria connotazione, possono diventare altro da sé o più se stessi.

Solo una piega, e la gruccia della tintoria diviene un oggetto tridimensionale ed autoreggente: ecco un vaso. Per il fiore basta serrare e piegare una carta crespa, quella che normalmente è impiegata per nascondere i vasi di plastica. Se tendo una foglia, mi ritrovo tra le mani un flauto. Avvolgo un foglio di carta, e la geometria del cono si ribalta nel contenitore per l'asporto di uno snack (il coppo per le panelle palermitane).

Chissà se è proprio in queste situazioni che si innesca quella ribellione della mano a favore del tocco, decantata da Henri Focillon?
[H. Focillon, Vita della Forme, Einaudi, Torino, 1987, pp. 63-64]









La consapevolezza di rifare implica anche la possibilità di distruggere l'oggetto o, meglio, di contemplare la distruzione nella logica dell'uso. Si potrebbero chiamare, metaforicamente, oggetti fiammifero, il cui uso, come il bastoncino dalla capocchia fosforosa, coincide con la loro distruzione. Senza confonderli con quelli usa e getta, sono oggetti eroici, la cui soppressione è necessaria per assolvere la propria missione.
Esasperando questa progressione verso l'annullamento, si potrebbe prefigurare uno scenario dove i prodotti sono trasposti in mere istruzioni, compiendosi solo in occasione di un'esigenza. Ne discende, sorprendentemente, che non si entra più in possesso di qualcosa, ma soltanto di un metodo ad alta accessibilità ed attuabile nelle situazioni che lo richiedano.







FORMATIVITÀ. Simple-tech rimanda anche ad una ricerca formale che non persegue contorsioni di sagome né si concede all'ossessione del giunto. Le forme (quei particolari sistemi di relazione che risolvono determinati elementi in un ordine riconoscibile e descrivibile) si fondano, spesso, su risorse primordiali. Esse prendono vita insufflando aria, versando acqua, costipando granuli, imbottendo, accumulando: assistite dall'equilibrio, dalla forza di gravità, dall'elasticità, dall'attrito, dal riflesso, dalle tensioni, dalla plasticità, dalla pressione.

Vale anche qui, forse ancor di più, una delle note questioni poste da Luigi Pareyson: Formare, dunque, significa «fare», ma un tal fare che, mentre fa, inventa il modo di fare. Si tratta di fare, senza che il modo di fare sia predeterminato e imposto, sí che basti applicarlo per far bene: lo si deve trovare facendo, e solo facendo si può giungere a scoprirlo, sí che si tratta, propriamente, d'inventarlo, senza di che l'opera fallisce e si disperde in tentativi slegati e abortivi.
[L. Pareyson, Estetica. Teoria della Formatività, Bompiani, Milano, 1996, p. 59]









La pratica richiamata, al pari della sua divulgazione, è attuata in particolari campi delle attività umane. Il ricorso al principio dei vasi comunicanti, od al potere assorbente di determinati materiali, permette all'agricoltore di dare forma ad abbeveratoi e ad impianti di spostamento dell'acqua. Per altro verso, il pescatore traspone un bidone metallico, il cui fondo è stato sostituito con una lastra di vetro, in un cannocchiale subacqueo: lo specchio.

Estremizzando, si potrebbe ammettere l'esistenza di produzioni la cui funzione è quella di conferire una forma all'aria o al vento. Quella di condizionare l'acqua ai propri fini: il muratore che ricorre al tubo di gomma colmo d'acqua per il colpo di livello; ed il filo a piombo, rendendo visibile la forza di gravità, gli permette di allinearsi al centro della terra.







Per estensione, si potrebbero annoverare in questo tipo di ricerca formale anche quelle produzioni che si distendono sul corpo, cercando l'uomo per completarsi e raggiungere l'efficienza. La fondina, la faretra: senza contare quell'aderenza esemplificata dagli strumenti di tortura (la maschera derisoria, la sedia inquisitoria, la croce).

http://www.arcieria.arcoefrecce.it
http://www.museionline.it




ERRORE. L'utilizzo di materie semilavorate, sottratte alla loro routine funzionale e percettiva. Non tanto objets trouvés o ready-made, quanto più modestamente esercizi d'interpretazione erronea o equivoca, costringendo oggetti banali a divenire clamorosi.

Sono processi che condensano operazioni inconsce ed involontarie, consuetudini quotidiane, percezioni e situazioni ricorrenti della nostra vita, traslandole in una dimensione fisica e sensoriale alterata. Sempre decifrabile e riconducibile ad una tradizione, ma nient'affatto precostituita.

Così, se alcuni giochi di strada trovano una sintesi formale nel "The Big Stone Game" di Enzo Mari, ecco che, osservando l'asfalto, e soffermandoci sulla vegetazione accolta tra le sue crepe, potremmo immaginare un carotaggio che si offre come un vaso. Guidati da quest'occhio lungo, ecco che un oggetto frantumato può donare i suoi cocci ad un contenitore/maracas. E se siamo sorpresi dall'acqua alta a Venezia, ecco che il sacchetto della spazzatura si rovescia in una comoda caloscia.





Non si tratta di gesti d'autore, ma di ritrovamenti inaspettati.
Sovrapposizioni di evenienze e disponibilità che determinano oggetti di circostanza: come il collant che completa la dotazione del perfetto rapinatore o il domopak che, tessuto tra le maglie di un telaio, diviene una mensola per esporre degli oggetti. A ben vedere, infatti, sono elaborazioni appartenenti ad un patrimonio comune: la camera d'aria dei pneumatici usata come salvagente o slittino; la cartolina fissata alle forcelle della bicicletta, che, urtando i raggi delle ruote, diviene un optional acustico. E cosa dire delle posate che ci forniscono delle micidiali catapulte?

http://www.iapht.unito.it/giocattoli/index_gio.html




Elaborazioni più colte ricorrono a copertoni riempiti di conglomerato cementizio ed utilizzati come fondazioni di piccoli edifici, ovvero disposti all'interno di intelaiature con funzione di tamponamento/coibentazione delle facciate.

Esistono, inoltre, produzioni leggendarie che caratterizzano lo scenario urbano contemporaneo, come le bottiglie di plastica, posizionate davanti all'uscio dei negozi, per scoraggiare i cani a marcare il territorio; o il compact disc, appeso al balcone, con funzione di spaventapasseri.

http://www.wohnbau.tuwien.ac.at/432.html
http://www.ilsecoloxixweb.it/Secolo_rubrica.asp?
idnotizia=116925&idcategoria=687







MO(N)DI D'USO. Da quanto abbiamo visto, le produzioni simple-tech sembrano in grado di innescare connessioni tra differenti mondi e modi d'uso. Tra quelli che, spesso, sono posti sotto silenzio troviamo i regni della profezia e della scaramanzia. In questa sede, non si vogliono analizzare (anche se non sarebbe del tutto vano) gli strumenti degli operatori dell'occulto e del mistero (sfere di cristallo, talismani, pozioni ecc.), ma si vuole porre l'attenzione su quelle condizioni particolari per le quali un prodotto della terra, ad esempio, si trasforma, improvvisamente, in uno strumento per officiare un rito scaramantico o divinatorio. La rotazione della mela, con la rottura del picciolo mentre si declama l'alfabeto, per orientare un desiderio o captare chi ci sta pensando; il distacco cadenzato dei petali di una margherita, per stabilire se un sentimento sia corrisposto: il mamanonmama! Qualsiasi oggetto di ferro che, di fronte a segni infausti, diviene un feticcio apotropaico. Più laicamente, ma sempre nell'ambito della "psicosuggestione", la conchiglia come custodia sonora del mare.




Si procede, dunque, per piccoli spostamenti, scoprendo cosa è insito nelle cose. Quello che possono fare ancora per noi.
Concatenazioni di tentativi, potremmo dire, che illustrano convergenze verso soluzioni possibili, alimentando la speranza di una scoperta.
Oggetti che emanano emozioni in termini di aspettativa; che invitano a chiedere altro da loro. La trasposizione come economia produttiva ed espressiva: non riempire il mondo di cose, ma farle fruttificare.
Simple-tech, dunque, come stato mentale, come visione della realtà: dagli oggetti, ai viaggi, alle ricette, alle canzoni, ecc...

http://www.mollica.rai.it/cellulosa/pazienza



Per andare a fare la resistenza in Vespa avevo bisogno di...

Simple-tech, in conclusione, esemplifica e riassume l'importanza della corrispondenza che deve instaurarsi tra le cose e gli individui. Solo nell'adempimento di alcuni fondamenti umani è possibile ritrovare l'aderenza e la pertinenza di quanto viene prodotto dagli artefici.
Del resto l'interrogativo sempre aperto è quello di comprendere che cosa importi alla gente di tutto questo. Che riscontro possa avere in coloro che adorano ed acquistano il kitsch più serioso e tronfio, il falso antico più autentico, l'esotico più provinciale: i medesimi che, allo stesso tempo, incoerentemente, bramano i veicoli più avveniristici e gli accessori più high-tech e streamlined.

E poi diventati ricchi, ci si fa costruire una bella villa al lago e, come ricordo di una infanzia felice e perduta per sempre, si fanno mettere in giardino la serie completa dei nanetti e Biancaneve in cemento colorato.
[B. Munari, Verbale scritto, il melangolo, Genova, 1992, p. 69]

Un resoconto sui feticci contemporanei è stato proposto da Gianluca Marziani.
[G. Marziani, Melting Pop, Castelvecchi, Roma, 2001, pp. 130-146]

Quali produzioni raggiungono effettivamente le persone e popolano le loro dimore? In questa deriva del senso e del consumo, simple-tech potrebbe coincidere con la divulgazione di una sensibilità. Occhi che riescano a vedere quello da cui si è circondati, che a casa applichino questa facoltà per la quale si riconosca, [...] perfino al livello dell'infimo, la presenza dell'insostituibile. Chi non vi riesce ridurrà lo spettacolo del divenire a una successione di equivalenze e di simulacri, a un gioco di apparenze su un fondo di identità.
[E. Cioran, Esercizi di ammirazione, Adelphi, Milano, 1988, p. 121]

NONOSTANTE (Giancarlo Zucca + Marco Zummo)
nonostante@email.it
[16jan2006]

Progetto elaborato in occasione dell'International Travel Souvenir Design Competition 2005 Korea. Al concorso hanno partecipato 650 progettisti provenienti da 39 Paesi. La proposta è stata ammessa alla seconda fase del concorso e gli è stata attribuita una menzione d'onore. Catchwind costituisce l'unica selezione italiana. Al progetto ha collaborato Chiara Moretti.

simple tech

la sezione Simple tech
for a complex world
curata da
Stefano Mirti
e Walter Aprile


laboratorio
informa
scaffale
servizi
in rete


archit.gif (990 byte)



iscriviti gratuitamente al bollettino ARCH'IT news







copyright DADA Architetti Associati