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Sopralluoghi

Monumento ai martiri delle Fosse Ardeatine

Francesco Gatti

In un momento di grande tensione ideale come la fine del fascismo e dell'occupazione tedesca, il comune bandì un concorso per la sistemazione delle cave ardeatine.
Fu il primo concorso d'architettura del dopoguerra dopo la liberazione del 4 giugno 1944, si trattava di fare un monumento in ricordo di quelle 335 persone uccise dai nazisti appunto dentro le cave ardeatine poi fatte crollare con un'esplosione per "isolare" questo terribile delitto dall'umanità.

Il concorso era suddiviso in due fasi: nella prima parteciparono 12 progetti, di cui 4, quelli di Fiorentino, Perugini, Minnucci e Corvatta Scazzocchio, passarono alla seconda fase, nella quale dopo un lungo dibattito vinsero due gruppi di architetti: quello composto da Aprile, Calcaprina, Cardelli, Fiorentino e lo scultore Francesco Coccia, e quello formato da Giuseppe Perugini e Mirko Basaldella.



Insieme questi giovani architetti studiarono il progetto finale in un clima particolare: infatti a due anni dalla tragedia, le bare delle vittime, alcune conosciute, stavano allineate nelle gallerie di tufo, con la presenza costante dei parenti delle vittime in un atmosfera terribile e piena di tensioni e quindi di sollecitazioni progettuali date anche dal sito straordinario posto fra le catacombe di S. Callisto e una zona tufacea di grande fascino, come pure la vegetazione; tipica della zona archeologica dell'Appia antica con i suoi monumenti all'ombra di pini e cipressi.
In questo clima nacque una delle opere più significative anche in campo internazionale di quel periodo.

[27jan2004]
L'idea semplice della pietra tombale unica, significante, forte, priva di retorica celebrativa, solenne, silenziosa ed espressiva, era nata fin dal progetto di primo grado dalla voglia di interpretare il rapporto tra i drammi individuali e la celebrazione civile, l'idea del sacrificio e della morte per un'idea.

Il progetto è basato su pochi elementi che sintetizzano l'austerità e il dramma dei 335 sarcofagi "compressi" dal peso dell'immensa lapide che "galleggia" metafisicamente a un metro da terra e copre con la sua ombra lo spazio scavato sotto il livello del terreno, spazio definito e ordinato in contrasto con la tortuosità delle cave tufacee collegate ad esso da un unico percorso che porta il visitatore dal luogo di sepoltura al luogo dell'eccidio. Questo contrasto si può vedere anche dai cancelli contorti ed espressivi di Mirko Basaldella in contrapposizione con l'espressività ordinata e pura della pietra tombale.

Questo progetto non raccolse subito i consensi dei parenti delle vittime che in alcuni casi si aspettavano una scelta più legata alla retorica funeraria magari anche con più arricchimenti decorativi e, data la particolarità del caso, il progetto fu sottoposto a referendum ai familiari delle vittime, i quali alla fine fecero passare la soluzione che oggi possiamo ammirare.

I materiali usati nella realizzazione del mausoleo non fanno altro che rafforzare l'espressività dell'oggetto: il pavimento e le pareti del sepolcro sono in pietra sperone a spacco di cava, i pilastri in cemento armato sono rivestiti in porfido del trentino, le sepolture sono in granito trattato alla punta. La "pietra tombale" ha una struttura in cemento armato che poggia su 6 pilastri, essa è rivestita da un getto di cemento e breccia di Brescia a sua volta scalpellato in modo da conferirgli un "effetto pietra" riuscito molto bene. La visione finale sarà proprio quella di un monolite in pietra poggiante su sei pietre (porfido), con sottostante un terreno uniforme in pietra (sperone) collegato a cunicoli anch'essi scavati nella pietra (tufo). Il tutto coperto da una vegetazione erbosa con pini e cipressi: l'effetto, anche se suggestivo, non vuole essere retorico o celebrativo né mimetico o paesaggistico, ma una testimonianza espressa dalla simbolica "sepoltura unitaria".

Il mausoleo delle fosse ardeatine è un oggetto architettonico che deriva dal rigore formale-dimensionale e dalla matrice razionalista degli architetti che hanno studiato la costruzione fin nei minimi particolari ricordando il rapporto fra il "sacro" e la tecnica che si trovava nei templi greci dove raffinatissimi espedienti di natura ottica come la impercettibile convessità del basamento del tempio, la sezione ellittica e l'inclinazione delle colonne angolari, le delicate compensazioni geometriche per risolvere il problema del triglifo d'angolo nel fregio dorico, volevano rappresentare un "ordine" immutabile come capacità di esorcizzazione del tempo e della morte, contro il caos e le paure collettive.


Disegno di G. Perugini.

La natura classica di questo edificio la si può trovare nella volontà di dare un "ordine" all'enorme ambiente 25m x 50m, studiando una serie di accorgimenti di natura ottica per evitare deformazioni prospettiche e far "leggere" il volume nella maniera desiderata: infatti si è dovuto alterare il parallelismo tra il bordo superiore della muratura perimetrale e l'intradosso della copertura che a sua volta è stato centinato con una leggera "monta". Il risultato lo si può verificare entrando nel suggestivo spazio interno dove si sente tutto il peso di questa pietra perfettamente percepita dal visitatore in tutta la sua forma e grandezza, suggestione accentuata dallo squarcio di luce pungente che "abbaglia" nella sua continuità lungo il bordo del "terreno" roccioso alto più di due metri.

Naturalmente, la costruzione di questa "scatola di cemento" incentinata ha dato non pochi problemi dal punto di vista della dilatazione termica. Infatti, la si è dovuta munire di un sistema di ventilazione interno alla "scatola" per evitare lesioni dovute alle variazioni di temperatura interno-esterno, e anche di un particolare sistema di smaltimento delle acque.

Ancora oggi, dopo cinquantatre anni dalla sua costruzione, il monumento ai Martiri delle Fosse Ardeatine rimane uno degli edifici più interessanti e significativi di questa "povera" Roma moderna.

Francesco Gatti
mail@3gatti.com

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