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Sopralluoghi

      Vespa. object (à reaction) urbaine

Roberto Zancan



 
 
    Vespa. object (à reaction) urbaine

Istituto italiano di cultura di Montreal
dall'8 al 24 giugno 2006

a cura di:
Roberto Zancan

organizzato con: Consolato Generale d'Italia, Montreal; con la collaborazione di:
Fondazione Piaggio; graphic design: Andrea Soffientino; progetto e allestimento: MUV srl. (Ignazio Lutri, Antonio Busà, Emanuele Perrotta); montaggio e strutture: Eleonora Zilianti, Mathieu Robishaud, Sarah Maillefer, Vincet Lemay; coordinamento generale: Sergio Monti, Gianni Pillonca, Sabrina Melchiorri



 
    La Vespa, scooter messo sul mercato dalla Piaggio nel 1946, ha avuto una rapida e duratura ascesa tra i prodotti della rinascita post-bellica. Ideato da Enrico Piaggio con la collaborazione di Corradino D'Ascanio esso rappresenta uno dei più rappresentativi prodotti del made in Italy. In occasione del suo sessantesimo anniversario l'eccellenza progettuale di questa invenzione e il valore che essa ha assunto nella storia del design sono stati sottolineati da molteplici esposizioni e pubblicazioni. Rispetto a questo vasto panorama di testimonianze la mostra qui presentata intende estendere ed internazionalizzare tali contenuti, in funzione della presentazione del prodotto ad un pubblico straniero e ad un mercato nel quale il piccolo mezzo di trasporto ricomincia ora con grande successo ad essere commercializzato dopo circa venti anni.

 
  [18aug2006]


 

Per raggiungere tali obiettivi l'esposizione rovescia i criteri di presentazione tradizionali. Se, come pare, il nome stesso dello scooter gli fu assegnato dal costruttore, Enrico Piaggio, notando la somiglianza del prototipo all'insetto, la Vespa, più o meno consapevolmente, sembra inevitabilmente produrre sempre delle associazioni ad altro da sé. Ispirandosi alla concettualizzazione surrealista degli oggetti e alla celebre espressione impiegata dall'architetto Le Corbusier per definire gli elementi che nutrivano le sue creazioni -"objects à reaction poetique"-, la mostra cerca così di rendere conto principalmente di queste qualità immaginative della Vespa, la cui vicenda è legata tanto alla riconversione industriale quanto alla storia della comunicazione, della pubblicità, dell'immaginario, del costume, del paesaggio, della mobilità, dell'apertura verso i mercati internazionali.

Anziché illustrare cosa è la Vespa (uno scooter, un prodotto industriale, ecc.), l'esposizione prova a restituire il suo carattere di oggetto non indifferente. Il suo essere qualcosa (un veicolo, un simbolo, ecc.) di fronte al quale nessun luogo sembra restare neutro, e questo a partire da due caratteristiche fondamentali del prodotto: il suo essere eminentemente urbano ed il suo essere inequivocabilmente moderno. Inserita in contesti (sociali, culturali, etnici) differenti, la Vespa produce fenomeni e comportamenti sempre diversi e inattesi, che ne evidenziano tanto i valori di fenomeno globale, quanto ne confermano l'identità di produzione italiana, volta a trasmettere non solo una merce ma anche un modo di vita. In altre parole una figura rivelatrice della cultura urbana e delle sue infinite differenze... Un "object à reaction urbaine"!



TECNICA. Caratteristica saliente dell'invenzione Vespa è la scocca portante in lamiera d'acciaio (con saldatura elettrica per punti di concezione automobilistica) che ingloba la forcella monotubo anteriore con ruota a sbalzo (di derivazione aeronautica). In altri termini telaio e carrozzeria coincidono, distinguendo immediatamente la Vespa Piaggio dalla motocicletta (in cui è presente la catena di trasmissione, il motore è in vista ed è sostenuto, come gli altri elementi da una struttura tubolare) e dai precedenti scooter dai quali più o meno direttamente prende ispirazione (le piccole moto delle truppe aviotrasportate anglo- americane Cushmann, Welbike, ecc., alle quale si ispira ed è molto più vicina la "rivale" Lambretta Innocenti).


 






   

Il progetto Vespa muove da un'ipotesi di comfort più spinto della motocicletta e soddisfa quello che si potrebbe definire una sorta di "design necessario". È l'idea della poltrona con le ruote, della sedia di casa montata su un motore che consente di spostarla senza alzarsi, con aggiunta la ruota davanti per sterzare e una pedana su cui poggiare i piedi. Da questi dati di base comincia la "reazione"! In questo senso la Vespa rappresenta anche un'uscita dal "domestico" e la misura di una scala urbana, vera e propria antropometria, dell'uomo in un contesto urbano. La Vespa serve per andare da una via all'altra, da un quartiere all'altro, e comporta una visione dal basso scarsamente congestionata, più dinamica e vivace dell'automobile e apparentemente priva di vincoli di parcheggio dati da questa. Mezzo prettamente non extra-urbano, la Vespa si oppone dunque all'automobile che serve per andare da una città all'altra. Che poi l'utilizzo della Vespa si sia esteso anche al di fuori della città - dalle gite fuori porta ai raid dei Vespa Club - potrebbe essere interpretato non solo come un ulteriore esito della bontà dell'invenzione, ma forse anche oltre un esito del cambiamento stesso nel frattempo avvenuto della stessa città contemporanea.



UBIQUITÀ. La Vespa, questa icona del moderno, è identificata con il sogno collettivo del trasporto individuale autonomo promesso dall'avvento della motorizzazione di massa. Ma la Vespa, per le sue dimensioni, per le capacità di superare ogni congestionamento del traffico, va oltre l'automobile.

 






  Non solo le sue forme e le sue caratteristiche tecniche esprimono la popolarizzazione dell'idea eroica del volo, ma essa esprime la stessa immagine di possibilità di spostarsi senza vincoli dell'elicottero... Ed infatti, con questo mezzo la Vespa condivide il medesimo inventore, l'abruzzese Corradino D'Ascanio, tra i primi a brevettare e a far volare dei prototipi di veicoli a pale.

Il desiderio dal quale la Vespa scaturisce pare dunque lo stesso: quello dell'ubiquità, dell'essere-dovunque in un'epoca segnata dall'individualismo, della libertà assoluta di movimento e di abitazione, di una domesticità estesa ovunque, espresso da molte avanguardie. Su questo piano, che potremmo anche chiamare del "tappeto volante", di fatto la Vespa precede il boom dell'utilitaria e, quello più recente, dei molti veicoli di dimensioni ridotte (dalla Mini alla Smart). Un desiderio che i maestri del "moderno" immaginano già durante la crisi degli anni Trenta nei loro disegni per città del futuro (la Broadacre City di Frank Lloyd Wright) e cercheranno di realizzare in quegli stessi anni in cui la Vespa comincia ad essere commercializzata (i progetti di Le Corbusier per il Palazzo delle Nazioni Unite).



RICOSTRUZIONE. La Vespa nasce dalle ceneri del secondo conflitto mondiale (i primi disegni della cosiddetta Paperino, ancora una moto, e senza il contributo di D'Ascanio, sono datati 23 aprile 1945, vale a dire due giorni prima della fine del conflitto). Oggetto del dopoguerra, essa è un concentrato della cultura costruttiva nazionale, fino a diventare un simbolo emblematico dell'orgogliosa "inventiva" della riconversione industriale, che vede la Piaggio passare dalla produzione dei più grandi bombardieri fascisti a quella di un minuscolo veicolo popolare, sostenuta dei finanziamenti del Piano Marshall.

 
    Ciò specifica un primo immaginario associabile alla Vespa, quello della produzione industriale e materiale piuttosto che quello dell'oggetto d'uso. L'idea di una ricostruzione sociale che si giustificata anche nel fatto che alla fine della guerra la campagna si spopola, e la popolazione si concentra sempre più in città. La Vespa fiorisce anche dall'esigenza di motorizzare gli italiani, che sono ancora troppo poveri per potersi permettere l'automobile, la loro Ford T. Post-fascista, in quanto accentua la mobilità repressa dal regime, la Vespa non è giudicata però per lungo tempo strumento di emancipazione delle masse, per le aspirazioni materiali e consumistiche che essa implica. Non a caso è la più industriale, meno estetica, militare e militante Lambretta ad essere caricata del valore di mezzo operaio e di sinistra.

Nata per essere un veicolo economico facile da gestire più ancora che da acquistare, la Vespa è stata e continua ad essere, fuori di un'Italia che ha nel frattempo elevato i propri standard di vita, come un mezzo che non si getta mai, ma può sempre essere riparato o trasformato in altro.



SPREZZATURA. La Vespa esprime, quale indiscutibile surplus alle praticità e funzionalità d'uso, un'idea di eleganza diffusa. Agli antipodi della bicicletta futurista, la sua forma applica recupera lo streamline che già si era affermato, grazie a designer come Loewy e Geddes, alla World Fair di New York del 1939 e nella quale aveva fatto la sua comparsa anche la televisione. Design al tempo stesso bloccato e diffuso dalla guerra e dai bombardieri.



A questa affermazione di stile la Vespa associa però qualcosa d'altro, la riconversione dello streamline in oggetto popolare e simbolo "moderno" di rinascita ed emancipazione, vale a dire un'idea di sobrio progresso, reso elegante e accessibile, che è un segno distintivo del design italiano. Tali aspetti, associati ad una radicalizzazione dell'interpretazione della Vespa come antagonista della motocicletta sarà all'origine, all'inizio degli anni Sessanta, anche al sorprendente fenomeno dei Mods.



Nato in Gran Bretagna nel momento di affermazione delle mode giovanili, tale espressione di stile musicale, di costume, di modo di vita, rappresenterà la volontà di affermare un eleganza prettamente "moderna" e nata dalle classi popolari. La ripresa dei questo stesso stile, alla metà degli anni Ottanta, diventerà invece a sua volta forse la prima espressione della ciclicità dei fenomeni di moda ed annuncerà la rivalutazione nostalgica del passato e delle sue icone da parte di società povere una volta raggiunta l'opulenza oggi tanto presente.



 
    ILLEGALITÀ. Mezzo della meccanica diffusa e praticabile al principiante, la Vespa è sinonimo di motore truccato, veicolo manomesso, carrozzeria modificata e... di furto (e invenzioni d'antifurto!). Sebbene queste condizioni siano oggi sempre più espressione della globalizzazione del fenomeno Vespa, che invece assiste ad un "regresso entro i termini di legge" nel paese d'origine, lo scooter Piaggio ha rappresentato a lungo un simbolo di illegalità urbana diffusa. A lungo, e tuttora in numerose regioni d'Italia, condurre la Vespa in città ha implicato uno stile di guida che associa i vantaggi del mezzo con un'infrazione sistematica del codice della strada: sgusciare tra le auto per evitare incolonnamenti e traffico, utilizzo senza casco, parcheggio sui marciapiedi, etc. Eppure, a fronte di questi comportamenti che sono espressione di esigenze e necessità quotidiane, spesso portatori di una cultura e un'eticità alternativa e, a volte perfino orgogliosamente nazionale, sono sicuramente associati alla Vespa alcune manifestazioni che la designano anche come "mito negativo". Lo scippo, l'impennata, la caduta, l'incidente, ecc., rappresentano ad esempio fenomeni che assegnano un valore di pericolosità e di illegalità al mezzo che, tra la fine degli anni Settanta e per tutti gli anni Ottanta ha vissuto un vero e proprio momento di decadenza (al quale hanno contribuito anche la produzione di modelli poco riusciti - al punto di giungere perfino al tentativo perfino di inventare uno scooter alternativo, seppur quasi identico nelle forme, dall'emblematico nome di "Cosa").



 




  FEMMINEO. La risposta progettuale originale della Vespa prende spunto dalla bicicletta da donna, sgombrando lo spazio tra seduta e manubrio solitamente occupato, nelle motociclette tradizionali, dal sistema telaio-serbatoio-motore. La Vespa è l'unico mezzo di trasporto a due ruote in cui è pratico vestire le gonne... In quanto antitesi della moto, la Vespa è simbolo di equità tra generi. Su questo piano essa è, ancora di più, l'antitesi della bicicletta. Idealmente infatti la Vespa si oppone alla "fatica". Esteticamente gradevole, non richiede alcuna applicazione della spinta muscolare. La ventilazione asciuga il sudore e consente di guadagnare tempo per praticare, eventualmente, lo sport come diletto e non come sforzo. Essa implica uno "stare in forma" che esclude l'anti-estetico abbigliamento sportivo e nega la necessità di un corpo standardizzato. Affermatasi nell'epoca d'oro del ciclismo su strada, durante la rivalità tra Fausto Coppi e Gino Bartali (ma anche dell'Oscar a Ladri di Biciclette), la Vespa con scudo, parafango e carenature proteggeva -almeno parzialmente- dalla polvere e dai disagi delle strade urbane ed extraurbane. Soluzioni che innovative non presenti nelle Auto-Fauteil francesi di inizio Novecento e negli esclusivi scooter per i campi da golf e i parchi delle ville hollywoodiane degli anni Venti e Trenta.

"Rotonda", leggera, anti-aggressiva, anti-eroica, pensata per non fare fatica, con un baricentro basso e facilmente manovrabile ,la Vespa esprime una pratica del movimento urbano che si oppone al mito maschile della velocità, del superamento e del record, nella quale anche stare seduti, parcheggiati o meno sul doppio cavalletto, trasforma un "oggetto di moto" in un "oggetto di sosta", una "panchina" sulla quali chiacchierare, leggere il giornale e... perché no? Accoppiarsi.



 


   
  ALTROVE GLOBALE. Vi sono pochi altri prodotti italiani come la Vespa ad aver avuto una penetrazione di mercato così universale. Non solo la Vespa -e la sua felice estensione a tre ruote Ape Car- è un oggetto esportato ovunque, ma essa ha avuto e continua ad avere numerosissimi tentativi di imitazione e licenze di produzione all'estero (dall'India, al Vietnam, agli Stati Uniti). A fronte di un oggetto che nel panorama globale resta sostanzialmente inalterato, si assiste ad innumerevoli mutamenti dello status sociale che il suo utilizzo, possesso ed esibizione manifesta e restituisce (i quali, a loro volta, provocano straordinarie modifiche dell'oggetto). Dove domina il benessere la Vespa ridiventa un oggetto di design di culto, dove il benessere non c'è la Vespa diventa un oggetto comodo per lavorare, di basso costo e bassa gestione, praticamente indistruttibile e facilmente riparabile.

Se nella popolosa India la Vespa e l'Ape Car rappresentano tuttora l'unico mezzo di lavoro per le masse -confermando di fatto le condizioni di origine del prodotto alla fine della Seconda Guerra Mondiale-, inversamente i modelli su licenza indiana rappresentano in Italia oggi preziosi pezzi da collezionisti.

Se nella Montreal un tempo dei "motard" la Vespa sembra oggi il mezzo preferito dalle ragazze, a New York essa appare un microbo stradale utilizzato a scopo elitario dagli yuppies, laddove a Seattle e Vancouver -nonostante la pioggia- viene esibita come un'icona di del green Nothern-East style of life.



Se in Vietnam la Vespa Piaggio -e solo lei- rappresenta un mezzo ambitissimo, riservato in modo esclusivo ai figli dei nuovi arricchiti, a Londra e Berlino appare un mezzo utilizzato oggi solo dagli Skinheads, a Parigi esprime originalità e a Milano, infine, esprime una complesse qualità che si riformulano e dialogano in continuo con la scelte di acquistare mega-scooter giapponesi, enduro desertici, o naked Ducati.



MOVING VESPA. Sorprendentemente i film italiani in cui la Vespa ha un rilevante ruolo scenico, non associano al mezzo un significato edificante, o positivo. Se l'agente cinematografico Walter Chiari utilizza questo mezzo per cercare di appartarsi con una mamma romana (Bellissima, Mamma Roma) tutta intenta a lanciare la propria figlia nel modo della celluloide, gli stessi "paparazzi" in scooter felliniani (La Dolce Vita, Totò Peppino e la Dolce Vita), sembrano sottolineare ulteriormente la decadenza dei costumi della Hollywood approdata sul Tevere tra la fine degli anni Cinquanta e la metà degli anni Sessanta, piuttosto che evocare spensieratezza e gioia di vivere.



Tale atteggiamento -estendibile in parte anche nel giudizio di altri paesi europei- non muta con l'apparizione dei primi jeans (Les Tricheurs, Urlatori alla sbarra), e poi dei costumi beats e mods (La battaglia dei Mods, The Wild Angels) e peggiora ulteriormente nei polizieschi degli anni Settanta, nei quali la Vespa diventa simbolo di scippo, violenza urbana (Il Cittadino si Ribella), fino a trasformarsi tra la fine dagli anni Ottanta (Mery per Sempre) e la prima metà degli anni Novanta (I Buchi Neri), addirittura in luogo di prostituzione e generale degrado.

 
   

Ci si potrebbe chiedere se non è forse solo attraverso il recupero del valore positivo assegnato alla Vespa dalle pellicole straniere (Roman Holiday, No My Darling Daughter, The World of Suzie Wong) -o le mode da esse innescate (Rebel withour a cause, Il selvaggio, Quadrophenia)- che il mondo cinematografico italiano costruisce solo in seconda istanza -in gran parte ricorrendo a parodie e commedie (Un americano a Roma, Vacanze ad Ischia, Mimì metallurgico ferito nell'onore, Avanti!)- un valore positivo per un motociclo in fondo considerato inequivocabilmente espressione di povertà e sottocultura (Poveri ma belli, Il ragazzo del Pony Express), come tuttora avviene per la maggior parte degli scooter nei paesi emergenti (Cyclo, Salaam Bombay). Solo una volta diventata "moda", espressione "vintage" (Of love and shadows, Jack Frusciante è uscito dal gruppo, The Talented Mr. Ripley, The Interpreter), la Vespa viene rappresentata positivamente dal cinema (Respiro) per le pratiche che essa consente e facilita (libertà di movimento, andare a zonzo, mezzo di coppia, ecc.), fino ad essere nobilitata, anche sul piano intellettuale, dal più politico dei registi italiani contemporanei: Nanni Moretti (Caro Diario).

Roberto Zancan
roberto.zancan@gmail.com
 

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