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Sopralluoghi

       Zero Gravity. Dramma giocoso

Stefano Guidarini



 
 
    Zero Gravity
Franco Albini Costruire le modernità

Triennale di Milano
dal 28 settembre al 26 dicembre 2006

cura scientifica: Fulvio Irace
progetto di allestimento: Renzo Piano con Franco Origoni
coordinamento: Federico Bucci
curatori delle sezioni tematiche: Macchine celibi, a cura di Fulvio Irace; La Città Nuova: Milano e l’architettura razionale, a cura di Matilde Baffa; Spazi atmosferici: l’architettura degli allestimenti, a cura di Federico Bucci; Gli oggetti dell’abitare, a cura di Silvana Annicchiarico; Stanze della memoria, a cura di Marco Albini; Modernità e tradizione, a cura di Augusto Rossari; L’arte del porgere: il museo tra Albini e Scarpa, a cura di Marco Mulazzani e Orietta Lanzarini; La tecnologia e la città, a cura di Claudia Conforti.



 
    I misteri dell'interpretazione, si sa, sono insondabili. Se non si hanno particolari velleità filologiche, si rimane affascinati da quelle riletture interpretative che, sebbene parziali ed esasperate, sono capaci di far sognare e di svelare nuovi orizzonti, sconosciuti perfino allo stesso autore. Pensiamo, ad esempio, alle trascrizioni bachiane di Glenn Gould, al Macbeth di Vittorio Gassman o alle ultime sinfonie di Tchaikovsky dirette da Leonard Bernstein, con quelle pause lancinanti che ne drammatizzano a dismisura il lato tragico. Anche le trasposizioni in contesti contemporanei di opere liriche ambientate nel passato, sebbene siano sempre connotate da un paradosso cronologico, sono interessanti soprattutto perché strappano lo spettatore da una passiva consuetudine e lo inducono a misurarsi con un nuovo e spiazzante contesto interpretativo.

  [11nov2006]
    La mostra Zero Gravity genera, di primo acchito, proprio una sensazione di astrazione temporale, simile ad una Walkiria di Chereau o a un Don Giovanni nel Bronx. L'aereo allestimento di Renzo Piano e Franco Origoni ha infatti esasperato la leggerezza albiniana, mediante il policarbonato trasparente e i sottili tiranti d'acciaio, il minimo necessario per sostenere i disegni, gli oggetti e le fotografie. Ne risulta un allestimento immateriale (che ricorda vagamente quello di Rogers, Gregotti e Stoppino per la mostra Architettura, misura dell'uomo della IX Triennale del 1951) e che trasporta Albini fuori dal suo secolo per farlo immaginare a noi contemporaneo. L'effetto è senza dubbio spettacolare ed elegante, molto apprezzato dal pubblico e, bontà sua, perfino da Vittorio Sgarbi.

 
    Accettato il parallelo del critico come artista, possiamo dire che curare, coordinare e allestire una mostra su Franco Albini è un po' come tentare di affrontare il Don Giovanni mozartiano. Qualunque interpretazione è come una coperta corta: lascia scoperti altri aspetti che, proprio per il fatto d'essere ambigui, non possono essere tenuti insieme. Se del Don Giovanni si privilegia il lato tragico se ne perde l'aspetto ironico e viceversa. Non a caso Lorenzo Da Ponte l'ha definito con un ossimoro: dramma giocoso. Lo steso vale per Franco Albini, una figura talmente complessa che per definire la sua opera gli ossimori (e i luoghi comuni) si sono sprecati: "equilibrio instabile, silenzi eloquenti, astrazione lirica" e così via.

 


 

Un'interpretazione radicale ha bisogno di una cosa essenziale: deve essere coerente, non deve concedere nulla al compromesso. La scelta di selezionare un particolare aspetto della variegata complessità albiniana -la levità, ossia la voglia di affrancamento dalla forza di gravità- è degno del massimo interesse, anche perché fra tutti è forse il più difficile da isolare e da rappresentare. Tuttavia, rispetto al titolo, che lascia immaginare una severa selezione di progetti aderenti ai temi della leggerezza in tutte le sue declinazioni, vi sono troppe opere in mostra e non tutte riconducibili a questo indirizzo critico. L'ampio ventaglio delle opere esposte riporta la mostra nell'alveo delle esposizioni omnicomprensive e divulgative, come d'altronde ci si può legittimamente aspettare da un'occasione celebrativa del centenario della nascita, che si unisce alle altre su Carlo Mollino (a Torino) e su Ignazio Gardella (a Genova).

 
    Né si potrebbe pretendere, in quest'occasione, particolari approfondimenti su alcuni temi specifici della esegesi albiniana: il sodalizio con Franca Helg (del tutto ignorato), i risultati delle sue ricerche sulla casa popolare (condotte in parte con Ignazio Gardella), il suo rapporto con la tecnica e la materia, il profondo senso morale della sua ricerca progettuale. In particolare, dispiace solo che fossero relativamente pochi i disegni esecutivi esposti, vere e proprie pagine di un ideale manuale dell'architetto.

Occorre anche ricordare che la levità è un aspetto particolare della ricerca di Albini, legata in modo più evidente, coerente e ricorrente agli allestimenti espositivi, agli interni e agli arredi, e in solo in modo saltuario e conseguente al campo architettonico-edilizio nel quale, peraltro, ha saputo esprimere anche il concetto opposto alla leggerezza, legato all'inevitabilità della gravità. Per quanto riguarda gli allestimenti, non se ne trova uno che non esprima il concetto di levità: con elementi appesi, con tiranti metallici o con velari e tessuti sospesi, in un ventaglio di declinazioni che esprime il senso di un importante filone di ricerca progettuale, autonomo e costante. Nel campo del disegno d'interni, la scala ottagonale sospesa di Palazzo Rosso, oppure la "Stanza per un uomo" della VI Triennale, con la quale inizia felicemente la mostra, sono in tal senso esempi straordinari. Lo stesso dicasi per gli arredi: valga come esempio-limite la libreria Veliero del 1940, disegnata da Albini per la propria abitazione e giustamente apprezzata e valorizzata nella mostra. La leggenda vuole che una notte, in casa di Albini, la libreria sia crollata con fragore come un Icaro moderno che aveva troppo osato nella sua sfida alla gravità.

Nell'architettura, invece, la levità albiniana rappresenta un aspetto più complesso e articolato, che si esprime in via indiretta e mediata attraverso un processo di scomposizione e ri-composizione degli elementi costruttivi (si potrebbe dire delle membrature dell'edificio). E' proprio attraverso questo procedimento, nel quale la levità è una delle conseguenze, che sono nati i grandi capolavori di Albini: il rifugio Pirovano a Cervinia, Il Palazzo per Uffici INA a Parma e la Rinascente a Roma (realizzato con Franca Helg).

 
   

Del rifugio Pirovano si resta incantati di fronte all'inarrivabile maestria mostrata nella comprensione e nella selezione degli elementi costruttivi tradizionali (la colonna e il capitello in pietra; la trave, l'impalcato e la parete in legno, ecc.) e nel loro successivo ri-montaggio, che genera un edificio al tempo stesso tradizionale e modernissimo. Illuminanti e preziosi sono, in tal senso, i disegni pubblicati nel catalogo.

Del Palazzo INA -che ha peraltro influenzato più di una generazione di architetti parmensi– non possiamo non stupirci di fronte alla ricomposizione costruttiva delle singole parti dell'edificio: le travi e i pilastri con riseghe in cemento, le pareti in mattoni, isolate dalla struttura e private inopinatamente del loro peso. La distinzione e la riconoscibilità dei singoli elementi si spinge fino alla scomposizione della finestra e della tapparella esterna. Dell'edificio per la Rinascente a Roma colpiscono invece l'analogia formale e concettuale con il palazzo: il basamento che, sotto il sole romano, resta in ombra e quindi prevalentemente scuro; il corpo caratterizzato dalla struttura verticale in ferro, dalle pareti a riseghe e dai ripetuti cornicioni marcapiano in ferro, con le loro interpunzioni che alludono ai dentelli degli ordini ionico e corinzio. Il tutto concluso, in sommità, da un prepotente marcapiano che, sebbene alleggerito e semi-trasparente, non può non ricordare l'esagerato coronamento michelangiolesco di Palazzo Farnese.

 




    In altri progetti sembra invece che Albini voglia interpretare un concetto opposto all'aspirazione alla leggerezza, ossia il dramma della forza di gravità, la sua incombenza e la sua inevitabilità, come ad esempio nell'ipogeo Museo del Tesoro di San Lorenzo, con quei muri in pietra e quei soffitti nervati che esprimono la resistenza contro il peso del suolo che incombe; oppure con il Terzo palazzo per uffici Snam, con quei marcapiani porta-impianti che ricordano e amplificano la modanatura convessa a cuscino dell'ordine composito, ripresa da Raffaello per Villa Madama; o ancora negli Uffici comunali di Genova, con la disposizione a gradoni che si adagia al profilo naturale del suolo.

 
    Zero Gravity è una mostra che ha il merito, oltre che di ricordare a chi ne avesse bisogno la grandezza di Albini, anche di farci cogliere la sua sardonica ironia, come ad esempio nello smontaggio e nel rimontaggio tra due pannelli di plexiglas dei singoli elementi di una radio (tuttora funzionante). La mostra ci richiama alla mente anche il valore di una professionalità mai appagata ma sempre dedita ad un'instancabile ricerca. Ci fa capire che per Albini il risultato progettuale era come la punta di un iceberg: quello che si vede è solo il 10% del lavoro di preparazione e di studio, che resta sommerso. Albini non era propriamente un intellettuale, parlava e scriveva pochissimo. Le sue uniche enunciazioni teoriche, sui temi della tradizione e dell'allestimento espositivo, traevano origine dalla sua stessa attività pratica. In questo senso, sono giustamente evidenziati anche alcuni aspetti del metodo progettuale di Albini come, ad esempio, la trasposizione di soluzioni formali e tecniche da un progetto all'altro, che è una delle costanti della sua attività.

Zero Gravity si potrebbe definire un'opera collettiva, nella quale sono confluiti numerosi apporti critici. Curata da Fulvio Irace, coordinata da Federico Bucci, è organizzata per sezioni tematiche affidate a diversi responsabili: Macchine celibi a cura di Fulvio Irace; La Città Nuova: Milano e l'architettura razionale a cura di Matilde Baffa; Spazi atmosferici: l'architettura degli allestimenti a cura di Federico Bucci; Gli oggetti dell'abitare a cura di Silvana Annicchiarico; Stanze della memoria a cura di Marco Albini; Modernità e tradizione a cura di Augusto Rossari; L'arte del porgere: il museo tra Albini e Scarpa a cura di Marco Mulazzani e Orietta Lanzarini; La tecnologia e la città a cura di Claudia Conforti. L'iniziativa è il risultato di un progetto legato al Comitato per il Centenario della nascita di Albini, Gardella e Mollino, che riunisce tre mostre organizzate in altrettante città: Franco Albini architetto (alla Triennale di Milano, dal 28 settembre al 26 dicembre 2006); Ignazio Gardella architetto (Palazzo Ducale di Genova, dal 24 novembre al 30 gennaio 2007); Carlo Mollino architetto (Archivio di Stato di Torino, dal 12 ottobre 2006 al 7 gennaio 2007).

Stefano Guidarini
stefano@guidarini-salvadeo.it
 
    > FRANCO ALBINI: IL CENTERNARIO DELLA NASCITA    
       

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