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KENGO KUMA & ASSOCIATES. Water/Glass



L'ARCHITETTURA ZEN CHE SI ARMONIZZA CON L'AMBIENTE, SENZA RINUNCIARE AL COMFORT DELL'HI-TECH. Esiste un modo di costruire e intendere lo spazio che caratterizza e rende riconoscibili l'architettura in Giappone? Direi di no, pur a dispetto dell'interessante padiglione giapponese all'ultima Biennale di Architettura di Venezia (2004), in cui, con grande abilità, si ricostruiva uno spazio virtuale nipponico dove in ambienti fluidi ma affollati di oggetti confluivano consumo, cultura tecnologica, manga, miti televisivi e feticci metropolitani. Vale a dire motivi di identità nazionale che, se hanno il merito di evidenziare caratteristiche comuni, corrono sempre il rischio di trasformarsi in stereotipi o peggio -come sta accadendo a proposito di recenti e parallele scoperte sulla identità della cultura italiana- in mitologie che veicolano l'attenzione su aspetti locali illusori o superficiali.

[07aug2005]
Nel caso del Giappone e dei Paesi Asiatici, i miti più ricorrenti sono l'orientalismo e l'ipertecnologismo. Il primo esalta oltre ogni misura un certo modo che avrebbero i giapponesi di concepire lo spazio vuoto, il carattere rituale della cerimonia del tè, il senso di continuità con la tradizione consistente nella distruzione e periodica ricostruzione dei templi. L'ipertecnologismo esalta, invece, la vitalità della disordinata metropoli giapponese, lo spaesamento, gli ufo-robot e si arrocca dietro un'uguaglianza ritenuta indubitabile: precarietà-degli-edifici=consumo-delle-forme=velocità=hyper-tech. Uno sguardo disincantato mostra invece che, oggi, architetti come Kengo Kuma (e con lui Waro Kishi, Kazuyo Sejima, Shigeru Ban solo per citarne alcuni appartenenti alla ultima generazione) affrontano e seguono vie tra loro diverse. Kuma, per esempio, si focalizza su poche e essenziali geometrie per dare vita ad un'architettura povera di segni ma tutta incentrata sulle relazioni con la luce, con le forme primarie dello spazio, con la natura e l'ambiente.



L'architetto giapponese da anni dichiara la necessità di un'inversione programmatica rispetto alle generalizzate tendenze insediative del XX secolo. Ribaltando l'interpretazione razionalistica dell'edificio come "oggetto sullo sfondo" e superando ogni isotropismo spaziale modernista, egli muove in favore di una considerazione più comprensiva e rispettosa del contesto ambientale; così al problema dell'indifferenza al luogo lui oppone architetture che proprio nel sito ricercano gli elementi della sua genesi progettuale. Uno scenario panoramico interessante, un'impenetrabile massa boschiva, un grande bacino artificiale, una condizione orografica inusuale o più semplicemente un vuoto in una pianura d'entroterra costituiscono di volta in volta il punto di partenza per l'elaborazione dell'idea progettuale, per la definizione delle esperienze percettive e per la scelta dei materiali costruttivi.





Lo stesso accade nella Water/Glass house dove, paradossalmente, l'acqua diviene cruciale elemento costruttivo e referente semantico; la vibrante superficie fluida che attornia l'ambiente completamente vetrato del soggiorno costruisce un secondo pavimento mutevole, una giacitura spaziale instabile, un'ideale insenatura dell'oceano di fronte. In questo modo il piccolo vano, attraversato dalla luce e percorso dai venti, fa propri i valori del sito suggerendo esperienze prima di tutto contemplative. Costruito nel 1995 sulla suggestiva costa di Atami, l'edificio, che sembra una navicella atterrata sull'oceano Pacifico, è disposta su tre livelli, parte dei quali destinata alla cura del corpo e al relax, collegati tra loro da scale di vetro e acciaio. L'ultimo piano è invece circondato da un invaso con 15 centimetri di acqua, sul quale sembrano galleggiare tre scatole vetrate (i lounge living) collegate con sottili passerelle.

Water/Glass nasce quindi come dépendance della Huga Villa, un'icona del Movimento Moderno progettata negli anni '30 dall'architetto espressionista Bruno Taut. Proprio le teorie di Taut, coniugate al senso nipponico per lo spazio, hanno suggerito a Kuma un'architettura che aspira a scomparire, nascondersi, monomaterica ma con dettagli accurati e allo stesso tempo semplici.







L'edificio, in bilico tra aria e acqua, avvolto dall'azzurro del cielo e dal rosso dei tramonti, sembra abbandonare le sembianze del landmark per assumere quelle dell'"accidente" tettonico, della propaggine, mentre gli interni allestiscono panoramiche promenade o racchiudono stanze. Così accade nel caso del mare e dei colori del tramonto che diventano elementi del progetto conferendo matericità all'assoluta trasparenza delle pareti: una sorta di prelievo dello spazio al di fuori. Il living arredato, progettato e collegato nei suoi tre ambienti da una leggera passerella di vetro che guarda all'Oceano attraverso il filtro specchiante del parterre invaso dall'acqua, è l'esempio che ci fa cogliere con chiarezza il delicato rapporto di equilibrio esistente tra forma e materiali, tra carattere e poetica dell'architettura. I materiali -vetro, cemento, marmo, acciaio- sono denudati da qualsiasi sovrastruttura culturale od interpretativa, così che il confine tra interno ed esterno assume la natura di semplice involucro permeabile. Se si osserva dall'alto, si capisce come questa architettura trasparente e leggera percorra la strada dell'esaltazione del luogo, come le caratteristiche morfologiche e naturalistiche del territorio siano riportate dall'architetto ad una concezione quasi primordiale del paesaggio percepito come monumento irrinunciabile.



La costruzione affonda poi nel terreno/acqua come inghiottita da movimenti tellurici, mentre il corpo dell'architettura prima scompare poi riaffiora fluttuante, come sospeso a mezz'aria. Il progetto torna quindi a disegnare architetture ispirate dal tempo, vigorose eppur discrete, mentre la sintesi creativa assorbe dal luogo energie sotterranee, accadimenti atmosferici, suggestioni tattili ed espressioni acustiche che trasformano l'edificio in paesaggio.

Del resto, l'architetto noto per le sue originali "Bamboo", "Plastic" e "T-House", ma anche per la sede di Louis Vuitton a Tokyo, da sempre ha espresso le proprie posizioni a favore di una concezione intima e raccolta della costruzione, dove spazio, luce e materia giocano un ruolo di primo piano. E la Water/Glass house, premiata nel 1997 con il DuPont Benedictus Award, vive proprio del rapporto con l'ambiente che sembra penetrarla non solo attraverso la trasparenza delle vetrate ma anche, e soprattutto, attraverso l'idea che l'acqua sia uno degli elementi costruttivi, così come il cemento che la sostiene e la griglia di acciaio a lamine sottilissime che ne disegna la copertura. Come dire che l'architettura non decide il materiale, ma al contrario è il materiale a decidere l'architettura e il pubblico osserva opere fatte di paesaggio e materia, edifici che pur non rinunciando all'indipendenza dell'astrazione formale raggiungono l'equilibrio dell'integrazione, dell'inclusione dell'ambiente, narrando una scomposta ma sorprendente estetica della sparizione.

Marco Ligas Tosi
KENGO KUMA & ASSOCIATES. Water/Glass

luogo:
Atami, Shizuoka Prefecture

progettisti:
Kengo Kuma and Associates

progetto strutture:
K. Nakata and Associates

ingegneri meccanici:
Kawaguchi Engineering Consultant

impresa di costruzioni:
Takenaka Cooperation

cronologia:
1992-1995

dimensioni:
superficie dell'area: 1281,21 mq
superficie occupata dall'edificio: 568,89 mq
totale superfici costruite: 1125,19 mq

struttura:
cemento armato e telaio metallico

SOPRALLUOGHI: LIGAS TOSI: KENGO KUMA. SELECTED WORK 1994-2004

KENGO KUMA & ASSOCIATES

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Luigi Alini
"Kengo Kuma. Opere e progetti"
Electa Mondadori, 2005
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