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Architetture

MDU ARCHITETTI. Teatro comunale di Acri



Alcuni tratti accomunano il Teatro di Acri al Teatro di Montalto di Castro sempre dello stesso gruppo di giovani architetti, e anche questo in costruzione. Si tratta sicuramente di un exploit non frequente nel panorama architettonico del Belpaese.

[27nov2006]

Alessandro Corradini, T.A.T., 1996; cm 120x210.

Dunque una felice eccezione. Conosco da tempo il capogruppo Alessandro Corradini che è stato un mio allievo di "bottega", dotato di una forte personalità che ho cercato di rispettare integralmente. Diciamo che la sua naturale tendenza "concettuale" era così evidente che si inseriva in maniera diretta nel corso degli umani eventi (per dirla con Benjamin Franklin), agli inizi degli anni '90. La cultura architettonica, specie quella italiana, sentiva l'urgente bisogno di chiudere il capitolo della post-modernità e del post-radicalismo, e di ritrovare la via maestra, la "main street", di una modernità senza se e senza ma, di una modernità "assoluta" in grado di riprendere il cammino dal Rinascimento all'Illuminismo, alla Rivoluzione industriale, al Bauhaus, ai grandi maestri del movimento moderno. Per questo dopo aver presentato Alessandro nel catalogo di una sua mostra personale che si chiamava T.A.T. (Territori ad Alta Tecnologia), a Firenze, lo presentai alla Accademia Schloss Solitude a Stoccarda per una borsa di studio. Anche in veste di artista, la sua natura concettuale si rivelava profonda e convinta. Tanto che se dovessi fare un paragone, mi viene subito in mente Robert Morris, uno dei padri di un concettuale ascetico e rigoroso, di recente in mostra al Centro Pecci di Prato.

  Devo dire che agli inizi degli anni '90 stavo conducendo una personale battaglia per separare il neo-concettuale dal post-minimalismo con cui può, ancora oggi, venire spesso confuso. Questo perchè gli UFO, gruppo da me fondato a metà degli anni '60, hanno avuto una radicalità Pop ma anche compresente una attitudine concettuale per la lettura del territorio e dei suoi segni. Insomma ci si può intendere in nome dell'intelligenza, anche se portati ad esiti diversi. Dirò di più.





Agli inizi ho seguito la sua tesi su un Parcheggio in viale Guidoni a Novoli (insieme a Francesca Ricci), che evocava il Millennium Dome, e consisteva in un volume curvo, morbido e sinuoso dalla forma di una medusa la cui luminescenza spuntava dalle vette dei pilastri che attraversavano la struttura. Un volume coerente in se stesso, non frammentato, che incuriosiva per la sua assoluta originalità. Una specie di oggetto spaziale in grado da solo di verificare una urbanistica da tabula rasa, che è caratteristica di viale Guidoni. Una sfida che aveva le caratteristiche di un linguaggio da lungo atteso.









Ma dicevo prima dei tratti comuni ai due teatri. Entrambi ambiscono ad essere dei "monoliti", come li definiscono gli autori. Degli oggetti cioè senza contraddizioni interne, forse venuti da altri mondi, che per strane ed inconcepibili ragioni riescono comunque a dialogare con il paesaggio e, in senso più lato, con lo spazio circostante. Si inseriscono, cioè, tra natura e cultura, tra paesaggio naturale e spazio antropico, insediato e modificato dall'uomo, in modi spesso tragicamente o banalmente disastrosi. E qui bisognerebbe aprire un discorso sulle illusioni del potere, e sull'inferno, che, come si sa, è sempre lastricato di buone intenzioni. Per carità di patria meglio sorvolare. L'esempio di monolite più famoso a scala di paesaggio è sicuramente Ayers Rock in Australia, che si presenta come un rivelatore di albe e tramonti, oltreché come grosso punto interrogativo cosmico.

Un altro monolite che mi viene in mente è Cernobyl, e non senza inquietanti paralleli con la centrale di Montalto di Castro. Questo teatro contiene la torre scenica in U-glass, che svetta come una lanterna luminescente nel paesaggio, e che sembra segnalare il pericolo di radiazioni culturali rappresentato dal teatro, da Bob Wilson a Pirandello.







Il Teatro di Acri si presenta come un monolite crocevia, con all'interno una piazzetta originata dall'incrociarsi di vicoli-fenditure scavati nella roccia che poi sarebbe l'architettura. Una architettura naturale, costituita da falesie di tufo scavate dal tempo, una necropoli mediterranea della cultura contemporanea, in cui perdere come in un labirinto i riferimenti spaziali, eccetto quelli prefigurati dagli autori che hanno come traguardo visivo, il centro storico con i suoi palazzi e le chiese, o le colline con gli insediamenti più recenti di edilizia popolare. Un'altra caratteristica comune ai due teatri è la vetrata, che io definirei dissonante. Per la collocazione quasi casuale a dividere l'esterno dall'interno, ad introdurre nel foyer, e dare inizio al percorso che, attraverso delle quinte sapientemente disposte, porterà lo spettatore in platea. Non senza, come nel caso di Montalto di Castro un effetto "oltre lo specchio" che rovescia il teatro verso l'esterno e amplifica l'evento teatrale già dalla affluenza del pubblico. Nel Teatro di Acri la vetrata sta in una posizione defilata rispetto al crocicchio-piazzetta derivato dai vicoli, con funzione di spazio per performance o piccoli eventi all'aperto, come proiezioni estive ecc. Nel Teatro di Montalto c'è invece uno spazio di gradonate all'aperto oltre il palcoscenico, che può essere aperto in entrambe le direzioni.

Direi che le amministrazioni coinvolte hanno dimostrato il coraggio della semplicità (e dell'incoscienza) adottando un linguaggio forte ma essenziale, a sostanziare un programma politico che cerca nelle espressioni dell'architettura la conferma della propria esistenza, una legittimazione positiva. Dando fiducia a un gruppo di giovani con le idee piuttosto chiare. Il tempo poi ci dirà se hanno avuto ragione, e questi semi di architettura saranno in grado di influenzare degli ambiti più vasti e più complessi.

Lapo Binazzi








"La città è un teatro, il teatro è una città!" È con queste parole che Alberto Breschi ha commentato il nostro progetto per il Teatro Comunale di Acri, cogliendone appieno la filosofia. In un paesaggio collinare quasi incontaminato, le pendici della Sila, la città di Acri compare come una macchia costruita che si estende con differenti densità occupando una serie di colline. Il centro storico emerge come una macchia più densa rispetto alle aree di espansione più recenti, ed è fatto di un'architettura eterogenea e spontanea articolata attraverso stretti vicoli, sulla quale si stagliano una serie di edifici monumentali –in particolare il Palazzo Sanseverino e la Basilica del Beato Angelo– dalla massa e dall'architettura imponenti e compatte.

L'area dove sorgerà il Teatro Comunale è situata nella periferia urbana di più recente espansione, caratterizzata dalla solita edilizia residenziale che si vede un po' dovunque costituita da anonimi edifici residenziali di 4-5 piani. Ma il lotto destinato alla nuova struttura teatrale è, in realtà, un luogo dal grande fascino: non è immediatamente visibile dalle strade intorno, ma si scopre penetrando nei lotti costruiti per trovarsi, improvvisamente, in un prato degradante verso il panorama del centro storico: una enclave naturale nella periferia più banale, una riserva di diversità biologica per dirla alla Gilles Clément che si apre verso la città antica e le colline circostanti. (1) A volte, nei casi più fortunati, i progetti nascono in un attimo: senza che nemmeno te ne accorgi il progetto è lì davanti a te e ti sembra semplicemente la cosa più normale da fare. In questo caso è andata proprio così. Nel primo sopralluogo che abbiamo fatto ci siamo trovati in questo prato con il Palazzo Sanseverino e la cupola della Basilica del Beato Angelo davanti, i profili delle colline di lato e ci siamo detti: ecco il progetto!




Un prato, il più naturale possibile, quasi come è ora, ed il panorama che ci circonda. Il teatro deve essere un episodio in questo prato come i pochi olivi che punteggiano il verde dell'erba: un monolite come le grandi emergenze del centro storico in modo da instaurare un dialogo architettonico con questi monumenti del passato. Ma questo dialogo deve essere difficile da capire per noi umani, deve essere un discorso del quale possiamo cogliere alcuni brani, intuirne, forse, il senso complessivo attraverso alcuni indizi: il teatro-monolite è un nuovo attore protagonista catapultato nella scenografia urbana che rimescola la sceneggiatura complessiva del paesaggio. Strette fenditure spaccano il monolite che, così, si apre alla vista dei monumenti del centro storico e delle colline naturali intorno. Il disegno evoca il non lontano Cretto di Ghibellina di Burri –il teatro come movimento tellurico nelle menti delle persone?- e genera differenti spazi all'aperto, da stretti vicoli ad una piccola piazza centrale, che hanno lo scopo di enfatizzare ed arricchire di emozioni spaziali il già ricco emotivamente percorso di avvicinamento al teatro.

 
 



Come nel progetto per il Teatro Polivalente di Montalto di Castro ci siamo concentrati sulla definizione architettonica di quegli spazi che anticipano l'apertura del sipario, il momento culminante di un percorso mentale che inizia nel momento in cui si compra il biglietto per vedere uno spettacolo. Il percorso che conduce di fronte al sipario del Teatro Comunale di Acri è, così, un viaggio che parte dal percorso di ingresso dal parcheggio, dal quale si vede il monolite del teatro che si staglia sul panorama del centro storico; si penetra all'interno del volume attraverso una stretta fenditura-vicolo le cui pareti sagomate, nel procedere, inquadrano come una cornice la cupola della basilica del Beato Angelo; le pareti dei vicoli si allargano a formare una piccola piazza dalla quale si accede al grande foyer del teatro dal quale una sequenza di rampe, collocate in un ambiente illuminato zenitalmente, conducono, lentamente alla scoperta della platea e, sullo sfondo, del sipario.





  Tutti gli spazi, sia quelli esterni –le fenditure-vicoli e la piazza centrale– che quelli interni –il foyer, la mediateca e lo spazio espositivo– sono concepiti come luoghi potenziali per lo svolgersi della rappresentazione teatrale, anzi meglio sono in attesa di un loro coinvolgimento. Il teatro, la città, il paesaggio naturale diventano un tutt'uno, una grande scenografia pronta ad essere rinnovata dalla magia del teatro. Abbiamo cercato di pensare il Teatro Comunale di Acri come un insieme di luoghi spontanei di produzione teatrale nei quali le performance di recitazione, svolte indifferentemente dai cittadini o dagli attori, possono avvenire in qualsiasi momento... basta che si attivi la scintilla dell'emozione. "Eliminando gradualmente tutto ciò che è superfluo, scopriamo che il teatro può esistere senza trucco, costumi e scenografie appositi, senza uno spazio scenico separato (il palcoscenico), senza gli effetti di luce e suono, etc. Non può esistere senza la relazione con lo spettatore in una comunione percettiva, diretta. Questa è un'antica verità teoretica, ovviamente. Mette alla prova la nozione di teatro come sintesi di disparate discipline creative; la letteratura, la scultura, la pittura, l'architettura, l'illuminazione, la recitazione..." (J. Grotowsky). (2)

MDU architetti
1. Si veda Gilles Clément, Manifesto del Terzo Paesaggio, Quodlibet, Macerata, 2006.
2. Jerzy Grotowski, Per un Teatro Povero, Simon & Schuster, 1968.
MDU ARCHITETTI. Teatro comunale di Acri



Progetto primo classificato al concorso di progettazione per la realizzazione del Teatro Comunale di Acri (Cosenza).

progetto:
MDU architetti (architetti Valerio Barberis, Alessandro Corradini - capogruppo, Marcello Marchesini, Cristiano Cosi, Michele Fiesoli)

collaboratori:
Elena Fustini, Domenico Succurro

consulenti:
impianto scenico e progettazione scena: scenografo Roberto Cosi
strutture: ing. Jacopo Ceramelli
impianti meccanici: ing. Martino Fanfani
progettazione acustica: ing. Gianluca Zoppi
valutazione economica: geom. Antonio Silvestri

responsabile del procedimento:
arch. Annunziata Ranaldi

cronologia:
progetto concorso: maggio 2006
progetto definitivo: luglio 2006
progetto esecutivo: novembre 2006
 

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