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Abraham Zabludovsky. Il mago dei vuoti

Antonino Saggio
 

Anche in architettura esiste l'amore a prima vista. Capita quando un'idea che nebulosamente si cercava viene incontrata, matura e risolta, in una opera cui si era guardato solo distrattamente, ma che, d'un colpo, sembra impersonare tutto il giusto: un incontro che apre il futuro.



Se si considera la forza dell'architettura nel nostro Sud, è possibile ipotizzare che una strada vitale per i progettisti italiani possa nascere dall'incrocio tra una composizione asimmetrica che proceda analiticamente per frammenti e non per parate statiche e una volontà di inglobare spazio interno e quello esterno in un fluido dinamico. Una architettura che abbia la capacità di conformare lo spazio pubblico attraverso un gioco concertato delle parti e che si apra alla natura facendo partecipe il preesistente. Una architettura anche solida, pesante, fatta di materiali lapidei che richiamino le nostre pietre e le nostre rocce ma che possa inglobare inserti trasparenti, leggeri, modernisti. Una architettura infine che non sia né vegetalmente mimetica al paesaggio né all'opposto rigidamente artificiale ma che evochi una presenza forte e sacra (vorrei dire monumentale, se fosse possibile usare questa parola senza essere fraintesi) che rifugga perciò da ingegnerie high-tech o da chincaglierie neo-decorative e che sancisca dell'edificare l'aspetto fondamentale: la serietà dell'impegno, il valore morale della costruzione e di tutti quelli che vi sono coinvolti.

Contiene tutti questi elementi, l'opera recente di un architetto messicano, Abraham Zabludovsky. Chi conosce quel grande paese sa benissimo che il nome di Zabludovsky (che ha lavorato a lungo in partnership con Teodoro Gonzàlez de Leòn) può essere associato a buon diritto ai due grandi conterranei Luis Barràgan (1902-1988) e Ricardo Legorreta (nato nel '31), ma la sua opera è certo ancora poca conosciuta nel nostro paese anche se qualche articolo vi è stato dedicato.

Zabludovsky, si trasferisce a tre anni in Messico dalla natia Polonia e si laurea in architettura nel dopoguerra alla Universiad Nacional Autonoma de Mexico. Nel 1950 apre uno studio nella capitale e inizia a progettare. Nella sua carriera ha realizzato sino ad oggi piu' di ducento edifici e gli sono state dedicate due belle monografie da Paul Heyer, che ne ha diffuso la conoscenza negli Stati Uniti. Zabludovsky ha iniziato la sua carriera con una impostazione coerente con il modernismo internazionale e quindi, Le Corbusier, ma anche Walter Gropius e Louis Sert. Realizza soprattutto edifici ad appartamenti dove a una attenta definizione planimetrica segue un'immagine caratterizzata dal gioco ritmico della struttura spesso trattata in telai che danno chiaroscuro e profondità. Torri o città satelliti, case a patio, come quella dell'artista José Luis Cuevas, o blocchi. La svolta avviene negli anni Settanta quando realizza una opera pubblica di grande rilevanza, il Collegio del Messico ad Ajusco, nel territorio della sconfinata capitale. Si tratta di un centro di ricerca ispirato ai college anglosassoni o ai monasteri perché si sviluppa attorno a uno spazio centrale, ma da essi distantissimo perché il centro è configurato trapezoidalmente, si innesta nella strada invece di essere tutto chiuso dai corpi di fabbrica e perche' in sezione è articolato su tre livelli interconnessi. Questa opera del 1975, in cui permangono nei trattamenti esterni gli echi del brutalismo americano di Paul Rudolph, segna l'inizio di quella consapevolezza che abbiamo già chiamato vuotometrico. Le composizioni degli edifici non hanno solo valore nel creare dinamici episodi interni, o nelle composizioni di volumi sotto la luce, ma conformano lo spazio tra gli edifici. Spazi che si aprono e si chiudono, che accolgono la vita degli abitanti e dei visitatori, che organizzano i flussi ma anche lo stare e il contemplare.

Si guardi alla concezione della Università pedagogica, nella stessa località ma realizzata quattro anni dopo: due stecche che procedono zigzagando nel terreno ? che dovrebbero molto interessare un architetto decostruttivista come Daniel Libeskind ? che raccolgono patii e giardini e si aprono al paesaggio, ai nodi, scala ai percorsi.



Questa consapevolezza verso uno spazio all'aperto descritto e formato dagli edifici si sviluppa nei progetti successivi, sempre piu' riusciti. I volumi sono spesso imponenti, assumono un aspetto scultoreo, creano dei decisi giochi di ombre e di luce contro il cielo del centro America. Ma questi volumi, appunto, spesso crescono su allungate e dinamiche piattaforme che terrazzano il suolo, si bucano come una scultura di Henry Moore, sono assediati da piani inclinati di verde: se da una parte non possono non rammentare le grandi costruzioni del passato pre-coloniale (ma che differenza con le "memorie" alla moda), dall'altro giocano con il valore fluido della vita. Nelle ultime opere come la biblioteca del Messico a la Cudadela, il teatro civico di Aguscalientes, l'auditorium polifunzionale di Celaya, vengono creati spazi di mediazione con l'esterno nei grande portici di entrata (particolarmente quello dell'imponente Auditorium nazionale di Città del Messico con una copertura reticolare). Capire il senso architettonico di questi spazi può avvenire solo dall'interno. Daltronde la forza del Pantheon non emerge guardando alla città attraverso le gigantesche colonne?. In queste opere spesso sono le montagne che entrano prepotentemente dentro l'architettura., ma l'attenzione tutta messicana verso la relazione interno-esterno, avviene anche nelle piazzette di entrata, nei giardini segreti, nei patii delle opere piu' piccole.



Quando un grande cavo ? teatro, auditorium, campo di gioco, sala di lettura ? è presente nel programma, i volumi esterni si slanciano anche all'interno e fanno per contrasto scoprire la dimensione del vuoto. Il colore emerge soprattutto negli interni dove il marrone dei setti contrasta con le finiture lucide dei volumi e con la presenza del rosso o del blu degli arredi. L'arte figurativa, e la assidua frequentazione con gli artisti di quel paese (tra cui il fratello Moisés), permea le composizioni e le rinvigorisce.



I muri, pesanti, stratificati, forti sono la materia prima di questa architettura. Grandi superfici solide in cemento armato, a volte piane a volte curve, rifrangono la luce grazie all'inserimento di aggregati di grandi dimensioni o di frammenti di rocce e marmo attraverso una tecnica innovativa che è stata progressivamente affinata a partire dal 1968.



Soffermiamoci su un'opera, emblematica del suo modo di lavorare: l'auditorio dello Stato di Guanajuato, nell'omonimo capoluogo. La città è di grande nobiltà architettonica ed è talmente importante da essere uno dei siti mondiali sotto la tutela dell'Unesco. L'Auditorium, costruito su una delle alture che circondano la città, ospita quasi duemila spettatori attraverso una sala grande e una piccola di duecento persone. L'arrivo, prevalentemente in auto, è studiato con cura. La strada che sale incurvandosi verso questa specie di Acropoli si ferma sotto un grande portale (che segna l'accesso all'opera) e poi ridiscende verso tre piani terrazzati che ospitano i parcheggi. Questi terrazzamenti sono il mezzo, ricorrente nelle sue architetture, per il trattamento piramidale del suolo premessa all'emergere dei grandi volumi liberi di sagomare il contatto con il cielo Il portale di questo Auditorium è collegato ad un primo porticato, con una copertura dipinta in rosso, dal quale si accede al Foyer chiuso su una linea curva attraverso l'alternarsi di grandi superficie vetrate e di muri in cemento. Quote diverse si aprono nel Foyer come terrazze una su l'altra raccordate da scale e rampe di una vera e propria piazza coperta. La grande sala dell'Auditorium per 1800 spettatori è risolta in lastre di cemento ? con grossi inerti inseriti, come nelle mura esterne, nel getto ? separate l'una dall'altra da asole vetrate verticali. Ma il tocco geniale è nelle balconate che fanno vibrare il cavo e vi aggiungono un inedito e coraggiosissimo tocco di colore con un rivestimento laminato di color oro. Forse lo stesso oro dei gioielli Maya o Atzechi che aveva abbagliato il conquistatore e depredatore Cortèz. Ma l'ebreo polacco Zabludovsky arricchisce con il suo lavoro la terra di adozione. Sembra, soprattutto, averne capiti e coltivati i segreti.

Antonino Saggio

[30nov2000]

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