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IT REVOLUTION

Il paesaggio mentale

Antonino Saggio


Antonello Marotta
"Diller + Scofidio. Il teatro della dissolvenza"
(IT revolution in architettura)
Italia, 2005
Edilstampa
pp96, €14,00
prefazione di Antonino Saggio

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Nella mente degli architetti di nuova generazione, quelli che abbiamo chiamati una volta "Nati con Il Computer", da anni sta prendendo forma un paesaggio nuovo, un paesaggio nativo della nuova era: è il paesaggio dell'informazione.

Quali sono le componenti fondamentali di questo paesaggio? Innanzitutto all'interno di questo mondo assumono grande valore le informazioni che ne costituiscono la vera e propria materia prima. Le informazioni fluttuano, si riconfigurano, si modellano in forme significanti e produttive e poi si muovono e si riaggregano ancora in una maniera diversa. Si sente, si capisce, si intuisce dentro questo paesaggio mentale una grande distanza dal passato. Se le ruote dentate, le bielle, i nastri trasportatori erano i mattoni primi (e le fonti di ispirazione) di un paesaggio meccanico e industriale, che è stato poi costruito da Gropius, da Mies da Le Corbusier e da Wright, oggi, e ancor più domani, sono proprio i bit delle informazioni che costituiscono l'imprescindibile valore di un mondo contemporaneo che spinge per prendere forma anche in architettura. Un secondo elemento di questo nuovo paesaggio mentale è la similitudine con ciò che sempre più quotidianamente si vive. Ed il paesaggio d'oggi non è solo quello della metropoli contemporanea nelle sue mutazioni nei vari angoli del mondo, ma anche e soprattutto quello che viviamo ogni minuto negli schermi dei nostri computer e nelle nostre protesi tecnologiche. È un paesaggio fatto di salti, un paesaggio di sovrapposizioni, un paesaggio soprattutto di interconnessioni dinamiche tra le informazioni. È il paesaggio della interattività.

E, infine, c'è almeno un terzo elemento del paesaggio mentale che nebulosamente prende forma nelle menti degli artisti e degli architetti nuovi. È quello di una natura riconquistata, di una natura di nuovo partecipe attivamente del mondo contemporaneo e non più relegata a vassoio per i lucenti oggetti macchinisti. Questa natura riconquistata si muove dentro le ricerche sulla complessità consentite dalle modellazioni elettroniche, vive le mutazioni e ibridazioni del nostro corpo e si presenta come una sorella attiva ed intelligente accanto all'architettura. Questi tre elementi del nuovo paesaggio mentale (informazione, interattività, natura) cercano da anni una sintesi in un'opera di architettura. Un'opera che ne condensi le ragioni e che con la sua forza esemplificativa si presenti come la rilevazione che renda praticabile anche ad altri una nuova possibilità.

[26dec2005]

Brasserie, Seagram Building, NY, 2000.


Eyebeam Museum of Modern Art, & Technology, New York, 2007.


Blur Building, Lake Neuchatel, 2002.

Jump Cuts, United Artistists Cineplex Theater, San Jose, California 1995.

La grande storica forza di Elizabeth Diller & Ricardo Scofidio è avere realizzato questa opera, avere sintetizzato questi elementi in un'architettura costruita. Si tratta come molti sanno di Blur, a Yverdon-les-Bains realizzato per l'Expo svizzera del 2002. L'edificio rompe tutte le convenzioni precedenti di architettura e si propone come un vero e proprio nuovo paradigma per l'architettura a venire.

Qui a Yverdon-les Bains l'edificio (che naturalmente è fatto in carne ed ossa, in questo caso in ossatura metallica) non è mai uguale a se stesso. La grande palafitta ovale di 90 metri di larghezza in questo caso "è", prima di tutto, informazione. Attraverso un complesso sistema di sensori l'edificio muta costantemente al variare di alcuni parametri di lettura delle informazioni esterne. Il grado di umidità, la temperatura, il vento sono rilevati da un insieme di sensori che attraverso programmi di trasformazione comandano migliaia di ugelli che spruzzano in varo modo acqua nebulizzata. La nuvola entra in costante mutazione con l'edificio, lo cambia costantemente facendo emergere ora una prua, ora una terrazza, ora un ponte, ora nulla. Senza la lettura e la trasformazione delle informazioni ambientali ci sarebbe solo la pura ossatura metallica di una piattaforma panoramica (tra l'altro bella in sé, alla Buckminster Fuller), ma la storia di Blur non è una estrema visione dell'industrializzazione, ma è tutta lanciata nel XXI secolo, nella storia ancora da scrivere della informatizzazione dell'architettura.

Ci si chiederà come faccia l'edificio a muoversi nel mondo delle interconnessioni dinamiche, dell'interattività così presente nel nostro quotidiano informatico? L'idea stessa di edificio come entità statica, chiusa, autonoma e sostanzialmente non reattiva è qui eliminato. L'edificio è un elemento di trasformazione, varia al mutare delle condizioni, al variare del programma che decide quale in-put adoperare (in questo caso le variazioni metereologiche) e quale out-put generare (in questo caso l'intensità delle nebulizzazioni). Ma, come è ovvio, e come altri edifici nella stessa Expo 2002 dimostrano, possiamo cambiare sia gli in-put che gli out-put e in alcuni casi lasciare addirittura gli uni e gli altri abbastanza indeterminati. In questo scenario l'edificio si pone come elemento di trasformazione, come mediatore tra situazioni desideri, condizioni.

Infine, dobbiamo spendere parole sulla nuova presenza della natura? A chi ha avuto la ventura di vedere Blur che si trasforma nella notte, che si rivela e si nasconde, che cambia l'acqua del lago in nebbia, che trasforma le luci delle stelle, non rimangono dubbi che una nuova alleanza tra architettura e natura è qui segnata. In questo quadro, il libro che avete tra le mani, scritto da Antonello Marotta, già autore di un apprezzato testo su Ben Van Berkel e di molti altri saggi e articoli, svolge un ruolo fondamentale. L'autore fa capire come l'intensità innovatrice di Blur nasca da un percorso di ricerca forte, originale, innovativo e molto diverso da quelli tradizionali.

Diller e Scofidio per più di due decenni hanno praticato un'area intermedia di lavoro che si è mossa tra installazioni d'arte, filosofia, allestimento, performance e naturalmente insegnamento, in particolare alla Cooper Union newyorchese. Attraverso questo percorso, la coppia di architetti ha sperimentato dal vivo il pensiero contemporaneo, ha messo a frutto diversi elementi del nuovo paesaggio mentale, ha lavorato con artisti, performer, ballerini, scenografi. Marotta ci regala con il suo appassionato lavoro uno dei testi più completi e dettagliati su Diller e Scofidio: un libro puntuale e analitico, attraversato da immagini persuasive sia nella scrittura sia nel corredo iconografico che è arricchito da citazioni inedite scaturite da un'appassionata partecipazione di Elizabeth Diller alla redazione del volume e alla scelta del materiale iconografico. Per il lettore l'esito, se vorrà anche seguire le utili tracce bibliografiche, sarà rivelatore di nuove strade da percorrere.

Antonino Saggio
 

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