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Archivi di architettura: lavori in corso

Francesco Samassa



È recentemente terminato, con una duplice pubblicazione, il lavoro di riordino dell’archivio di Giancarlo De Carlo da parte dell’Archivio Progetti dell’Università IUAV di Venezia. L’archivio restituisce al mondo la molteplicità degli interessi e delle attività dell’architetto e si inserisce come importante tassello per approfondire la figura e l’opera di Giancarlo De Carlo. ARCH’IT presenta il lavoro condotto sul fondo attraverso un saggio del curatore dell’archivio, Francesco Samassa, il quale, partendo dall’archivio De Carlo, indaga le nuove problematiche correlate agli archivi di architettura. Una recensione di Laura Masiero, accompagnata da una selezione di immagini del materiale custodito dall’Archivio Progetti, presenta i due volumi, Giancarlo De Carlo. Inventario analitico dell'archivio e Giancarlo De Carlo. Percorsi.



La cultura della conservazione e della tutela degli archivi di architettura, con particolare riferimento all'architettura contemporanea, ha una storia relativamente recente, soprattutto se paragonata alla conservazione e alla tutela degli archivi documentali su cui si è costruita da molto tempo una tradizione di lavoro legata alla lunga storia della diplomatica. Che un archivio notarile sia un bene culturale da tutelare, fondamentale fonte di studi e ricerche storiche, è, da sempre -verrebbe da dire- un fatto scontato; che lo sia anche un archivio prodotto da un architetto è invece un fatto relativamente nuovo. Sintomatico del resto è che anche tra gli architetti stessi la coscienza del valore dell'archivio prodotto dal proprio lavoro non è un fatto da darsi assolutamente per scontato, fatta salva, casomai, la 'ricaduta artistica'.

Quando nel 1958 Carlo Ragghianti istituisce un Gabinetto Disegni e Stampe presso l'Istituto di Storia dell'Arte dell'Università di Pisa, e interpella per ciò diversi architetti per chiedere loro di contribuire alla costituzione di un fondo documentale con donazione di materiali provenienti dalla loro attività, Gino Pollini, tra questi, rispondendo non fa mistero che "la maggior parte degli schizzi e delle idee (a mano libera cioè) è andata distrutta": che vuol dire, in altre parole, che non ha ritenuto di doverla conservare. Ma è ancor più significativo ciò che egli dice proseguendo. Riferisce infatti a Ragghianti che poteva mettere eventualmente a disposizione "parecchi disegni di geometrici e qualche prospettiva geometrica, a penna, 'di carattere misto' (cioè disegni eseguiti con riga, squadra e tiralinee, ma completati e ambientati a mano libera"; sempre che, come riteneva di dover chiedere poi, "[...] anche tali 'grafici misti' poss[a]no interessarLa [...]": cosa di cui evidentemente egli dubitava, essendo il disegno 'geometrico' lontano dal momento dell'ideazione (che pertiene al disegno a mano libera, allo schizzo); tant'è che solo l'ambientazione 'a mano' poteva, forse, riscattare tali elaborati dal loro prosaico statuto 'geometrico', tecnico e quindi non artistico (sintomatiche le sottolineature, originali del dattiloscritto).

Ancora nel 1972 Giancarlo De Carlo 'sfoltisce' drasticamente il suo archivio per ragioni non del tutto chiare, probabilmente legate all'organizzazione dello studio: finiscono al macero poco meno di 3.000 disegni 'geometrici' (avrebbe detto Pollini – che degli altri neanche in questo caso si era mai posto il problema della conservazione). Forse il fatto che l'esito ultimo delle pratiche progettuali sia la realizzazione di un manufatto, ha indotto un atteggiamento generale per cui solo questa realizzazione fosse, al termine del processo creativo, il documento architettonico per eccellenza, l'unico di cui valesse la pena tutelare la conservazione e che valesse far oggetto di studio; un atteggiamento generale per il quale tutto il materiale di lavoro preliminare non fosse che una sorta di impalcatura, da demolirsi poi, e di cui si poteva in fondo dimenticare l'esistenza meramente strumentale.

Col tempo le cose sono cambiate. Si è da una lato valorizzato anche il disegno di architettura in sé, cioè pur inteso solo nella sua dimensione meramente strumentale, ma si è anche pian piano fatta largo la coscienza che la documentazione grafica tipica delle pratiche architettoniche non ha l'unico senso di documentare il manufatto per il quale è stata predisposta in fase progettuale e quindi non esaurisce in questo compito (certo fondativo) il suo valore culturale.
Come è ben riassunto da Anna Tonicello e Riccardo Domenichini, cui dobbiamo il recente volume Il disegno di architettura (Il Poligrafo ed., Padova 2004), le prime istituzioni specificatamente dedicate agli archivi di architettura (Il Canadian Center for Architecture, la sezione di architettura del Getty Institute di Los Angeles, l'Institut Français d'Architecture di Parigi, il Netherlands Architecture Institute di Rotterdam, e qualche altra) nascono tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta del Novecento. Anche in Italia si possono far risalire a quegli stessi anni le prime attività archivistiche legate all'architettura. A quelle promosse dall'Accademia di San Luca di Roma e dal Centro studi e Archivio della Comunicazione dell'Università di Parma, si aggiungeranno nella seconda metà degli anni Ottanta quelle dell'Archivio Progetti dell'Istituto Universitario di Architettura di Venezia e l'Archivio del '900 del Museo d'Arte Moderna e Contemporanea cui si è aggiunta infine l'attività della DARC presso il Ministero dei Beni Culturali. Per cominciare ad affrontare i temi legati alle problematiche specifiche che i materiali documentali dei fondi di architettura pongono, e per promuoverne più in generale la cultura della conservazione, negli stessi anni nascono anche una serie di organismi internazionali (come l'ICAM, International Confederation of Architectural Museums, che ha tenuto il suo dodicesimo incontro internazionale a Venezia nel settembre scorso) che sovrintendono, in diversi modi, al "miglioramento dell'ambiente costruito, la conoscenza dell'architettura, la preservazione dei manufatti dei documenti e degli archivi di architettura, lo scambio e la cooperazione tra le istituzioni" [Tonicello-Domenichini, pagg. 16-17]. In Italia, la particolare ricchezza e frammentarietà del patrimonio documentale legato all'architettura ha portato, nel 1999, alla formazione dell'Associazione nazionale degli Archivi di Architettura contemporanea (AAA/Italia) che svolge un importante ruolo di coordinamento tra le molte iniziative delle diverse istituzioni.

Lo scorso 7 ottobre, presso la Triennale di Milano, si è svolto un interessante incontro tra diverse delle istituzioni attive in Italia nel settore degli archivi di architettura, intitolato "Metodologie di riordino per gli archivi di architettura. Nuove proposte", organizzato dal Centro di Alti Studi sulle Arti Visive (C.A.S.V.A.). Il seminario, che si è sviluppato attraverso l'intervento dei rappresentanti delle diverse istituzioni a presentazione delle loro attività e di diversi curatori dell'ordinamento di fondi archivistici, ha dato un interessante quadro dei problemi che sta vivendo questo nuovo campo di lavoro. Molte delle relazioni hanno però, in particolare, posto l'accento sul problema dell'applicazione delle metodologie informatiche: il punto cruciale per poter trasformare in un sistema coerente e integrato il panorama delle diverse iniziative che rischiano altrimenti di darsi come tessere a se stanti di un mosaico perduto; un obbiettivo, quindi, da cui tutte le istituzioni potrebbero sicuramente trarre giovamento diventando punto d'accesso di un sistema ben più esteso di informazioni sull'architettura e sui fondi archivistici conservati e messi in fruizione dai diversi soggetti. Per raggiungere questo obbiettivo è necessario evidentemente coordinare le diverse metodologie di lavoro affinché possano diventare compatibili (tecnologicamente) e comparabili (metodologicamente). Per esempio, si rende necessario un lavoro circa l'identificare di uno standard per le procedure di descrizione di documenti ma anche un lavoro di implementazione di specifici software adatti alla costruzione e alla gestione dei data base inerenti i materiali dei fondi di architettura.

I fondi di architettura rappresentano del resto un caso molto interessante, di frontiera, per le discipline archivistiche che si trovano a dover a che fare con materiali molto diversi (dagli elaborati grafici alla corrispondenza), e soprattutto anche molto diversi da quelli su cui si è costruita nel tempo la diplomatica o la biblioteconomia (e quindi disegni di tutti i tipi, modelli, campioni di materiali, fotografie e filmati, depliant e materiali cartografici, eccetera); per non parlare dei materiali digitali, che l'informatizzazione della pratica della progettazione architettonica sta producendo ormai da almeno un decennio nell'attività corrente degli studi di architettura di tutto il mondo (file di disegno, di modellazione tridimensionale, di calcolo strutturale, di immagini, nei formati più diversi), che rappresenta il problema più grosso che tra qualche anno diventerà cruciale in questo settore e che si sta già cercando di cominciare ad affrontare.

L'esperienza condotta nel lavoro degli ultimi cinque anni sull'ordinamento del fondo di Giancarlo De Carlo, svolto per conto dell'Archivio Progetti dell'Università IUAV di Venezia, è sicuramente stata un'esperienza importante per misurare la portata di tanti di questi problemi. La rilevante longevità dell'attività di Giancarlo De Carlo ma, soprattutto, la particolare poliedricità del suo impegno lungo in tutti questi anni in campi molto diversi (l'insegnamento, l'editoria, la promozione culturale, oltre evidentemente alla progettazione), sono fattori che hanno arricchito il suo fondo archivistico di serie documentali molto diverse per tipologia dei materiali e/o per consistenza tecnica.

La longevità dell'attività professionale, che tra l'altro, va precisato, è ancora lungi dall'esaurirsi, è per esempio all'origine di una particolare varietà dei materiali di documentazione grafica dei progetti. Deve essere infatti valutato che i materiali documentali depositati nell'archivio sono stati accumulati a partire dall'immediato secondo dopoguerra del Novecento (De Carlo apre il suo studio a Milano nel 1950), quindi in un periodo cruciale a partire dal quale il progresso tecnico ha progressivamente trasformato il modo di lavorare degli studi di architettura, ha prodotto un succedersi incalzante di tecniche di riproduzione e di rappresentazione di cui la rivoluzione informatica è solo l'esito più recente e eclatante. Così, nell'accumularsi nell'archivio nel corso del tempo, gli elaborati grafici -tradizionalmente su supporto cartaceo o su carta da lucido- assumono le forme dei radex, delle copie eliografiche, delle xerocopie di grande formato, delle riproduzioni indeformabili su poliestere; i disegni si trasformano, da fragili elaborati unici e (quasi) irripetibili, in matrici da cui ricavare svariati multipli, oggetto poi di variazioni e riproduzioni ulteriori - in una catena infinita, sovvertendo perfino la possibilità di nominare con facile certezza ciò che è 'copia' da ciò che è 'originale' (copia di cosa? originale in che senso?).

Problemi che ovviamente la tecnologia informatica ha portato agli estremi: è un 'originale' il plottaggio di un file di disegno, di cui se ne possono dare infinite copie, o l'originale è il file stesso – che però non è leggibile come disegno in senso stretto, in quanto assume un senso finito solo una volta mandato in stampa? Ricordo con piacere lunghe discussioni in merito a questioni di questo tipo con Francesco De Agostini, architetto progettista nello studio De Carlo, ma che per lo studio curava anche la gestione dell'archivio informatico: e che pazientemente ha cercato di introdurmi ai diversi aspetti del problema posto dal disegno informatico, un problema difficilmente inquadrabile nelle sicurezze delle prassi archivistiche consolidate.

Sottolineare questo aspetto della trasformazione delle tecniche della rappresentazione grafica mi consente di evidenziare come un fondo di architettura come questo è anche un fondamentale deposito di informazione e documentazione su questioni che travalicano lo stretto del gesto progettuale, o che comunque ineriscono la prassi dell'architettura più che non la progettazione di questo o quell'edificio da parte di uno specifico architetto. Ma è solo uno degli esempi che si potrebbero fare, uno di quelli per i quali il fondo Giancarlo De Carlo sembra di particolare valore.

La poliedricità dell'attività di De Carlo –ma, in verità, anche altre caratteristiche sue personali e finanche caratteriali- è all'origine invece di una grande eterogeneità tipologica dei materiali: oltre agli elaborati grafici di cui ho appena detto, vi è una mole assolutamente rilevante di corrispondenza ma anche di scritti vari (credo si possa dire che per De Carlo la scrittura è stata sempre un pretesto fondamentale per la riflessione e l'elaborazione teorica); di materiali legati all'attività editoriale (dalla direzione della rivista Spazio e Società -che costituisce un autonomo sub-fondo con tutti i materiali di redazione- alla collaborazione come consulente editoriale per l'editore il Saggiatore –di cui ha ideato e diretto una collana fondamentale per gli studi architettonici e urbanistici, "Struttura e Forma Urbana") all'attività accademica (si ritrovano tra le carte molte lezioni, molti appunti, programmi dei corsi, ...); alla intensa partecipazione alla vita culturale (su tutto, citerò qui solo il lavoro del Team X e l'attività svolta in seno all'ente della Triennale di Milano).

In definitiva mi pare si possa tranquillamente dire che il fondo archivistico di De Carlo che ora è a disposizione del mondo degli studiosi è una risorsa fondamentale sia per lo studio della figura di Giancarlo De Carlo, che è fin ovvio; ma è anche una risorsa importante per lo studio dell'architettura italiana e non solo (De Carlo ha sempre avuto profondi legami con la cultura internazionale, soprattutto nordeuropea e nordamericana), nello scorcio della seconda metà del Novecento in cui si sono date delle straordinarie trasformazioni nelle forme e nei contenuti della pratica dell'architettura. La necessità di garantire, con un corretto lavoro di ordinamento, la possibilità dello svolgimento di tante ricerche su tanti orizzonti di studio -anche molto diversi- senza quindi 'orientare' con l'ordinamento lettura e fruizione del fondo, è stata una delle preoccupazioni costanti che ci hanno guidato in questi anni e da cui dipenderà il successo nel tempo dell'operazione svolta.

Francesco Samassa
francs@iuav.it
[28nov2004]
   

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