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Isolario dalmata

Marialuisa Palumbo



Trogir, città di pietra bianca, mura, torri e innumerevoli e pervasive trattorie, è il nostro porto di partenza. L'inizio di una nuova perlustrazione mediterranea: un giro a vela tra le isole della Croazia che popolano il mare tra Spalato e Dubrovnik. Prima meta, l'isola di Brac ed in particolare l'ampia insenatura di Milna.

Le isole sono molto vicine l'una all'altra. Navighiamo dunque vicini alla costa: rocciosa e sostanzialmente disabitata, ricoperta di cespugli e, a tratti, coltivata in piccoli terrazzamenti sostenuti da muretti di pietra. Il portolano, le carte, il GPS cartografico e la radio sono i nostri navigatori virtuali: per stabilire la rotta, avere informazioni sui porti e la loro esposizione ai venti, conoscere le previsioni del tempo e controllare via via la nostra posizione. Il binocolo e la macchina fotografica, le altre due protesi fondamentali per catturare orizzonti e immagini. Il vento, le vele, lo scafo e il mare, il timone e la mano che lo governa, sembrano essere un'unica cosa... e noi scivoliamo via, apparentemente senza alcuno sforzo. Soltanto il cigolio delle sartie in tensione sembra sussurrare qualcosa sul lavoro in corso. Alzo la testa verso la punta dell'albero e rimango incantata ad osservare il segnavento: una freccia, sempre leggermente in movimento, che indica la direzione da cui proviene il vento.





Mi viene in mente il progetto di Marco Peljhan, artista sloveno che in un assolato pomeriggio di inverno del lontano 1994, proprio a pochi chilometri da qui, sull'isola di Krk, ragionando con alcuni amici su un possibile futuro remoto dopo la fine della guerra, pensando alla morte e sulla distruzione in atto ma anche alla sopravvivenza di forze costruttive, esplorative ed inventive, e interrogandosi sui sopravvissuti, immagina che avrebbero navigato... navigato nello spazio e nel tempo, cercando di sopravvivere e di comprendere le leggi profonde della natura e della terra, le dinamiche cellulari e gli spostamenti delle balene, le dinamiche della comunicazione e del flusso elettromagnetico.

Nasce così Makrolab: progetto di un unità abitativa e laboratorio di comunicazione e ricerca mobile ed autosufficiente, in grado di ospitare sei persone per un periodo di lavoro in condizioni di isolamento ma di interconnessione, ascolto e rilevamento del luogo vicino e lontano, fisico e virtuale, in cui temporaneamente staziona. Il laboratorio, autosufficiente dal punto di vista energetico grazie ad un sistema di pannelli solari ed una miniturbina eolica, attrezzato per un completo riciclo dei rifiuti, e progettato così da poter essere agevolmente smontato e rimontato in una nuova localizzazione, è un centro di ricerca nomade, equipaggiato per ospitare artisti, scienziati, "operatori, creatori e tattici dei media" e fornirgli gli strumenti necessari al loro lavoro anche in condizioni di completo isolamento.

Architettura dunque come sistema di sopravvivenza e conoscenza, come veicolo per navigare: per navigare e monitorare lo spazio in tutte le sue dimensioni, raccogliendo dati dall'ambiente fisico così da mappare lo stato del pianeta (lo stato dell'aria, dell'acqua, della vegetazione e della fauna), ma anche e soprattutto dati per cercare di rendere visibile o sensibile ciò che non è normalmente accessibile ai nostri sensi o alla nostra comprensione: per esempio, il suono dello spazio interstellare, il suono del sole o di una tempesta radio su Giove. (1)
Architettura come osservatorio, spazio per guardare e riflettere su ciò che ci circonda, a distanze più o meno ravvicinate dai sensi elettronici dove la dimensione minima dell'habitat fisico, non è che un trampolino di lancio per la dimensione estesa dell'esperienza di un ambiente allargato, tecnologicamente mediato. Ecco perchè, nonostante la localizzazione in zone disabitate e remote, la sensazione che sembra emergere da tutti i 'resoconti di viaggio' dei makronauti è l'esperienza di essere stati in orbita su un satellite terrestre, in una continua attività di navigazione, codificazione e decodificazione di dati. Del resto, cosa significa orbitare?
"È un processo tecnico? Una posizione nello spazio? Uno stato della mente? (...) Orbitare ha a che fare col tirar su e giù connessioni, trasmettere segnali, attivare scambi e riposizionare se stessi."
In questo senso, l'architettura di Makrolab ci racconta della possibilità di abitare senza consumare e di orbitare pur rimanendo radicati al suolo: della possibilità cioè di estendere sensori tanto nel, quanto al di là del, luogo fisico di appartenenza, dialogando tanto con le sollecitazioni del sole e del vento quanto con quelle provenienti dallo spettro ellettromagnetico, entrando così nella rete globale di connessioni e interazioni che caratterizza la natura del pianeta ed il sistema di telecomunicazione globale. Qui, spazio virtuale e tempo reale si fondono nella continua tensione all'ascolto di segnali o echi di eventi, luoghi, lingue e geografie mescolate e frammentate da mappare, visualizzare, interpretare...



A bordo del nostro osservatorio mobile, entriamo nel porto di Milna, un piccolo paese di pescatori, ormai riconvertito a meta turistica, che circonda a mezza luna il braccio di mare più interno in cui si prolunga la baia. Pur essendo molto più piccolo e semplice, come Trogir è tutto costruito in pietra bianca, con tetti spioventi in tegole rosse, ed una stupefacente cura nella definizione di finestre, balconi e abbaini. Tutto in realtà è estremamente elegante e pulito, non c'è una carta per terra, non una nota stonata: persino le bancarelle dei venditori ambulanti sono tutte uguali e tutte di legno.

Comincio a rendermi conto che questo mediterraneo del nord è in realtà molto diverso da come lo avevo immaginato. In un panificio, scopro che accanto al burek (variante locale della classica sfoglia turca ripiena di formaggio), il dolce tipico locale è lo strudel. In effetti, Milna nell'isola di Brac, così come le altre località che incontreremo, Hvar, Korcula, Vis, Trogir e la stessa Spalato sono, da tutti i punti di vista, molto più vicine a Venezia e all'Austria che al sud mediterraneo.

Da Milna facciamo rotta per Hvar, città di cannoni e di stemmi, di caffè e vita notturna. Impossibile non rimanere sorpresi dal fasto e dalla bellezza della piazza che si affaccia sul porto col grande arco dell'arsenale (una enorme bocca spalancata) ed una sfarzosa loggia veneziana. Altrettanto sorprendente è infilarsi per i vicoletti a gradini in cui si sviluppa il paese, in pendenza sulla collina: finestre gotico veneziane e stemmi nobiliari parlano ovunque di un passato di prosperità e fervidi scambi culturali e commerciali. Oggi una immensa folla di turisti ondeggia sullo sfondo di pietra bianca.

Il giorno seguente, alla ricerca di un po' di solitudine, veleggiamo verso una rada nell'isola di Peliesac. La sera nel buio della baia qualcuno da terra comunica ad ululare, qualcuno risponde dalle barche... la notte passa tra il vino, il silenzio del mare e le stelle. Al mattino tutte le cime della barca come campanelli d'allarme si mettono a tintinnare e il dolce e continuo oscillare dello scafo si fa più deciso: è l'alzarsi improvviso del vento. La radio annuncia l'avvicinarsi di una perturbazione violenta. Controlliamo la nostra rotta e decidiamo di muoverci velocemente verso Korcula...

Il vento è forte e contrario, il cielo è scuro e pioviggina: decidiamo di andare a motore. Nello stretto canale che separa l'isola di Korcula da quella di Peliesac, veniamo presto circondati da una nuvola di wind surf che sfrecciano intorno alla barca in tutte le direzioni. Al confronto con loro la Valentine sembra grossa e pesante: una specie di balena che scivola un po' sbuffante sull'acqua circondata da pesci volanti, microscopici e velocissimi. Ammiriamo per un po' la loro leggerezza e agilità di manovra, poi decidiamo di accettare la provocazione e spegniamo il motore per lanciarci anche noi in una danza col vento, abbandonando la nostra rotta rettilinea controvento, per tagliare il canale da bordo a bordo, imbrigliando così il vento al traverso.

Apriamo la randa (la vela centrale) e poi il fiocco (la vela di prua), le scotte (le cime per regolare le vele), corrono (e bruciano) nella mani, lo scafo sbanda di lato e improvvisamente il mondo a bordo diventa 'ripido': nulla è più orizzontale e il corpo deve ad ogni piccola mossa riconquistare il proprio equilibrio... Il canale è stretto e dunque bisogna velocemente virare, prepararsi alla manovra, controllare che la scotta sia in chiaro (che possa scorrere liberamente), aprire gli stopper, trovare la posizione giusta per manovrare al winch (la manovella da cui recuperare la vela)... e via.... Anche questa virata è fatta! Dopo qualche bordo siamo distrutti e, soddisfatti del giro di danza, decidiamo di tornare a motore per un tranquillo ingresso in porto. Il mondo torna orizzontale!

Korcula, città dello sport e delle fortificazioni, mura e torrioni. Scendiamo a terra per rifare provviste ed esplorare la città che contende a Venezia i natali di Marco Polo. Come già Milna e Hvar, il paese è davvero molto carino con la sua pietra bianca, le bifore, i tratti goticheggianti e i tetti a punta ma, ancor più che a Hvar, la quantità di turisti e soprattutto la museificazione totale del paesino interamente occupato da negozi di souvenir, bar e ristoranti, fino al punto che qui è impossibile trovare un panificio, mi lascia davvero un po' perplessa. Sbircio tra le montagne di souvenir e mi fermo a guardare le palle di vetro con delfini azzurri e nuvole di neve argentata. A mare di delfini non ne abbiamo visti, chissà che ormai non abitino più soltanto nei souvenir.

Facciamo scorta di formaggio, anguria e Karlovacko (la birra croata più diffusa), e torniamo alla nostra base galleggiante. Mi ritiro in barca con un doppio mal di terra. Infatti da un lato sono estremamente ammirata da come in pochissimi anni dalla fine della guerra queste isole abbiano rimesso in piedi un sistema di economia turistica veramente eccezionale, con strutture perfettamente attrezzate, una attenzione straordinaria alla pulizia e, almeno qui, alla conservazione del paesaggio. Ma allo stesso tempo l'impossibilità di trovare il pane (se non al supermercato) e l'invasione di scacciapensieri indiani (d'America) e bocce con la neve argentata accanto ai sacchetti di lavanda, mi confonde.

Vorrei riprendere il largo, ma siamo bloccati qui a causa della perturbazione, resteremo fermi per un giorno in attesa che sia passata. Mi siedo a prua, con la schiena appoggiata all'albero per leggere e scrivere, col vento che mi fischia nelle orecchie... e in un certo senso mi piacerebbe essere in mare ad aspettare la tempesta, per vedere come si comporterebbe la Valentine in mezzo al vento e alle onde...





Penso all'Ocean Pickup di Nancy e John Todd, un "furgone oceanico" progettato per rispondere alla situazione critica dei pescatori di paesi poveri dove la diffusione di imbarcazioni a motore ha paradossalmente peggiorato l'economia locale per l'alto costo del carburante e dei pezzi di ricambio. In alternativa, la coppia di biologi canadesi, che dalla fine degli anni sessanta ha realizzato esperimenti di "architettura integrata" con energie rinnovabili e sistemi biologici, i bioricoveri ("microcosmi che assorbivano ed intensificavano le pulsazioni delle forze naturali per fornire alimento ed ambiente ottimale a forme di vita che andavano dagli animali terricoli alle piante, dai pesci agli esseri umani"), ha provato ad immaginare un futuro legato alla velocità del veliero piuttosto che alla disponibilità di nafta. E attraverso una serie di innovazioni tecnologiche rivolte ad ottimizzare le prestazioni ma anche a ridurre fortemente i costi dell'imbarcazione, ha ottenuto un multi-scafo (un trimarano) pensato per una costruzione artigianale, capace di trasportare una tonnellata e mezzo di carico su un peso proprio dell'imbarcazione minore alla tonnellata, con una velocità a pieno carico di dodici nodi. Ovvero una barca da lavoro per la pesca sottocosta con prestazioni eccezionali! (2)

in linea con il lavoro dei Todd, gli ultimi progetti dei 2A+P, dalla casa galleggiante sul Tevere (progettata per la piena autonomia energetica attraverso una perfetta convivenza con l'ecosistema fluviale), alle serre urbane per Corviale (immaginate come spazio di duplice relazione ed affettività, tra uomo e luogo attraverso la cura e la coltivazione, ma anche tra uomini attraverso la dimensione di spazio sociale di gioco e relax), fino all'Ecocenter del Nakdong River (di nuovo, una serra abitabile, questa volta però affondata in un terreno paludoso, lasciato affiorare all'interno e utilizzato come matrice di un sistema strutturale che simula il funzionamento di un canneto, offrendo così l'esperienza originale di una "palude abitabile"), propongono a scale diverse una continua e provocatoria riflessione sulla possibilità di una prospettiva ecologica non disgiunta dalla ricerca espressiva e tecnologica. Una riflessione cioè sulla possibilità di pensare una nuova dimensione sistemica in cui naturale e artificiale convergano piuttosto che divergere, ripensando come già nel caso di Makrolab e dei bioricoveri, il rapporto tra metabolismo del costruito e risorse energetiche, immaginando una nuova sensibilità del confine capace di interrelare (piuttosto che di giustapporre) paesaggio costruito e naturale, architettura e pulsazioni ambientali (radiazione solare, acqua piovana, ecosistema fluviale e paludoso).

Immaginare futuri diversi, mettere a punto tecnologie non-sfruttatrici, progettare rispondendo ai problemi dell'equità sociale e biologica, si può. Ma occorre cambiare il modo in cui pensiamo e abitiamo la Terra, il modo in cui pensiamo e progettiamo architetture e strategie di trasformazione del territorio. Cambiamento che ogni giorno sembra divenire più necessario...



Il giorno seguente il cielo sembra essersi aperto e siamo quasi sul punto di salpare l'ancora, ma il bollettino continua a lanciare avvisi di burrasca, e il barometro continua a scendere. Non si parte. Non capisco, e penso che come al solito si siano sbagliati, ma in cielo, oltre all'apertura da cui arriva il sole, si fronteggiano due fronti di nuvole diversi per forma e colore e, mi dicono, quando questi due fronti opposti, uno caldo e uno freddo, si scontreranno, sarà il caos... E in effetti, a fine pomeriggio, abbiamo appena il tempo di far piazza pulita sul ponte togliendo ogni cosa superflua e assicurando tutte le cime che, nel giro di pochi minuti, si scatena il fini mondo! Ci siamo appena ritirati sotto coperta quando fuori non si vede più nulla e in un attimo è solo un impazzare di vento pioggia grandine fulmini. Non dura molto, venti forse trenta minuti... ma se fossimo stati in mare ce la saremmo vista davvero brutta! Poi è bellissimo: un arcobaleno meraviglioso ed un tramonto tra il rosso e il viola. La perturbazione prosegue il suo cammino verso sud, e noi stabiliamo la rotta per cominciare il nostro rientro verso nord, navigando verso Vis, la più esterna e lontana delle isole, a quaranta miglia di navigazione da noi.

Partiamo presto, e ci accorgiamo quasi subito che non sarà una passeggiata: il temporale è passato, ma il mare ne porta ancora i segni e, man mano che risaliamo il canale e ce lo lasciamo alle spalle per veleggiare in acque aperte, si fa sempre più agitato. Il vento è forte al traverso e noi procediamo veloci quando, proprio quando la terra dietro di noi è ormai lontana e quella di fronte è ancora distante, vediamo una grande tartaruga marina che nuota proprio accanto alla barca in direzione opposta: ci passa accanto, si volta a guardarci e prosegue! Passano pochi minuti ed è la volta di un delfino: lo avvistiamo ad una certa distanza ma in un attimo eccolo a fianco della barca e poi a tagliarci la strada giocando a saltare da un lato all'altro della prua! È un siluro grigio argento di circa un metro e mezzo, forse più forse meno, certo è che è bellissimo vederlo sfrecciare sott'acqua accanto alla barca: è molto più piccolo di noi ma sembra molto più potente e certamente infinitamente più veloce! Vis è l'isola più esterna dell'arcipelago ed evidentemente questo tratto di mare aperto, con una secca nel mezzo (un eccezionale supermercato del pesce), è un luogo ancora abitato da questi meravigliosi animali...





Ripenso alla discussioni in aula sulla teoria di Gaia, l'ipotesi che la Terra nel suo complesso sia un sistema vivente auto-organizzato, e sulla possibilità di utilizzare questa idea, insieme al complesso della prospettiva biologica e di quella tecnologica, per sviluppare un nuovo orizzonte di significato in cui collocare l'attività progettuale. Ripenso alle discussioni con Marcos Novak su ciò che rende qualcosa "architettura" ovvero su cosa fa sì che un progetto si distingua dagli altri ed emerga in rilievo rispetto alla pratica comune del costruire o dell'immaginare. E mi accorgo che "la perfetta coerenza del sistema" tale che non sia possibile spostare un chiodo senza perdere il tutto, per me è oggi totalmente priva di significato se non all'interno di quella coerenza più vasta che deriva appunto dalla capacità di entrare attivamente in relazione col sistema globale in cui viviamo, impattando su di esso come fattore di equilibrio, o ri-equilibrio, piuttosto che di disequilibrio.

In questo senso trovo straordinariamente utile e chiara l'affermazione di Gregory Bateson "Per estetico intendo sensibile alla struttura che collega". (3) Mai come oggi questa definizione mi sembra l'unica davvero utile a costruire una nuova estetica e insieme una nuova epistemologia ovvero un nuovo modo di guardare e pensare il mondo e la progettazione.

Per questo credo con Bateson che il commento più importante a proposito della strategia progettuale espressa da progetti come quelli di Marco Peljhan, dei Todd e dei 2A+P, sia quello di rappresentare e dar voce ad "una epistemologia che ha un futuro".
(4) Ovvero un modo di pensare il mondo e il progetto che sembra fare spazio al futuro...



Dopo sette lunghe ore di navigazione, arriviamo finalmente a Vis, l'ultima delle nostre mete. Di lei il nostro portolano di bordo dice: "Vista da una certa distanza, presenta l'aspetto di un compatto massiccio dominato dal colle Hum. La costa nord è dirupata ed a picco e forma molte insenature, la più ampia e sicura è Viska Luka". Ed è con un sospiro di sollievo che, lasciandoci alle spalle onde e vento, entriamo infine nell'insenatura di Viska Luka.

La baia è larga e profonda, ed il paese come Milna è disteso sul suo bordo a mezza luna. Ma Vis ci appare da subito piuttosto speciale e, appena a terra, non possiamo che soprannominarla Vis, l'elegante. Qui infatti alla consueta incredibile pulizia e dignità delle costruzioni si affianca una cura speciale nella disposizione di ogni cosa: dai cortili e dagli interni delle botteghe, dei caffè e delle taverne, agli angoli delle strade e delle piazze, tutto appartiene ad una scenografia perfetta fatta di botti e scale di legno, ceste di paglia, tende di tela bianca e reti da pesca, sedie di vimini, pergolati, giardini di palme e candele. Fin troppo perfetto? Forse si, ma il dolce dondolio della Valentine, insieme al profumato vino rosso di Peliesac rendono la notte più che mai accogliente...

Marialuisa Palumbo
malupa@libero.it
[08dec2004]
NOTE:

1. Per capire a che tipo di progetti si presta il laboratorio consideriamo per esempio quello di Helen Evans, makronauta che, a partire dalla considerazione di come, al di sopra di noi, viaggino continuamente una gran quantità di dati, per esempio sulle condizioni atmosferiche, alla cui ricchezza noi neanche pensiamo dal momento che non vi abbiamo praticamente alcun accesso, ha sviluppato un software, Pollstream, che sulla base dei pattern generati dalle nuvole localizzate sopra il laboratorio, distorce i segnali radio mescolandoli con frequenze naturali o con codici aeronautici e metereologici, con trasmissioni cellulari e così via. Come nel mondo naturale, le nuvole interagiscono, distorcono e inquinano i canali audio: "La questione non è semplicemente quella di immaginare il suono dell'inquinamento, ma piuttosto quella del come definire l'inquinamento all'interno dello spettro elettromagnetico? È la natura che sta inquinando la cultura o viceversa?". Obiettivo del progetto è quello di sviluppare un software che decodifichi i dati dei satelliti atmosferici che misurano Co2, radiazioni e altro in un luogo specifico, per renderli accessibili e comprensibili a non esperti. "Questo strumento significa che è possibile materializzare, e dare una struttura, una poetica ed una politica, all'invisibile spazio del flusso di dati." Per saperne di più: http://makrolab.ljudmila.org
2. In Progettare secondo natura (1984; Eleuthera, 1989) i Todd ci raccontano come la possibilità di far convergere "tecnologie architettoniche, solari, eoliche, geologiche ed elettroniche con le esigenze abitative, nutritive e di smaltimento dei rifiuti, all'interno di un contesto ecologico e culturale" potrebbe essere la base di una nuova scienza della progettazione per l'era post-petrolifera.
3. In Mente e Natura (1979; Adelphi, 1984) Gregory Bateson propone un'originale concezione della mente come la struttura profonda che tiene insieme la biosfera. Racconta così nell'introduzione: "...mentre scrivevo, la mente diventò, per me, un riflesso di vaste e numerose porzioni del mondo naturale esterno all'essere pensante. Nell'insieme, non erano gli aspetti più rozzi, più semplici, più animaleschi e primitivi della specie umana che venivano riflessi nei fenomeni naturali; erano piuttosto gli aspetti più complessi, gli aspetti estetici, involuti ed eleganti degli uomini che riflettevano la natura (...) non erano i miei così detti 'istinti' che io ravvisavo dall'altra parte di quello specchio, nella 'natura'. Quello che vi vedevo erano invece le radici della simmetria umana, la sua bellezza e la sua bruttezza, l'estetica, la sensibilità stessa dell'uomo e quel pizzico di saggezza che gli è proprio."
E ancora: "Qual è la struttura che connette il granchio con l'aragosta, l'orchidea con la primula e tutti e quattro con me?"; "Quali pensieri posso offrire che riguardino il complesso del mondo biologico in cui viviamo e in cui riceviamo la nostra esistenza?"; "Qual è la struttura che connette tutte le creature viventi?"; "mi abbandono alla convinzione fiduciosa che il mio conoscere è una piccola parte di un più ampio conoscere integrato che tiene unita l'intera biosfera".
4. Così Bateson commentava il lavoro dei Todd, in Progettare secondo natura.

Le tavole che accompagnano questa pagina sono della pittrice Lajla Misur Volarevici.

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