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Voglia di Contemporaneo

Giovanni Damiani



Quelli che seguono sono alcuni appunti che vorrei scarabocchiare sull'agenda che Luca Molinari ha proposto questo gennaio su Edilizia e Territorio (e che ARCH'IT ha fatto molto bene a riproporre) nella speranza di offrire un contributo alla discussione partendo dalla condivisione della necessità che alcune questioni messe sul piatto da Luca evidenziano.

[03mar2005]
Caro Luca, dopo aver letto con attenzione vorrei partire da due punti che reputo davvero molto importanti.
Il primo riguarda la necessità di una istituzionalizzazione del dibattito. Su questo punto che trovo sotteso nei tuoi interessanti commenti concordo pienamente con te.
L'architettura italiana è molto cambiata in questi anni (per favore non diciamo più che sta cambiando e che ci sono giovani interessanti, la situazione è già radicalmente mutata) e sono cambiate anche le condizioni sociali politiche e culturali del nostro paese. Condivido con te che è ora che vi sia un rinnovamento importante di strumenti, modalità, istituzioni e, a mio giudizio, anche della classe dirigente dell'architettura che, mi sbilancio a dire, ha sostanzialmente fallito il suo compito.
Il secondo punto invece parla del come possiamo materialmente realizzare questo traghettamento delle istituzioni della nostra cara architettura verso un sistema che rispecchi questo cambiamento che io affermo già avvenuto.

  Il problema che ti e ci pongo è sul come una conclamata incapacità di rileggere la nostra storia recente manifestata negli ultimi trent'anni abbia completamente appiattito le posizioni, i dibattiti e una ricchezza culturale che aveva fatto dell'Italia un paese centrale nello scacchiere mondiale, nella politica, nella cultura in genere e, fatto centrale per noi, nell'architettura.
Credo che molte delle responsabilità di questa situazione presente, in cui siamo divenuti un paese marginale quasi in tutto (restano di eccellenza la moda, il design e che altro ancora? E ancora per quanto, visto che sono settori in cui siamo un paese di consolidata tradizione e non certo all'avanguardia per innovazione e ricerca?) stiano a sinistra. Non voglio partecipare alla sparatoria sulla croce rossa che si inizia sempre quando si parla dell'attuale condizione della sinistra italiana, né tantomeno pormi altrove, ma a sinistra stavano le intelligenze, i saperi, le grandi risorse intellettuali del paese e lì si è consumata l'incapacità di aggiornare posizioni che erano di grande avanguardia e che, in soli trent'anni, ci vedono oggi costretti a pensare che Massimiliano Fuksas è quanto di meglio ci sia oggi sulla piazza italiana.

Non ho nulla contro Fuksas, anzi nelle rare occasioni di incontro, l'ho trovato una persona senza dubbio intelligente, ma Fuksas come centroavanti della nostra nazionale mi fa pensare che nelle prossime grandi competizioni mondiali non saremo tra i favoriti, se mi lasci giocare con le metafore sportive. Fuksas, per prima cosa, è rientrato in Italia da vincitore perché ha potuto presentarsi come immacolato dalle vicende del sostanziale fallimento dell'architettura italiana degli anni Ottanta. È un prodotto nostrano solo in quanto "altro da" e non perché esca da un modo di pensare presente nel paese o nelle nostre scuole e, per seconda, Fuksas, bravo istrione e ottimo professionista come dimostra il suo portfolio, non mi pare sia un architetto che presenti particolari lati innovativi nella ricerca. Progetta, si dà molto da fare, costruisce, guarda il mondo senza essere in quella condizione di provincialismo tipica dell'italiano di oggi, o della insostenibile "lamentite" continua, ma non si può certo dire che vi sia una effettiva innovazione né nelle modalità, né nell'organizzazione, né nel linguaggio nella sua opera e in quanto tale mi pare poco strategico a fare da capitano del rinnovamento. A differenza di tutti quelli che gli sparano contro io mi tengo molto volentieri Fuksas in squadra, e anche questo già lo sai visto che già anni fa parlavano che sarebbe bello fare una grande mostra sui suoi lavori prima di dovere pagare per portare in Italia una organizzata da istituzioni straniere, ma avanzo il sospetto che altre squadre siano assai più forti.

Fuksas, come del resto Renzo Piano, è una anomalia. Sono entrambi architetti messi al bando per tanti anni dalla nostra cultura e che, ancora oggi, sono visti come estranei al sistema accademico che, mi espongo a dire, versa in condizioni davvero tristi e di retroguardia assoluta.

Io credo che per costruire un'agenda per l'architettura italiana sia necessario che noi ci assumiamo delle responsabilità riguardo la scrittura della storia della nostra architettura degli ultimi trent'anni evitando i demagogici e miseri revisionismi che oggi si vedono nella storia e nella politica.
Dobbiamo capire come e quando ci siamo staccati dal mondo, cosa è successo a tutte quelle idee e ricerche così ricche e come mai sono divenute quasi completamente inservibili a comprendere il contemporaneo.
Io non sono un cantore del nuovo e mi reputo affezionato, anzi, ad altre epoche che ho sfiorato nella mia formazione veneziana, non ho ansia di dire che è tutto da buttare, ma non si può non vedere che la cultura internazionale parte da altri presupposti e sia arrivata ad elaborare altre posizioni molto più consone a reggere l'urto della condizione contemporanea. Mi può anche stare bene chi si ritira in buon ordine nel silenzio a cui sono destinati tutti coloro che non sono in grado di affrontare virilmente il destino della nostra epoca, per riprendere un passo del saggio Il lavoro intellettuale come professione di Weber, ma se vogliamo credere che esista uno spazio nel nostro tempo in cui il sapere intellettuale e l'architettura colta possa (o debba) contare allora è chiaro che affrontare virilmente il nostro tempo debba ripartire da altre posizioni che sembrano capaci di essere strumenti più efficaci in questa improba lotta.

Cosa c'è di diverso tra il parco de La Villette e la Bicocca? Perché quando leggiamo "Casabella" vediamo raccontato un mondo che non è quello che ci appare attorno? Come mai una tradizione incredibile di editoria non riesce a produrre libri interessanti o innovativi da anni? Queste domande devono avere risposte chiare, analisi precise, anche dolorose se necessario, ma devono venir affrontate e rilette da noi e non posticciamente tra qualche anno da avventurieri in caccia di gloria.
Per me questa è la partenza per ottenere davvero qualcosa di importante, ma ti premetto che è faticoso, servono mezzi e istituzioni capaci di proteggere e garantire la sussistenza, istituzioni che, viste le proposte delle esistenti, forse vanno anche pensate ex-novo.
Se c'è una cosa che condivido delle posticce disamine sul fallimento completo (o quasi) del Sessantotto italiano è il senso di irresponsabilità completo che ha generato, traghettando al potere una generazione di persone, anche molto intelligenti, ma che hanno avuto tutto subito e alla fine quasi tutto gli è arrivato perché figli di quella classe borghese contro quale manifestavano (molti dopo aver parcheggiato la Porsche dietro l'angolo).

Un senso di "possiamo permetterci tutto perché siamo intelligenti" (e sì che Il dramma barocco tedesco di Benjamin millantavano di averlo letto tutti... "proprio perché sei re non puoi agire, non puoi uscire dalla torre...") che ha portato a un complessivo "tutto è lecito" devastante perché condito con questa idea che la loro condizione sia stata conquistata sul campo e che quindi chi oggi non riesce a scalzarli non sia degno, dimenticando le condizioni molto differenti e soprattutto che quel ricambio generazionale così ricco di fermenti e idee è stato tutto sommato saggiamente gestito dai loro padri. Questa cecità storica genera mostri perché impedisce ai giovani di avere spazi che in quasi tutti gli altri paesi occupano con grande profitto (se non altro per la fisiologica curva di entusiasmo e voglia di innovazione che fa sì che dai trenta ai quaranta si produce, non solo molto di più, ma le cose più ardite, ovvero quelle di cui un paese che ha bisogno di rifondare interi settori necessita).

Ho protratto troppo a lungo questa disamina e la cosa non vorrei che finisca con il dare un senso di impotenza, io continuo a credere che il rinnovamento sia avvenuto e che anche le istituzioni non potranno che accorgersene e anzi penso che ogni giorno che passa sia un giorno perso e ad ogni giorno perso corrispondono meno sensibilità per il territorio, per l'architettura, per il paesaggio per il rilancio di una estetica contemporanea che, in nessun paese quanto l'Italia, è stata espulsa dai desideri della popolazione che chiede quasi sempre solo case, mobili e un design che guarda come riferimento preciso i (presunti) bei tempi andati di una società preindustriale in cui il nostro paese era poverissimo e non certo all'avanguardia in questi settori.

Il primo punto che io porrei in una agenda è proprio questo. Che fine ha fatto il moderno? E se non proprio il moderno "nostro" (architettonico) per lo meno un generico modernismo che fa guardare avanti e non indietro. Se condivido che i grandi sistemi sono crollati definitivamente nel secolo scorso, non si può non notare che in quasi tutti i paesi industrialmente evoluti permangono forme di maturo e consolidato introiettamento dei valori della stagione moderna. Non voglio fare sociologia da salotto, ma non è davvero difficile notare che un giovane tedesco, francese, sloveno o americano, quando esce di casa (dieci anni prima di un Italiano) cerca una casa "moderna", vuole dei mobili "moderni", pesca volentieri tra le copie o i materiali riciclati dalla modernità, mentre da noi le case dei giovani esprimono spessissimo posizioni estetiche molto più conservative di quelle dei loro padri e questo ha, a mio giudizio, un grande peso sul progressivo scollarsi dei desideri degli architetti con quelli della società.

Per me è in questo scollamento abita la crisi della professione oggi. In questa frattura cadono tutte le riforme didattiche e le buone volontà dei singoli, come ingoiate da un buco nero senza fondo che divora il nostro entusiasmo e lo tramuta in soggiorni in finta arte povera a basso costo che i mobilifici vendono a colpi di spot.
Vedo come necessario il ripartire dall'affrontare il grande nodo della crisi degli anni Settanta e il passaggio agli anni Ottanta proprio perché è lì che questa frattura è diventata una voragine e che la ricerca architettonica italiana si è staccata da quella internazionale. Perché tutto quello che è successo nel mondo negli ultimi trent'anni dimostra che si può benissimo continuare a fare architettura dopo la morte dell'architettura di presunta tafuriana memoria (sempre giustamente rigettata da un Tafuri che avrebbe così tanto da dare ancora al nostro presente e che neppure si può nominare in pubblico) e, anzi, morto un papa (l'ideologia) se ne è fatto un altro, magari meno forte, meno epocale, ma non meno presente.
In questo passaggio storico noi italiani siamo usciti di scena dal dibattito e, come mi sforzo di dire sempre, non è stato né per cattiva sorte, né per mancanza di fuoriclasse, ma per precise politiche culturali, irresponsabilità e scarsa visione diffusa della classe dirigente.

Concordo con te, come dicevo, che abbiamo bisogno di un ricambio forte e radicato, come che abbiamo bisogno di istituzioni capaci di difendere e proteggere questo cambiamento inevitabile per non perdere per strada una ennesima generazione, ma io credo che la partenza di questo processo non sia una giusta, sana e finalmente rivendicata, "voglia di esserci e di contare", ma un profondo processo di rivendicazione culturale che ci porti a trovare un nuovo modo di ricongiungere il nostro paese all'Europa, al mondo e alla cultura e l'estetica contemporanea.
Più che attendere un premier che telefoni per sponsorizzare un architetto per difendere il "made in Italy" io desidererei che si riuscisse a comunicare alla gente che l'architettura contemporanea è una grandissima risorsa per il territorio, per le nostre città, per affrontare da protagonisti la sfida dell'economia globale, se saremo capaci di fare questo credo riusciremo ad avere politici più attenti alle questioni dell'architettura per cui sarà ovvio spendersi per avere opere e progetti importanti.
Io credo che questa sia la nostra sfida prioritaria e attorno a questo vorrei che fossimo capaci di costruire tutti assieme un sistema ampio, che sappia coinvolgere istituzioni importanti, risorse economiche significative, oltre che i tanti, singoli professionisti con il loro generoso entusiasmo che gli architetti non si sa bene come hanno sempre.

Giovanni Damiani
gdamiani@architecture.it
> LUCA MOLINARI: UNA AGENDA PER L'ARCHITETTURA ITALIANA

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