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Questione di forma

Massimo Ilardi



Questo intervento di Massimo Ilardi è riferito agli articoli di Pier Vittorio Aureli e Gabriele Mastrigli Teoria e Critica. Punto e a capo e Oltre il Diagramma. Iconografia, Disciplina, Architettura, pubblicati nelle scorse settimane sulle pagine di ARCH'IT.



"L'architettura è il mondo –scrivono Pier Vittorio Aureli e Gabriele Mastrigli nel loro intervento Teoria e critica. Punto e a capo- nella forma in cui esso viene reso disponibile ad accogliere l'uomo: una forma di cui l'uomo ambisce a fissare i principi nei quali riconoscere e verificare valori collettivi e condivisi." La questione è allora: con quali categorie e su quale terreno sia possibile la costruzione di una forma architettonica efficacemente determinata da una ricerca teorica. Sono d'accordo: occorre tornare a fare teoria, ma teoria di parte che produca contesti materialmente determinati e stravolga ogni semplicistico, universale e generico nuovo.

L'architettura è il mondo: ma che cos'è oggi il mondo? Non è forse disegnato dalla merce e dal consumo che hanno reso anacronistico ogni valore e, dunque, ogni istanza di forma e che fonde, come dice Koolhaas, le attività umane in una sorta di enorme, unico amalgama? E l'uomo non coincide forse con l'individuo consumatore che distrugge sistematicamente comunità di appartenenza e forme di rappresentanza? Ma è proprio di fronte all'eterogeneità di queste condizioni –precisano i due autori- che la teoria, che in architettura nasce in primo luogo dalle questioni della forma intesa nella sua verità effettuale, "deve opporre la propria specificità, giacché è proprio in questa opposizione che l'architettura, come ogni altro dire, trova il suo fondamento." Ma è sulla misura di questa effettualità e di questo 'fondamento', o meglio sulla possibilità che si possa fare progetto dentro la condizione di un pensiero negativo e che possa esistere un fondamento senza più soggetti universali di riferimento che si dividono e si contrappongono le nostre riflessioni.

Perché se questa verità effettuale è intesa come la intendono Aureli e Mastrigli -nel loro successivo scritto Oltre il diagramma. Iconografia, disciplina, architettura- come "l'architettura stessa, la sua forma, la sua sintassi posta ogni volta nel pieno della dimensione concreta e congiunturale di cui l'architettura stessa fissa i principi, affrontando e risolvendo questa dimensione proprio a partire dall'inseparabilità tra l'essere dell'architettura e il suo divenire", come è possibile un agire progettuale dentro una contraddizione che non ha soluzioni, ma che ripropone sempre se stessa all'infinito? Il progetto d'architettura, dice Franco Purini, è pensiero positivo, ha bisogno di soluzioni, di punti fermi che lo inchiodino al suolo. Ha bisogno di territorializzare e di perimetrare, ha necessità di nominare i 'luoghi' se vuole avere qualche pur minima possibilità di governarli. Non può rappresentare l'idea di un tutto, come sostengono i nostri autori, che si ricompone nell'assolutezza dell'oggetto architettonico, 'forma gloriosa' di una universalità che si erge ancora una volta a totalità di un intelletto 'separato' dal mondo. Cosa opponiamo al pensiero unico del sistema di mercato che tutto rende uguale e omogeneo? Una forma assoluta che pretende di rappresentare il corpo mistico di un'idea che non si vuole incarnare nel mondo?

Se è vero che la forma in architettura deve essere dominata dall'idea di progetto e dalla sua razionalità e, dunque, dalla necessità di applicarla e di realizzarla in una concreta situazione, è altrettanto vero che questa idea non può che essere sconnessione immediata con la realtà: è questa sconnessione allora che richiede, perché si dia possibilità di forma, non solo un'idea ma un agire specifico dell'architetto nel mondo che la renda efficace. Se così non fosse si darebbe pura architettura e cioè, direbbe Tafuri, sublime inutilità, forma estetica che non conosce alcuna decisione. Se la presenza della forma diventa assoluta, se il suo senso è costituito solo "dal suo fondamento logico e costruttivo", se governare il territorio e superarne lo status quo viene visto dai nostri autori come un "banale compito" della teoria, la spaccatura con l'anarchia della realtà, dove il primato del consumo ha preso il posto di quello della produzione, diventa irreversibile: e allora se anche esistessero 'valori' e 'uomini' a che servirebbero di fronte all'arbitrio dell'architetto che si ritira dal mondo? Arbitrio e non libertà, perché la libertà fuori dallo stato di necessità è nulla. È gioco dell'artista o sogno del prigioniero.

La fenomenologia della forma, il modo come essa è materialmente costruita, è il risultato di questa azione che sta tra l'idea di progetto e la realtà concreta. L'architettura deve saper incarnare le contraddizioni in cui è intessuto il reale, agire gli squilibri, corrispondervi quanto più è possibile. Ma questo agire non si pone rispetto all'idea in un rassicurante rapporto di deduzione o di mediazione: la sua origine non è fondamento ma abisso, è crisi, è disordine radicale, è discontinuità. Tra ordine e disordine non c'è mediazione: l'ordine è impossibile perché il conflitto sul consumo e la domanda di libertà, che non richiede partecipazione ma assenza di impedimenti, sono costitutivi dell'esperienza metropolitana e sembrano essere irrisolvibili.

Che si dia una forma architettonica non è dunque una situazione normale, anzi può riposare solo su una decisione per l'azione: l'ordine non ha, non può avere un 'fondamento' in un'idea o in una teoria che restano sempre assenti dal linguaggio (banale) dell'esistenza e che è fatto oggi non dalle classi generali ma proprio da quei luoghi comuni "ridondanti e totalizzanti" che Aureli e Mastrigli mostrano di disprezzare e cioè dal mercato, dalla frammentazione, dalla dispersione, dall'individualismo. Certo, l'assunzione radicale di questa assenza sta tutta dentro il progetto: ma se questa assenza assume la neutralità di un processo o, peggio, una visione del mondo senza più alcuna ideologia che la sostenga, la forma alla fine non può che comunicare esclusivamente il proprio vuoto e il proprio silenzio; può invece instaurare un ordine, seppure provvisorio, riferito a un luogo e a un tempo concreto e collocato nell'orizzonte di una storia reale, solo quando nasce da un pensiero critico e da una decisione che accettano non di "facilitare un generico nuovo" ma di scendere in conflitto. Ma se così avviene non ci può essere alcun fondamento che la fonda perché non può che seguire la situazione mutevole per la quale viene creata.

Massimo Ilardi
[09jul2005]

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