home > playgrounds

Playgrounds

Il piccolo giardino di Calaf



Durante la scorsa estate è stato inaugurato a Calaf in Catalogna Lugar Especifico, seconda realizzazione dello studio romano 2A+P architettura. Si tratta della tappa finale di un percorso iniziato nel luglio del 2005 con il progetto risultato vincitore della terza edizione del concorso Idensitat Calaf/Manresa 05 e dedicato agli interventi artistici negli spazi pubblici.

ALBERTO IACOVONI. Quali sono le ragioni che vi hanno spinto a partecipare a un concorso così particolare come Idensitat?

2A+P ARCHITETTURA. Tutto ha inizio nel 2005, stavamo terminando il lavoro sul Corviale, e dopo una riunione alla Fondazione Adriano Olivetti avevamo trovato sul desk della galleria un manifesto piegato, molto bello graficamente, motivo più che sufficiente per portarselo via. Rimasto per alcuni giorni tra i tavoli dello studio e dopo una breve lettura del suo testo, ancora non aveva del tutto colto la nostra curiosità. Dopo poco, in quei momenti di buco della giornata, con un'attenta lettura ci siamo resi conto della grande occasione che questo concorso ci proponeva.

Idensitat è un progetto di arte negli spazi pubblici, iniziato con la selezione di artisti per la realizzazione di sculture permanenti di arte contemporanea nella città di Calaf, un piccolo centro della Catalogna nei pressi del Montserrat. Dal 1999 con la direzione di Ramon Parramon, si è trasformato in un vero e proprio laboratorio per lavorare sulla città. L'anno in cui abbiamo partecipato il tema era sulla crescita e l'espansione che sia Calaf, sia Manresa, nuovo partner nel progetto, stavano vivendo.



La richiesta era molto semplice, un testo e una breve descrizione delle modalità e delle spese per affrontare il progetto. Il bando, oltre a presentare alcune tematiche relative alla crescita della città e alla sua trasformazione in atto, forniva un quadro chiaro di come il lavoro si sarebbe sviluppato nel tempo. Una giuria internazionale di critici avrebbe selezionato cinque vincitori, che sarebbero stati ospitati tra Calaf e Manresa, per realizzare le differenti ricerche.



Da poco tempo eravamo andati ad ascoltare un intervento di Anna Detheridge durante una conferenza alla Casa dell'architettura, qui a Roma. Il suo intervento fu di grande stimolo per noi: aveva descritto il concetto di site specific nelle pratiche artistiche contemporanee. Se nell'arte questo concetto ha un valore forte e strategico, possiamo dire che l'architettura dovrebbe essere sempre site specific. Partendo da questo, il nostro testo, un vero e proprio progetto fantasma, proponeva un diverso atteggiamento, il ground specific. Difficile da spiegare ancora oggi cosa stavamo cercando di esprimere, ma diciamo che l'idea di base era questa: la possibilità di studiare le ecologie della trasformazione attraverso la costituzione di una rete di naturalizzazione e di relazione finalizzata alla gestione dello spazio pubblico attraverso due strumenti principali, la produttività del terreno e la partecipazione.

E come si è concretizzata questa idea di ground specific, dopo che il vostro gruppo è stato selezionato? Se capisco bene, non era evidente che il vostro lavoro per Idensitat portasse a una realizzazione, in un vero e proprio progetto d'architettura. Come è accaduto allora che questo approccio vi ha portato ad individuare un sito specifico, e la necessità di un progetto?

Idensitat non prevedeva necessariamente una realizzazione fisica, piuttosto proponeva un progetto di arte nello spazio pubblico inteso come processo di partecipazione con i cittadini e momento di riflessione attraverso la realizzazione di installazioni, attività e laboratori urbani.



Quando siamo arrivati per la prima volta a Calaf abbiamo cercato di capire cosa stesse succedendo, quali fossero le trasformazioni in atto, quali le problematiche. Attraverso una serie di interviste, dal gestore del bar a chi lavora nell'ufficio immobiliare, dal barbiere alla guida turistica, abbiamo cercato di entrare nella quotidianità della vita del luogo. Ma con nostra sorpresa Calaf sembrava immune da problemi, la gente era felice, molti si erano trasferiti alla ricerca della tranquillità tipica dei piccoli centri e li l'avevano trovata.



Poi sono iniziati gli incontri con l'amministrazione comunale di Calaf, è quello più importante è stato sicuramente con Joan Caballol, giovane designer e assessore all'urbanistica. Grazie a lui abbiamo iniziato a capire quali fossero i reali processi di trasformazione urbana ed economica che avrebbero investito questo piccolo centro da li ai prossimi anni.



Contemporaneamente continuavamo a pensare alla nostra metaproposta... una strategia di intervento che lavorasse sull'idea di una rete di naturalizzazione e di relazione finalizzata alla gestione dello spazio pubblico attraverso due strumenti: il primo la produttività del terreno intesa come la sua capacità di convertirsi in spazio di relazione, il secondo, invece, la partecipazione come dispositivo di coinvolgimento tra gli artisti e la popolazione locale. Così è stato lo stesso Joan che ci ha aiutato ad individuare un luogo, o meglio, un suolo specifico sul quale lavorare.

Voi parlate di "una strategia di intervento che lavorasse sull'idea di una rete di naturalizzazione e di relazione finalizzata alla gestione dello spazio pubblico attraverso due strumenti: il primo la produttività del terreno intesa come la sua capacità di convertirsi in spazio di relazione, il secondo, invece, la partecipazione come dispositivo di coinvolgimento tra gli artisti e la popolazione locale." Cosa intendete in concreto? È effettivamente il giardino che avete realizzato? E in che cosa è differente da un normale giardino?

Quei concetti erano stati sviluppati prima di arrivare a Calaf e immergersi nella sua vita. Erano concetti in un primo tempo astratti che non prevedevano la realizzazione di un giardino. Cercavamo di leggere il momento della trasformazione urbana come un'occasione per sperimentare la possibilità di trovare luoghi, spazi pubblici, che una volta attivati con la comunità avrebbero mantenuto un forte carattere, un'identità locale, contro la genericità della città che cresceva. Non era sufficiente trovare uno spazio pubblico. Era necessario trovare anche le persone che l'avrebbero usato.



L'incontro con l'associazione degli anziani di Calaf è stato fondamentale. Un gruppo numeroso, energico e agguerrito, con tanto di presidente e segretario, tipico dell'efficienza catalana. Un nostro desiderio era quello di organizzare un grande evento pubblico e forare la parete con una gru. Ovviamente non siamo riusciti in questa impresa ma nelle varie discussioni questo concetto è piaciuto molto ed è proprio da lì che nasce l'idea della parete con i buchi. Per rispondere alla tua domanda: sì, è un giardino come gli altri ma non lo è per la comunità che lo vive. Il nostro ground specific è ora il Jardí de la gent gran de Casa Bertan.

Bene, qui volevo arrivare. Un primo dato che mi sembra molto interessante della vostra pratica è la capacità di rimettere in gioco il vostro ruolo in quanto architetti, di non chiudervi nel recinto del progetto (programma + architettura = soluzione) ma di andare a cercare nel territorio occasioni non sempre evidenti, nascoste come questo piccolo giardino che è letteralmente grazie a voi "sbucato" da un luogo concreto e si è rivelato come opportunità per tutta la comunità. C'è in altre parole, nella vostra attività una capacità creativa che va ben oltre le pratiche consuete della partecipazione, ma arriva a mettere in questione il ruolo e gli strumenti dell'architetto stesso, che penso derivi da una vostra sensibilità specifica, oltre che dalla vostra volontà ostinata di creare occasioni concrete di fare architettura.

: )

Ma c'è un altro livello del gioco, che credo sia importante a questo punto: una volta individuato il luogo, e con esso questa necessità di aprirlo alla città, mantenendone allo stesso tempo il carattere privato e protetto, come è cresciuto il progetto in relazione ai suoi futuri abitanti? Ovvero, che tipo di gioco avete messo in piedi per dialogare con gli anziani? Come si sono tradotte in forma e spazio le loro ragioni e necessità?

Trovato il luogo e la sua comunità era necessario costruire l'idea per innescare un dialogo. Far comprendere le possibilità di quello spazio e capire di conseguenza quali fossero le esigenze da soddisfare.







La prima cosa che abbiamo fatto è stata quella di presentare alla gente un concept di base, attraverso una mostra pubblica che aveva organizzato Idensitat come tappa intermedia dell'intero processo, un progetto che interpretava esigenze minime che in qualche modo rappresentavano delle linee guida derivate da semplici ragionamenti e da alcune esperienze che avevamo avuto in precedenza. Grazie a questo momento si è potuto iniziare a discutere del progetto del giardino con gli anziani di Calaf.



Il secondo passo è stato quello di portare le persone nel luogo, una piccola gita all'interno del giardino, e organizzare nella sede dell'associazione degli anziani un workshop più operativo per cercare di capire quali fossero i loro desideri, le loro necessità, al fine di costruire un vero e proprio programma funzionale del giardino. Abbiamo costruito un grande gioco da tavola per fare interagire le persone con il progetto, ma onestamente la cosa non è andata come speravamo, questa strategia si è dimostrata troppo astratta, è stato più utile discutere di idee generali lontane da scelte formali del progetto stesso. Abbiamo usato una grande lavagna e con l'aiuto di un videoproiettore abbiamo cercato di visualizzare in tempo reale le loro scelte. Volevano una parte centrale ampia pavimentata per poter ballare, tavoli e sedie dove poter sostare e magari organizzare dei tornei di carte, ovviamente dei bagni separati tra uomini donne, e un'area per potere giocare a petanca, le nostre bocce. Ma l'idea più forte che ha stimolato le scelte generali del progetto è stato quello di un luogo dove potersi sentire più giovani, dove poter giocare.



Alcune nostre proposte, invece, non sono state accettate. Un nostro desiderio era quello di organizzare il giardino come un suolo produttivo vero e proprio, con piccoli orti e spazi per la coltivazione dei fiori, ma gli anziani non erano assolutamente interessati e lavorare la terra, dato che molti di loro avevano svolto questo lavoro per tutta la vita, e volevano usare il giardino come un luogo per il relax e lo svago, uno spazio ludico, un salotto nel verde. Ma la cosa più importante crediamo sia stata lo scambio reciproco di esperienza, la complicità che si è andata costruendo tra noi e questa piccola comunità, che ci ha incoraggiato e permesso di sviluppare il progetto con una grande libertà creativa.

Ultima e fatidica domanda: ma perché questa forma? Che relazione c'è tra il dialogo e il progetto? Il muro forato, la pavimentazione (se non ricordo male l'avete disegnata e fatta produrre appositamente) e gli altri elementi del giardino hanno una necessità formale in quel contesto, tra quelle persone? O, al contrario, in che modo un vostro linguaggio diventa adatto ad un tema specifico, e la vostra architettura si fa ground specific?

Crediamo che l'essenza ground specific del progetto non possa essere riletta esclusivamente nella sua forma. Senza dubbio alcune scelte progettuali hanno avuto origine dal confronto con gli anziani di Calaf e con i presupposti del progetto. L'idea iniziale di realizzare un evento pubblico simbolico attraverso l'apertura di un buco nel muro si è concretizzata nel disegno traforato della parete di accesso che asseconda così uno spirito voyeuristico nel rendere pubblico un giardino per lungo tempo nascosto e segreto. La stessa parete è stata realizzata interamente in mattoni pieni per assecondare una tradizione costruttiva locale radicata e data la presenza sul territorio di numerose aziende produttrici di laterizi, quando sarebbe stato probabilmente più agevole ipotizzare una struttura in calcestruzzo. Volevamo allo stesso tempo realizzare una pavimentazione, necessaria alla fruizione del giardino da parte degli anziani e dei disabili, che garantisse anche un impatto limitato per il terreno, quindi discontinua e drenante. Il fatto che gli elementi autobloccanti di questa pavimentazione siano stati prodotti da Grés Catalan, azienda locale produttrice di ceramiche, è un ulteriore modo di affermare un forte legame con il contesto specifico.



Come architetti non possiamo esimerci dal dare forma alle cose, attraverso linguaggi e geometrie ritenute opportune ed esteticamente valide. In questo caso il cerchio si è diffuso a tutto campo, così come la colorazione a fasce verdi dell'interno della parete, soluzioni innegabilmente distintive di un nostro linguaggio, per quanto indefinito e in continua evoluzione. Tali scelte sono state comunque sottoposte al nostro cliente "collettivo" che ha avuto quindi modo di muovere critiche o apprezzarne il disegno. Anche il cantiere a tutti gli effetti ha avuto una natura "pubblica", avendo abbattuto subito la parete di ingresso e senza l'utilizzo di recinzioni opache, con continue visite, da parte di tutti gli abitanti di Calaf, che mossi dalla curiosità e dalla caparbietà, tipicamente catalana, mostravano il loro interesse sullo svolgimento dei lavori.

Per le esperienze vissute, crediamo in fondo che un'architettura diventi site specific quando il progetto viene evoluto in processo, inteso come la convergenza e l'integrazione di flussi di informazioni, esigenze sociali, sostenibilità dell'intervento e definizione architettonica degli spazi.

Alberto Iacovoni, ma0
alberto.iacovoni@ma0.it
[28 aprile 2008]
> 2A+P

La sezione Playgrounds
è curata da
Alberto Iacovoni


laboratorio
informa
scaffale
servizi
in rete


archit.gif (990 byte)



iscriviti gratuitamente al bollettino ARCH'IT news







© Copyright DADA architetti associati
Contents provided by iMage