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Sopralluoghi

       Archiprix International, o dell'utilità dei workshop internazionali

Diego Terna



 
 
    Archiprix International

workshop:
The Bourdon Building, Glasgow School of Art - Glasgow, Scozia
http://www.gsa.ac.uk
dal 18 e il 24 giugno 2005
http://www.archiprix.org/workshop

esposizione dei lavori (progetti di laurea e elaborati del workshop):
The Lighthouse - Glasgow, Scozia
http://www.thelighthouse.co.uk
dal 24 giugno al 7 agosto 2005



 
    Fra il 18 e il 24 giugno 2005 si è tenuto a Glasgow un workshop internazionale legato alla manifestazione Archiprix International 2005. L'Archiprix è un concorso nato in Olanda, organizzato dal NAI; ha come scopo la premiazione delle migliori tesi di laurea in architettura, urban e landscape design. Inizialmente ristretto alla sola Olanda, dal 2001 premia studenti da tutte le nazioni, con l'ambizioso scopo di riunire i migliori progetti di laurea a livello mondiale.

Ogni università di architettura seleziona una tesi di laurea che partecipi al concorso: si arriva così a raccogliere fino a duecento progetti. Tra questi sono scelti i vincitori (quest'anno sei) e una serie di menzionati (fino a venti progetti): i lavori selezionati vengono esposti in varie città d'Europa. Archiprix International 2005 è stata la terza manifestazione legata al concorso, dopo quella del 2001 a Rotterdam e quella del 2003 ad Instanbul, precedendo quella del 2007 che si terrà a Shanghai.

[04aug2005]
   

Tutte queste laboriose operazioni di raccolta, premiazione ed esposizione delle tesi di laurea si affiancano all'organizzazione di un workshop internazionale, che a Glasgow ha visto la partecipazione di settanta progettisti (tra i duecento partecipanti al concorso), coordinati da sei leader: Adrian Stewart (Chris Stewart Architects, Scozia); Alex van de Beld (Onix, Olanda); Craig Dykers (Snøetta, Norvegia); Charlie Sutherland (Sutherland Hussey Architects, Scozia); David Zalhe (Plot, Danimarca); Sam Jacob (Fat, Inghilterra). Tema del workshop: il fiume Clyde.

La storia del Clyde è la storia dell'industria di Glasgow, la costruzione di navi di grandi dimensioni. Lungo il fiume lo spazio costruito è costituito da enormi edifici che si rivelano come vuoti "chiusi": dentro questi edifici prendevano forma le navi che poi sarebbero state varate in mare. Oggi il Clyde è una infrastruttura naturale dalle qualità indefinite, con l'industria navale ormai in dismissione, in seguito ad una profonda crisi, ed una città che lentamente sta riscoprendo il fiume come luogo di attrazione, dove possono avvenire eventi non più legati al mondo industriale. I progettisti presenti al workshop avrebbero dovuto proporre idee su questa nuova e inusuale identità del Clyde all'interno della città.

 


 
 

Dopo questi cinque giorni di progettazione più o meno intensiva si possono trarre alcune conclusioni che riguardano da una parte i risultati di questo specifico workshop, dall'altra parte il ruolo e l'utilità dei workshop di architettura, conclusioni che si oppongono tra di loro, evidenziando elementi positivi e negativi allo stesso tempo. Due sono state le correnti di pensiero che hanno contraddistinto l'andamento del lavoro: la prima tentava di essere molto pratica, magari inquadrata entro schemi rigidi, ma essenzialmente conscia della limitatezza temporale del workshop; veniva quindi proposto un tema indipendente da quello principale della manifestazione, poi "aggiustato" per farlo calzare con le richieste del workshop; la seconda corrente di pensiero si proponeva di partire dal fiume, considerando che soluzioni progettuali per esso nascessero dal riconoscimento dell'essenza stessa del Clyde.

Glasgow lobbisym, proposto da Zalhe, e Cloud planning, di Van de Belde, erano esempi di temi presentati a priori rispetto al workshop, il primo volendo lavorare sul concetto di albergo come residenza temporanea, il secondo proponendosi di usare le nuvole come strumento di pianificazione. Folding waters, di Dykers, e That useless river, di Jacob, erano altrettanti esempi di progetto a partire dal fiume, il primo centrandosi su uno studio empirico delle qualità fisiche dell'acqua, il secondo basandosi su un empirismo ancor più radicale ma basato sulle sensazioni personali dei fruitori del fiume. I due approcci si distinguevano anche per una concezione generale del workshop, concezione che risulta essere un nodo fondamentale in questa riflessione: un workshop impostato secondo le regole del primo approccio (dato un tema di progetto ed un sito) si avvicina ad una logica scolastica, intendendo quindi il workshop come laboratorio intensivo di progettazione; il secondo approccio si dimostra più sociale, più aperto ad un possibile dialogo anche con chi non fa strettamente parte del mondo dell'architettura.

 
     

L'elemento più interessante emerso dal workshop è stato l'indipendenza del risultato progettuale rispetto alle correnti di pensiero iniziali, rispetto agli approcci: i lavori prodotti si caratterizzavano per una omogeneità di presentazione molto marcata. Il dato, sicuramente viziato dalla convivenza dei gruppi in medesimi spazi e tempi, ha un carattere per certi versi positivo: l'omogeneità era prodotta soprattutto dai media usati dai progettisti, essenzialmente fotocomposizioni (molto accurate) e maquette (generalmente spartane). Elemento di interesse è l'uso di questi media per raccontare i possibili futuri del fiume: l'architettura si esime quindi dall'essere disciplina autoreferenziale, si apre ai reali fruitori dello spazio, cioè non gli architetti, o non solo, ma soprattutto i cittadini, le persone che costruiscono sul Clyde un'urbanità, quella che nasce dal rapporto tra città e infrastruttura naturale.

L'esposizione finale dei lavori è risultata quindi immediata, lavorata per slogan, come messaggi pubblicitari che propongono alle persone la vita futura sul fiume, degli scenari non sempre accomodanti ma comunque semplificati: qui un albergo, qui una passeggiata, qui la riconversione di una fabbrica in una serra. Le immagini si trasformavano nelle parole di un racconto, nel quale si prendeva come protagonista il fiume, mostrato sotto vesti che gli abitanti di Glasgow non avevano mai sperimentato e già questo era il passo più importante che un laboratorio di progettazione potesse fare: mostrare alle persone un oggetto, far vedere loro tutte le sue sfaccettature più nascoste, parlarne, aprire un dibattito. Sono temi rubati all'arte, dai tempi dell'orinatoio di Duchamp: attivare il pensiero, dare spunti intellettuali.

Altro dato positivo: i prodotti del workshop, ed in questo caso le maquette più che le fotocomposizioni, sono stati presentati per se stessi, cioè si è intesa la produzione progettuale come elemento slegato dall'architettura. Una maquette non è spazio: è semplicemente una maquette, un oggetto che va preso come tale, un suggerimento verso altro. Molti progetti usciti dal workshop non provavano a ricreare in scala dei modelli spaziali: semplicemente producevano oggetti che manifestavano idee: ancora slogan, ancora immaginari. Si può dire che tutti i gruppi di progettazione abbiano lavorato il più possibile con dei media esplicativi che potessero essere accettati dai cittadini, con un linguaggio aperto, magari ingenuo, cercando di dire poche cose ma ben comprensibili.







 
  Tutti questi elementi positivi si trascinavano pesanti negatività: il lavoro sulle immagini ha completamente escluso la produzione di una pianta o di una sezione; l'esibizione dei lavori non prevedeva nemmeno un disegno di architettura in senso canonico. Cosa implica questo? Non solo che l'architettura si sia affrancata dalle norme e dalle regole ortodosse della progettazione: implica che l'architettura sia diventata leggera, di quella leggerezza tipica degli immaginari immobiliaristici, nei quali si vende una casa senza mostrar altro che una modella sdraiata sul letto che assapora un croissant di plastica. Non è stata una questione di tempo, ma di volontà: il workshop ha voluto evitare assolutamente uno studio dello spazio che fosse più approfondito di una immagine bidimensionale. Si è preferito dettagliare la presentazione a scapito di quanto contenuto in essa. Nonostante quanto detto prima sull'importanza del media si è perso di vista l'oggetto del progettare: non certo una maquette, o una bella immagine, ma lo spazio. Così fallisce il tentativo di vedere il workshop come laboratorio di progettazione, visto che tutto il lavoro si concentra su elementi importanti ma non direttamente pertinenti: la presentazione, lo slogan, che fanno passare in secondo piano lo spazio. Ma fallisce anche l'approccio sociale: è stato veramente utile per la città un workshop internazionale? Ha avuto veramente la possibilità di dar da pensare ai cittadini? Può costruire degli immaginari solidi da cui partire per le future modificazioni del fiume?

In realtà credo che, nonostante tutte le migliori intenzioni, nonostante i media degli slogan e delle immagini che cercano di favorire il dialogo con persone esterne al laboratorio, workshop di questo tipo non sono altro che lavori che si autocontemplano, con un'utilità più che altro pedagogica per i giovani architetti. La macchina messa in piedi dall'Archiprix è stata soprattutto dedicata alla possibilità di scambio personale tra individui che provenivano da tutto il mondo: una possibilità feconda ma con un effetto ritardato nel tempo, una specie di Erasmus intensivo post-laurea. Tutto ciò può essere altamente educativo ma il passo in più dovrebbe essere quello di legare le proposte alle vicende progettuali che già interessano la realtà: sul Clyde, ad esempio, insistono molti piani di recupero, proposti dalla municipalità e da privati; perché non permettere a queste persone di partecipare attivamente al workshop alla pari con i progettisti invitati? Sarebbe una maniera per dare maggiori stimoli ai partecipanti al workshop e permettere alla comunità un effettivo coinvolgimento nella progettazione.

Un'ultima riflessione: l'uso di media così immediati è una conseguenza di un elemento banale ma importante: il tempo. La richiesta di focalizzare idee in pochissimo tempo porta necessariamente ad una superficialità nei risultati. A Glasgow circa tre giorni sono stati dedicati alla progettazione, durante i quali si è deciso di puntare tutto sulla presentazione finale dei prodotti a scapito di una maggiore riflessione sullo spazio. Un ripensamento sulla durata dei workshop implica una riorganizzazione: più tempo (due settimane, un mese, più mesi?) significa una sedimentazione delle idee, una focalizzazione sui temi, un dialogo con i cittadini o con i rappresentanti di essi, oltre che con chi è realmente incaricato di produrre piani per il luogo. Ma a questo punto potrebbe crollare l'istituzione del workshop, a meno di non considerarlo solo come momento di incontro tra persone, uno scambio di rapporti, nel quale l'architettura non è il fine, ma il diversivo usato per avviare la conversazione.

Diego Terna
diego_terna@hotmail.com
    Le fotografie che illustrano questa pagina sono di The Lighthouse.  
   

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